Bande á part

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C’è dentro un po’ tutto in questo film del 1964. C’è la vita, la finzione, c’è il sogno e la premonizione. C’è l’audacia e la sfrontatezza. C’è il cinema del passato e quello del presente. Bande à part di Jean Luc Godard non è solamente un film, è storia del cinema che si apre sula nouvelle vogue per arrivare al cinema di Tarantino. Eh sì, perché se si vuole capire da dove arrivi il regista americano non bisogna solamente aver visto tanti B movie e aver letto almeno un paio di romanzi di Elmore Leonard, ma aver visto anche il film di Godard (tra l’altro la casa di produzione di Tarantino si chiama proprio Bande á part).

Ma perché una storia di balordi che tentano un colpo flirtando con la nipote della vittima è diventato un manifesto del cinema? Perché c’è dentro tutto, come dicevamo. Godard arrivava da un film dispendioso come Il disprezzo e voleva realizzare qualcosa di piccolo ma che cantasse la vita. Si fece consigliare un romanzetto da edicola da Truffaut da adattare a film e chiese 100 mila dollari alla Columbia (“Sono un po’ troppi per un regista emergente”, risposero dalla casa di produzione. “Non sono per me – spiegò Godard – ma per tutto il film”). Per girare si prese una camera a spalla e una splendente pellicola in bianco e nero. La protagonista femminile fu necessariamente Anna Karina, la moglie dalla quale si stava separando e che viveva una depressione incipiente, uno dei due protagonisti, Franz, l’allora compagno di Brigitte Bardot, con la quale aveva appena girato un film.

images.jpegE poi c’è la storia, una piccola storia che diventa gigante già dagli strepitosi titoli di testa. Una storia che si arricchisce di momenti indimenticabili: il ballo a tre (citato poi da Tarantino in Pulp Fiction), i 34 minuti di silenzio tra i protagonisti, la corsa a perdifiato nel museo del Louvre (assolutamente avulsa dalla trama e aggiunta solo perché il film pareva troppo corto al regista). Una storia che diviene Storia quando si pensa che dentro la sfrontata ribellione alla vita di Odile, Franz e Arthur ci sono i prodromi delle rivolte del ’68. E da lì la Storia non è mai più stata quella di prima.

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La Forma dell’Acqua – The Shape of Water

Non si può dire che il Festival di Venezia non porti bene ai registi che vi partecipano. Era già accaduto con Birdman, Il caso Spotlight e lo scorso anno con La La Land che i film dopo essere stati premiati a Venezia abbiano vinto anche la statuetta dorata più prestigiosa del mondo del cinema: l’Oscar. Deve averci pensato anche Guillermo Del Toro dopo che il suo La forma dell’acqua nel 2017 si è aggiudicato il Leone d’Oro. Per il momento sono arrivate 13 nomination, probabile che la sera del 4 marzo alcune di queste si trasformino in premi.
Siamo nel 1963. Stati Uniti e Unione Sovietica si guardano in cagnesco, si spiano e cercano di prevalere l’uno sull’altra in ogni campo. Anche in quello scientifico. In un laboratorio segreto gestito dall’esercito americano lavora come addetta alle pulizie Elisa, una giovane donna muta che vive sola in un appartamento modesto proprio sopra un cinema. Elisa vive una vita fatta di gesti ripetuti che condivide con il vicino Giles, un grafico emarginato per la sua omosessualità, e la sua unica amica e collega al lavoro Zelda. La vita della dolce Elisa cambia quando al laboratorio arriva una creatura marina catturata nelle acque del Brasile, un essere anfibio venerato come un dio dalle tribù che l’esercito, guidato dallo spietato Richard Strickland, pensa bene di volerlo vivisezionare per comprendere meglio. Per tutti la creatura è un mostro senz’anima, per Elisa è l’essere più bello che abbia mai incontrato, forse la sua anima gemella.

