Glass

Eh no, niente. Se gli metti troppi soldi in mano Shyamalan si perde e con lui anche le belle occasioni che gli si parano davanti. Era già successo in passato (After Earth e L’ultimo dominatore dell’aria) ed è riaccaduto questa volta. L’idea di base rimane affascinante, peccato che lo sviluppo sia farraginoso, senza emozione e probabilmente anche senza quella particolare inventiva che sarebbe stata necessaria a trasformare un bello spunto iniziale in un bel film.

I tre supereroi di Glass


Glass riparte da dove avevamo lasciato il precedente Split, ovvero con le multipersonalità di Kevin Wendell Crumb (l’uomo con un’infanzia di violenze subite dalla madre che si è creato un’orda di persone differenti in sua difesa) sopraffatte dall’arrivo della Bestia (la personalità più violenta tra le tante). Dopo l’ennesimo rapimento di giovani studentesse da parte di Kevin, sulle sue tracce si mette David Dunn, vendicatore solitario e supereroe silenzioso di Philadelphia, conosciuto vent’anni fa nel film Unbreakable. David all’epoca era diventato famoso per essere stato l’unico sopravvissuto a un terribile incidente ferroviario. Incidente provocato volutamente da Elijah Price, l’uomo dalle ossa fragili come il vetro, genio dell’informatica e folle appassionato di fumetti, alla ricerca di un vero supereroe fuori dalle pagine dei comics. Al termine di quella avventura Price venne rinchiuso in manicomio e Dunn si trovò a fronteggiare la consapevolezza di essere indistruttibile. Da quel momento divenne il protettore invisibile della città.
Dopo aver scoperto il nascondiglio di Kevin e liberato le ragazze, Dunn viene però arrestato insieme al criminale e rinchiuso nello stesso manicomio insieme a Elijah Price per essere studiati dall’ambigua dottoressa Ellie Staple. Non sarà un confronto semplice e alla fine forse la differenza tra buoni e cattivi non sarà più così netta.

James McAvoy è Kevin Wendell Crumb e molti altri


L’idea di dare una continuità alla propria produzione e di creare in Glass un universo parallelo – così tanto di moda – non era male, purtroppo Shyamalan non riesce a trovare lo spunto accattivante per raccontare una storia che abbia una struttura portante e che possa reggere le due ore abbondanti di film (in originale dovevano essere più di tre e non voglio immaginare cosa abbia tagliato). Il grosso del peso poggia sulle spalle di James McAvoy impegnato ancora più del precedente film a mettere in scena le tante personalità che convivono nel suo corpo. Ma la sceneggiatura non regge, i personaggi non i sollevano da un’immaginaria pagina di fumetto bidimensionale e l’azione, ogni volta che prova a prendere un ritmo, s’impantana nella banalità. Anche il marchio di fabbrica del regista – il finale a sorpresa che ribalta tutto quello che hai creduto di vedere fino a quel momento – non regge. Anzi, i colpi di scena saranno addirittura due (deboli entrambi) e questo la dice lunga sulla difficoltà che Shyamalan ha avuto a scrivere la parola fine al film. Che non è niente confronto a quella che abbiamo avuto noi ad arrivarci a quella parola.

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Benvenuti a Marwen

Cosa succede quando qualcosa ti si rompe dentro e il mondo a cui appartenevi non esiste più? Beh, non so voi, ma Mark, grafico di talento, decide di crearsi un mondo nuovo, un microcosmo poco più grande di un piccolo villaggio della campagna belga, e di viverci solamente con le persone a cui vuole bene. Tutti gli altri diventano i nemici da combattere. Il suo mondo si chiama Marwen ed è perennemente fermo ai tempi della Seconda Guerra Mondiale (“forse perché al quel tempo sembravamo veramente i buoni”, risponde a chi gli chiede perché proprio allora). Mark è Hogancamp, capitano di un gruppo di combattenti donne in perenne battaglia con un manipolo di nazisti duri a morire. Questo nel mondo di Marwen. In quello reale Mark è Mark, un ex grafico di talento che, dopo essere stato pestato a morte da un gruppo di balordi fuori da un bar, ha dimenticato tutto della sua vita precedente e se ne è creata una nuova popolata di bambole che inevitabilmente riproducono il mondo in cui vorrebbe vivere ora.

Steve Carell in Benvenuti a Marwen


Non è facile raccontare un film come Welcome to Marwen perché è come se ti chiedessero di raccontare una poesia, un colore, un amore. Come si fa? E il mondo di Marwen con Mark e le donne che lo tengono in vita è una poesia lunga lunga. Tu sei dentro la testa di Mark e il suo dolore, ma allo stesso tempo sei spettatore di una dolce follia in cui un uomo ferito si è rifugiato per non morire.
Non è un film semplice Welcome to Marwen, anche se apparentemente lo appare. All’inizio pensi di essere caduto in una specie di Toy Story, ma poi scopri a che a raccontatelo è Michael Gondry. Normale che ci rimani un po’ così. Non sarà semplice, ma è intelligente, tenero, avvincente, sensibile, profondo, qualità che Robert Zemeckis (Ritorno al futuro, Forrest Gump) ha sempre dimostrato di avere, ma che qui vengono esaltate da una maturità artistica data dall’età e dalla consapevolezza che il tempo passato rappresenta un tesoro dove si può attingere a piene mani.


