Un App per Locarno67

La decisione è arrivata tre anni fa: diventare un festival verde e abbattere il muro di carta che giornalmente finiva inevitabilmente per intasare i cestini di Locarno. I passi immediati sono stati il potenziamento delle informazioni on line, con news via smartphone fino all’accredito con il codice QR (quel logo caleidoscopio che permette la lettura delle informazioni). Non solo, le dimensioni dei programmi cartacei si sono drasticamente ridotte, così come quelle dell’indispensabile catalogo.
Ma chi vive un festival del cinema sa bene che il conflitto più grande è dato dalla quantità smisurata degli eventi proposti, la cui proiezione cartacea ne era la più diretta e immediata conseguenza. Quindi bisognava trovare un modo per mettere lo spettatore nella possibilità di gestire al meglio tutti gli appuntamenti che ogni giorno, ogni ora, vengono proposti in manifestazioni di questo tipo. E tre anni fa venne creata per la prima volta un’applicazione per smartphone completamente dedicata al festival.
Sviluppata da Swisscom, uno degli sponsor storici, l’applicazione è semplice e immediata nella sua divisione per sezioni principali: Programma completo del festival, con trame dei film e trailer collegati; Pardo Live, con gli avvenimenti continuamente aggiornati secondo le esigenze e MyProgram, la possibilità di crearsi un programma personalizzato, scegliendo film, orario e sala di proiezione tra quelle proposte.
Non solo, dall’anno scorso, si può anche votare direttamente via smartphone anche il film appena visto in Piazza Grande e che, alla fine della manifestazione, permetterà di assegnare il Prix du Public all’opera più votata (ogni giorno, inoltre, vengono estratti anche premi tra gli spettatori votanti). Un’altra sezione importante è quella che riguarda le mappe: vero che Locarno è piccina, ma il Festival è spalmato un po’ dappertutto (il più è concentrato attorno al Forum Fevi, ma sale e ritrovi possono anche trovarsi a tre chilometri di distanza l’uno dall’altro), e avere informazioni chiare su come raggiungere la sala giusta diventa fondamentale. Sopratutto quando hai i minuti contati.
Veloce, chiara e leggera ha uno dei suoi pregi nell’esaltare l’internazionalità del festival: quattro lingue a disposizione tra italiano, inglese, francese e tedesco. Le lingue ufficiali del festival.

Qui la versione per iOS (sia iPhone sia iPad):
https://itunes.apple.com/us/app/festival-del-film-locarno/id892768114?mt=8