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La Forma dell’Acqua – The Shape of Water è proprio quello che appare dalla trama: una favola dark- tenera e violenta come le migliori favole – che pesca a piene mani nel cinema del passato, nel fantasy e nelle leggende. Ma è anche qualcosa di più, perché il film di Del Toro (forse la sua migliore opera in una carriera quantomeno discontinua) è anche una bella storia d’amore, delicata e poetica. E un omaggio a quel cinema che faceva sognare a occhi aperti gli spettatori puri nell’animo, il cinema della grande Hollywood vissuto nella magia di una sala tutta stucchi e velluti. Non è certo un capolavoro La Forma dell’Acqua – The Shape of Water, ma un buon prodotto in cui la forma prevale sulla sostanza e che probabilmente non faticherà a vincere il premio per la regia (sicuramente la prestazione migliore tra le tante nomination), ma che purtroppo finirà anche per non lasciare tracce evidenti nella storia del cinema perché manca di momenti topici originali e di interpreti carismatici. Ecco, forse è proprio nella mancanza di originalità che il film mostra la sua debolezza maggiore. Mentre lo guardi pensi a tutti i modelli che Del Toro aveva ben presente mentre girava – Il mostro della palude, Il fantastico mondo di Amelie, ET – e dimentichi di essere invece da un’altra parte.

I primitivi

La vita all’Età della pietra non è che fosse particolarmente complicata, tutta bisogni primari e rapporti sociali basici. Doug e il suo gruppo vivono beati in una valle incontaminata protetti da tutto e tutti, finché un giorno a rompere l’armonia irrompe inaspettata l’Età del bronzo. La tribù viene scacciata dalla Valle, destinata a diventare una nuova miniera del prezioso metallo, e per riconquistarla i nostri dovranno sfidare i rappresentanti del Bronzo in una sfida a pallone. Eh sì, perché il calcio nella storia di Nick Park ha origini preistoriche e il pallone stesso non è nient’altro che il frammento di un meteorite caduto ere prima sulla Terra. La squadra del Bronzo è tanto forte quanto spocchiosa e solamente se Doug e compagni metteranno in campo lo spirito di squadra potranno sconfiggerla.

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I primitivi è il nuovo prodotto animato della casa di produzione Aardman, la stessa di Wallace e Gromit e Galline in fuga, che grazie a un lavoro artigianale di gran classe riesce ancora a ritagliarsi un suo spazio in un’era asservita alla tecnologia. E, forse, I primitivi sono proprio loro: Nick Park e compagni unici esemplari di un tempo andato che grazie al lavoro di gruppo riescono a trovare un loro posto nel mondo. Però, come la tribù di Doug riesce ad avere la meglio sugli arroganti del Bronzo grazie all’innesto in squadra di Ginna, un’appassionata tifosa di calcio dell’Era più recente, anche Park può realizzare il suo lavoro più ambizioso facendosi aiutare dalla computer grafica nella realizzazione delle scene di massa.

Il film, malgrado il rispetto che si possa avere per la dedizione allo spirito artigianale, manca di fantasia. Le cose migliori ricordano i vecchi cartoni animati di Hannah e Barbera, Gli antenati, così come alcune trovate riportano alla mente il più recente cartoon I Croods. Non solo, rispetto i lavoro precedenti (Galline in fuga, su tutti) I primitivi difetta anche di ritmo, mettendo in evidenza tutti i buchi di una sceneggiatura abbastanza raffazzonata.

C’est la vie -Prendila come viene

Mi piacciono i film con unità di tempo e di luogo. Mi piacciono perché permettono a tutti, dagli sceneggiatori, al regista e agli attori di dare il meglio di loro stessi e di trasformare il cinema nella migliore sintesi del teatro, prendendo il buono da entrambe le arti. Pensandoci, che mi piacciano è semplicemente risibile, che il risultato sia buono, invece, è tutta un’altra storia.

Eric Toledano & Olivier Nakache sono due buoni registi francesi, il successo l’hanno conosciuto con Quasi amici e ora si possono permettere di portare al cinema un po’ quello che preferiscono. “L’idea del film – racconta Nakache – ci è venuta durante le riprese di Samba, il nostro film precedente, in cui la prima scena si svolge durante un matrimonio. Così, quando io e Toledano ci siamo sentiti un po’ tristi, abbiamo pensato di lavorare su qualcosa di festoso. L’idea era quella di ridere, di divertirsi, descrivendo i difetti della società in cui viviamo. E la scelta migliore ci è sembrata appunto quella di descrivere un matrimonio”.15088353927858-FB_c_est_la_vie.jpg