Ma Welcome to Marwen non potrebbe esistere se non ci fosse Steve Carell. Non è la prima volta che l’attore mette il suo volto piacevolmente malinconico a disposizione di una storia al limite del surreale (basti pensare a Cercasi amore per la fine del mondo o L’amore secondo Dan), ma qui supera se stesso rappresentando la fragilità umana come meglio non si potrebbe. Naturalmente, in Welcome to Marwen ci sono anche un sacco di donne, tante da rappresentare la vera essenza femminile. Ma questa è un’altra storia. Un’altra delle tante storie dentro questo bel film.

Vice L’uomo invisibile

Se pensiamo che con l’amministrazione Trump gli Stati Uniti stiano toccando il fondo è perché abbiamo la memoria corta e il doppio mandato Obama ha allontanato da noi le nefandezze della presidenza di Bush Jr. Certo, volendo fare i pignoli potremmo anche tornare agli anni Settanta e riportare alla luce l’amministrazione Nixon e l’accozzaglia mafiosa che lo accompagnò fino alle dimissioni post Watergate. Ma, rimaniamo agli anni Duemila e riprendiamo le fila della storia grazie a Vice, l’uomo nell’ombra lo straordinario film di Adam McKay che ripercorre la vita di Dick Cheney, il più influente e potente vice presidente che la storia americana abbia mai conosciuto. 

Dick lo conosciamo giovane operaio dedito all’alcol e alle risse da bar che, messo alle strette da una moglie orgogliosa e ambiziosa, decide di cambiare vita. E ci riesce in un modo eccezionalmente rapido. Divieneprima braccio destro del repubblicano Donald Rumsfeld, segretario alla difesa del presidente Ford, poi sempre affascinato dal potere e dalla burocrazia, comincia una scalata che nel giro di una decina d’anni lo porterà ai piani alti della Casa Bianca e, infine, a divenire vice presidente di George W. Bush, finendo per guidare di fatto la politica americana del dopo 11 settembre.

Sono sempre stato affascinato da Cheney. Tutti sappiamo chi è ma in realtà nessuno lo sa davvero – ha raccontato il regista – È un uomo che ha sempre fatto di tutto per evitare i riflettori, ma ha avuto un potere immenso e ha cambiato la storia non solo per gli Stati Uniti ma per il mondo intero”.

Il taglio del racconto del racconto scelto da Adam McKay è simile a quello dato dal regista al precedente La grande scommessa, con il quale raccontò la bolla speculativa immobiliare del 2005: una narrazione tra fiction e documentario densa di ironia, sarcasmo e tragiche verità. Rispetto al precedente film (complesso nel linguaggio tecnico anche se affascinante nel ritmo e nella cronaca), Vice ha dalla sua una maggiore immediatezza che permette di rappresentare al meglio la faccia sporca del potere e la fascinazione che questo ha sull’uomo. E senza mandarle mai a dire Vice, arrivandodiretto come una treno che annichilisce lo spettatore e lo lascia completamente spiazzato nel mezzo di una risata amara.

Perfetto anche il cast tutto, in particolare con la bella interpretazione fisica di Christian Bale nei panni ampi di Dick Cheney.

 

 

Ralph SpaccaInternet

È bella la vita di Ralph nel mondo di Arcade. La sala giochi vintage di Litwak ha i suoi ritmi blandi e piacevolmente ripetitivi. Ralph, rude protagonista di un videogioco anni Ottanta, nella precedente avventura ha vinto i pregiudizi degli altri e cominciato una bella amicizia con Vanellope von Schweetz, scatenata eroina di Sugar Rush, un videogioco di inseguimenti automobilistici. Ma se per Ralph la routine è la salvezza, per Vanellope è un abito troppo stretto. Così, quando accidentalmente si rompe il volante del suo videogioco, l’unica salvezza di Vanellope (prima di finire nell’oblio dell’obsolescenza) è cavalcare la velocità del collegamento Wi-Fi e entrare Internet per cercare – su EBay, e dove altrimenti? – il pezzo di ricambio adatto. La scoperta del nuovo mondo ad alta velocità sarà elettrizzante per la ragazza, meno per il nostro eroe.

Vanellope e le Principesse

Sono passati sei anni dalla prima avventura di Ralph Spaccatutto ed era naturale che per raccontarne una seconda si dovesse uscire dall’universo ristretto del cartone precedente e Phil Johnston e

, registi dell’avventura, hanno scelto di allargare l’orizzonte e le stesse prospettive dei personaggi. Phil Johnston, che è anche tra gli sceneggiatori di Ralph SpaccaInternet, ha poi puntato tutto sul rapporto di amicizia tra Ralph e Vanellope, finendo per rappresentare un legame che trascende l’amicizia. E partendo proprio dalla base prodotta sei anni fa, il risultato finale è migliore del precedente. Le dinamiche un po’ stantie che appesantivano il primo film spariscono e le suggestioni del nuovo mondo aprono scenari a volte irresistibili.
Si è detto che la Pixar produsse Inside Out solamente per inserire alla fine la gag del gatto, ebbene non mi stupirebbe che l’avventura di Ralph SpaccaInternet sia stata pensata solamente per inserire l’episodio con la squadre delle principesse Disney: irresistibile e che da solo vale il prezzo del biglietto.

Suspiria

Nel 1977 la Germania è squassata dagli attentati terroristici della Raf e dei suoi fondatori Baader-Meinhof, Berlino ancora divisa dal muro e il ricordo dell’orrore nazista è ancora vivido. È nell’autunno tedesco che Susie Bannon, giovane ballerina statunitense, arriva alla prestigiosa scuola di ballo di Helena Markos. La selezione per entrarvi è rigida, ma Susie ha un talento cristallino che immediatamente conquista le insegnanti e in particolare modo Miss Blanc, coreografa di punta della scuola. L’arrivo di Susie però coincide con una serie di sparizioni di altre ballerine che, dopo essere entrate in contrasto con le insegnati della scuola, finiscono per far perdere le proprie tracce.

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Suspiria di Luca Guadagnino ha lo stesso abbrivio dell’originale di Dario Argento, ma per il resto finisce qui. Dimentichiamoci il precedente e immergiamoci in un film nuovo, originale, volutamente freddo e concettuale che l’orrore lo va a cercare dentro l’animo umano e quello che ci riserva ne è solo la sua rappresentazione estetica. Ci sono le streghe, vero, ci sono le tre madri ma quello che c’è davvero è la rappresentazione della lotta per affermare se stessi. E non importa che tu sia uomo o strega.
Guadagnino dopo l’Oscar per Chiamami col tuo nome avrebbe potuto girare qualsiasi cosa, ha scelto il cuore e di girare il film per quale è diventato regista. L’omaggio che il regista ha fatto a Dario Argento è nella scelta estetica: Suspiria del 1977 era una capolavoro surrealista che lavorava sui tagli di luce e sul sonoro. Questo del 2018 preferisce contrapporre l’estetica del corpo (nel ballo e nella mutilazione), a quello della mente (il ricordo, il sogno, l’incubo e, naturalmente, la memoria) finendo per realizzare un film originale, personale e d’autore, pur senza dimenticare il predecessore.
Forse, visto il colore dominante – dai costumi del corpo di ballo fino alla capigliatura della protagonista (intensa e sensuale Dakota Johnson) – Guadagnino ha voluto omaggiare Argento anche con Profondo Rosso. Ma forse anche no e tutto questo è frutto solamente di una speculazione intellettuale degna del film.

Ben is back

Non è certo il film che ti aspetti a Natale l’ultimo di Peter Hedges (L’amore secondo Dan e Schegge di April). La neve, gli addobbi, l’albero adornato e il camino acceso ci sono, quello che manca è tutto il resto. O, almeno, manca la sequela di buoni sentimenti che solitamente si trova dentro un film natalizio glicemico e, spesso, ipocrita. Ben is back è il lato oscuro del Natale, è il segreto di famiglia che vorresti non uscisse mai dalle mura di casa e la vergogna dei propri fallimenti. Ma Ben is back è anche l’orgoglio di essere madre e la scoperta del coraggio che non pensavi di avere.

ben-is-back-700x430Ben (Lucas Hedges, ottimo interprete e figlio del regista) è un ventenne con un passato di droga e spaccio che sta cercando di salvare se stesso in un centro di riabilitazione. Per le vacanze di Natale, però, il ragazzo ha deciso di tornare a casa e trascorrere qualche giorno in famiglia. Holly, la madre, è felice per il ritorno, la sorella e il patrigno, invece, hanno qualche dubbio sulla capacità di Ben di stare fuori dai guai e, sopratutto, di tenere fuori dai guai l’intera famiglia. I timori dei due si scoprono fondati e il ragazzo presto finirà vittima delle proprie debolezze. Holly, per salvarlo, dovrà trovare nella forza dell’amore per il figlio l’energia necessaria a portare a termine un’impresa sulla carta impossibile.

Ben is Back non è solamente il film di Natale che non t’aspetti, ma neppure l’interpretazione di Julia Roberts alla quale sei abituato. L’attrice si ricorda di essere un’ottima interprete e scava dentro il proprio dolore per dare spessore a un personaggio che, altrimenti, rischierebbe di cadere nel cliché. La Holly dello schermo è una credibilissima madre che, di fronte alla consapevolezza che suo figlio non è quello che pensava di conoscere (e chi pensa il contrario andrà incontro sempre a una delusione assoluta), mette da parte ogni orgoglio, ogni pregiudizio e si sporca le mani per salvare l’amore della sua vita.

E il personaggio di Holly risulta credibile anche perché dietro c’è una bella sceneggiatura che non dimentica nessun personaggio e regala ad ognuno un pezzo di storia da raccontare. Buona anche la regia di Peter Hedges tesa, drammatica e tirata, fino a un finale che fa tirare il fiato allo spettatore insieme al protagonista della storia.