Pierre e Elena hanno deciso di sposarsi in un castello poco fuori Parigi e per l’organizzazione hanno chiamato Max, il migliore nel suo campo. E’ il giorno del loro matrimonio e tutto deve essere perfetto, in ogni dettaglio, ecco perché Max si avvale dei migliori collaboratori, almeno sulla carta. Perchè in C’est la vie assisteremo alla giornata dei preparativi, alla cena e alla notte infinita di festa che potrebbe, in un sospiro, trasformarsi in un tragico fallimento. Perché il cantante scelto non segue la scaletta dei brani indicata, il fotografo preferisce il buffet e le invitate al suo lavoro e il pesce, che doveva essere freschissimo, invece non lo è. La giornata è lunga e le cose cambiano. Ma, ci dicono i registi, non nessariamente in peggio e anche quando tutto sembra perduto c’è sempre una speranza, perché così è la vita.

Divertente, brillante e con un gruppo d’attori strepitoso, guidato da uno dei migliori interpreti del cinema francese, Jean Pierre Bacri (“Bacrì è una sintesi di tutto ciò che amiamo del cinema – ha ammesso Toledano – ) C’est la vie è un meccanismo perfetto in cui sorrisi, risate e colpi a sorpresa si alternano formando un quadro d’insieme piacevole e a tratti anche poetico.

Chiamami col tuo nome

Siamo nell’estate del 1981, nella campagna cremasca, un periodo in cui le giornate passano lente e languide in attesa che “l’estate finisca”, per dirla con le parole di Elio, uno dei protagonisti della storia. Elio, come ogni anno, trascorre nella bella villa di famiglia le giornate assolate immerso in un intellettuale ozio produttivo: letture di libri, passeggiate in bicicletta e sonate al pianoforte. E come ogni anno, il padre, docente di archeologia all’università, invita a casa uno dei suoi studenti migliori per passare l’estate con la sua famiglia. Quest’anno è la volta di Oliver, affascinante ventiquattrenne americano, che non impiegherà molto a sedurre un po’ tutti i componenti la famiglia, ma più di ogni altro Elio. Giorno dopo giorno la fascinazione si trasformerà in attrazione e poi in amore. L’amore di un’estate che finirà per segnare entrambi in modo indelebile.

Chiamami col tuo nome, tratto dal romanzo omonimo di André Aciman e trasformato in sceneggiatura da James Ivory (Camera con vista), nelle mani di Luca Guadagnino (Io sono l’amore e A bigger splash) diviene un’opera delicata e raffinata dal sapore internazionale, come pochi registi italiani riescono a realizzare. Una cinepresa mai invadente segue le calde giornate estive dei due protagonisti crescendo con loro e con il loro sentimento. Ma la bellezza della storia non è solamente nel racconto pudico di un amore, quanto piuttosto nel come quest’amore viene vissuto dalla famiglia: i genitori di Elio, solo apparentemente distaccati, sono invece quanto di più presente e vivo ci si possa augurare dalle persone che più ti stanno vicino. Vero che siamo all’interno di un ambiente colto (in famiglia si parla inglese, francese e italiano) e tollerante, ma la comprensione (o anche solo il muto assenso) sono qualcosa di più.

E’ un bel film Chiamami col tuo nome perché riesce, allo stesso tempo, ad essere qualcosa di molto moderno e originale ma anche un omaggio al cinema (Antonioni, in primo luogo) e alla letteratura del passato (Le storie ferraresi di Giorgio Bassani). Ed è bello perché è un’opera che finalmente permette a Luca Guadagnino, a oggi più apprezzato all’estero che da noi, di esprimersi in modo maturo, mettendo in evidenza tutto il talento di cui dispone.

My generation

“Crescendo a Londra io e i miei amici eravamo abituati a sentire i nostri genitori parlare dei bei vecchi tempi. E noi ci chiedevamo che cosa ci fosse di bello in quei tempi”. La riflessione che apre il documentario My Generation la fa Michael Caine, attore simbolo dell’Inghilterra e dell’intero movimento della rivoluzione culturale degli anni Sessanta denominato Swinging London.

“La mia generazione – racconta sempre Caine – è stata la prima che ha visto la classe operaia protagonista. Fino a quel momento nel Regno Unito vigeva una netta separazione di classe che, per esempio, non avrebbe mai permesso a un attore con il mio accento cockney di poter avere un ruolo da protagonista”.

E, grazie al cielo, il regista di Zulu, che segna il debutto di Michael Caine, inglese non era e così ogni pregiudizio cadde di fronte al talento di uno dei migliori rappresentanti del cinema britannico. “Il mio vero nome è Maurice Joseph Micklewhite, decisamente poco cinematografico – continua l’attore – Così decisi prima di chiamarmi Michael White, poi quando scoprii che esisteva già un attore con lo stesso nome decisi di cambiarlo. Dovevo fare in fretta perché il mio agente premeva al telefono. Ero in Trafalgar Square e mi girai verso i cartelloni di una sala cinematografica dove proiettavano Gli ammutinati del Caine e decisi di prendere quel cognome. Se avessi guardato dalla parte opposta probabilmente mi sarei chiamato Michael La carica dei 101”.

Ma è la voce di Caine, oltre la sua innegabile ironia, a guidarci dentro i rivoluzionari anni Sessanta. Anni che Caine visse da protagonista insieme a tanti altri personaggi di quegli anni: i Beatles, i Rolling Stones, la modella Twiggy, la cantante Marianne Faithfull, oltre altre icone creative come Mary Quant, David Baily, Brian Duffy. Londra era il centro del mondo. La moda, la musica e l’arte nasceva lì e in quel periodo era difficile vedere in giro “gente che avesse più di trent’anni”. La Swinging London era un’esplosione di inventiva con un lato nero nascosto e che ne decretò la fine rapida come la sua deflagrazione.

My generation è un bel documentario piacevole e ritmato, anche se non particolarmente sorprendente. Certo, rivedere alcuni dei protagonisti di quegli anni meravigliosi e unici fa sempre piacere, ma – a parte qualche divertente aneddoto sull’esordio dei Rolling Stones o su come Nureyev non sapesse ballare il twist – grandi novità non vengono rivelate e alla fine tutto appare solamente come il sunto di quel saggio ampio che avrebbe potuto essere.

ALLA RICERCA DI VAN GOGH

Il lavoro ha un’anima. Anche quando sembra che tutto e tutti paiono dimenticarlo (o fartelo dimenticare) l’essenza dei propri sforzi ha il sopravvento. E non è solo questione di etica del lavoro, ma qualcosa di più profondo, che ci fa chiedere quanto di noi ci sia in tutto quello che facciamo.

La domanda se la pone Zhao Xiaoyong, ex contadino divenuto pittore che lavora nel quartiere di Dafen, della metropoli cinese di Shenzhen, dove un vero e proprio esercito di pittori riproduce senza sosta i quadri di Van Gogh. Riproduzioni esatte che il mercato internazionale richiede in grandi quantità per finire poi venduti all’interno degli shop da museo e nei negozi di souvenir. Un esercito di operai del pennello e del colore a olio che dipingono ritratto, nature morte e paesaggio senza mai aver visto l’originale. Zhao Xiaoyong questo lavoro lo fa da vent’anni, ci mantiene la famiglia e da lavora a sua volta a tanti altri pittori più giovani. E per l’uomo è arrivato il momento di andare alla scoperta della persona con la quale trascorre tutta la giornata. Insieme ad altri quattro amici parte per Amsterdam per entrare al Museo Van Gogh e vedere da vicino le opere che ha riprodotto per una vita. Ma il viaggio in Europa (che lo porterà anche ad Arles e a Parigi) è la storia di una scoperta: sia quella dell’anima di un artista e della sua opera, sia quella di sé nella scoperta dell’arte.

Alla ricerca di Van Gogh di Yu Haibo e Yu Tianqi Kiki, nelle sale italiane dal 15 gennaio, è un docu-fiction che parla di uomini e di una società sempre più in crisi d’identità: quella cinese e quella europea. Tanto che il viaggio alla scoperta dell’artista olandese diviene la perfetta metafora per la rappresentazione del tentativo di non perdersi in un mondo che solo apparentemente pare accorciare le distanze tra le persone.

Narrato con un tono forse troppo didascalico, Alla ricerca di Van Gogh ha nella fotografia pulita e netta l’elemento più brillante. Oltre un’onestà di fondo che gli fa onore.