UNA BANDA DI IDIOTI

“Quando viene al mondo un genio autentico, lo si può riconoscere dal fatto che gli idioti fanno banda contro di lui”. Lo disse Jonathan Swift e fu l’ispirazione prima per John Kennedy Toole per scrivere il suo unico romanzo: Una banda di idioti.
Il libro lo comperai alla fine degli anni Novanta. In pratica fui costretto a prenderlo perché Andrea, il mio libraio di fiducia, mi disse che non mi avrebbe più salutato se non lo avessi letto. In effetti, ora ci vediamo un po’ meno. Sì perché il libro lo presi ma lo misi da parte, distratto da altro. Ieri il “ragazzo” è saltato fuori da una pila di altri libri e ha reclamato l’attenzione. Ho cominciato a leggerlo e tra un paio di giorni dovrò chiamare Andrea per chiedergli scusa. È un libro bellissimo in cui amarezza e divertimento si mescolano alla perfezione. In cui ogni personaggio ha una dimensione ben definita e ti sembra di averli a fianco per tutta la lettura. Un libro che ha dietro una storia che sembra la storia stessa del romanzo.
John Kennedy Toole era un insegnante di storia medievale che morì suicida a soli 32 anni. Una sera decise di non spegnere il motore dell’auto, dopo averla posteggiata in garage, ma neanche di scenderci. Lo trovarono morto asfissiato la mattina seguente. Era il 1969. La madre un anno dopo, sistemando la casa, ritrova una copia carbone di un manoscritto del figlio. Lo legge e lo trova meraviglioso. Ci impiegherà quasi nove anni, dopo aver bussato a decine di case editrici, a farlo pubblicare. E nel 1981 il buon John vince il Premio Pulitzer come miglior romanzo. Ci vollero l’amore e la costanza di una donna e la lungimiranza di uno scrittore, Walker Percy, perché questo libro potesse essere letto.
Ma le storie attorno a Una banda di idioti diventano ancora più intriganti quando si va a leggere la sua vita cinematografica. La sceneggiatura è già tutta praticamente scritta nel libro, perciò non dovrebbe essere difficile ricavarne un film. Eppure, sinora nessuno vi è ancora riuscito. Il primo a tentarci fu Harold Ramis, il regista di Ghostbuster, giusto un anno dopo l’uscita del libro. Ignatius J. Reilly, l’ingombrante e assoluto protagonista della storia, sarebbe dovuto essere John Belushi. Ma il vecchio John vide di farci uno scherzetto e si fece di cocaina fino a schiattare. Qualche anno più tardi ci riprovarono chiamando a recitare la parte John Candy, il canuomo di Balle spaziali, e Chris Farley. Entrambi morti uno dopo dopo l’altro. Si diffonde così la leggenda che il film sia maledetto.
Negli anni Novanta Stephen Fry ne scrisse una sceneggiatura, poi nel 2008 fu la volta di Stephen Soderberg a farne un adattamento. La parte questa volta sarebbe dovuta toccare a Will Farrell. Ma anche questo progetto è naufragato e Will continua a recitare beatamente.
E voi? Dopo averne letto come state?

Il balcone 4/4

L’estate all’epoca cominciava con la partenza per la Liguria verso l’albergo dove avremmo passato tre settimane. Una pensioncina tranquilla a pochi metri da un corso d’acqua perennemente asciutto e comunque non distante dal mare. Tra gli ospiti dell’albergo quell’anno arrivò una famiglia torinese composta da due genitori anziani e il figlio trentenne, Umberto. Non essendoci altri della sua età e non essendo lui particolarmente brillante (pensandoci ora il ragazzo doveva avere non pochi problemi), Umberto giocava con noi. Era il nostro capo grande, il genitore che avremmo voluto partecipasse ma non c’era mai. Una sera andò al cinema e la sera seguente ci raccontò quello che aveva visto. La storia era quella di un uomo che viveva in una bara durante il giorno e la notte usciva per andare a succhiare il sangue a giovani donne. Si chiamava Dracula e raccontandolo, al primo buio della sera, si preoccupava anche di interpretarne le parti. Tanto che al culmine del racconto riuscì a infilarsi in bocca una finta dentiera con i famosi canini appuntiti e spaventarci tutti. Se non sono morto quella volta, poco ci è mancato. Ho sperato morisse Umberto, invece, ma non accadde. In compenso due anni più tardi la compagnia di giovani con i quali Umberto aveva cominciato ad uscire, gli fece uno scherzo crudele: inscenarono un finto rapimento con tanto di riscatto e intervento della polizia. Al momento del rilascio davanti l’entrata dell’hotel, lo trovai piangente e con i calzoni tutti bagnati dal piscio. La memoria andò al quel cazzo di Dracula che mi levò il sonno per settimane e non riuscì ad avere pietà e risi di lui insieme a tutti gli altri che di quello scherzo ne erano stati i fautori.
La fila per il biglietto d’entrata scorreva verso il volto di Dracula, quello indemoniato di Linda Blair, il buio, le urla, il piscio nei pantaloni. Antonella che mi tiene la mano e io… io che la lascio e scappo.
Oggi Antonella vive con la sua compagna e mi pare abbiano anche una bimba, Zampogni ha aperto una pizzeria, la domenica va a vedere il Milan e fino a qualche anno fa trascorreva le partite spalle alla porta guidando i cori degli ultras. La casa di mia nonna è stata venduta. Io non ho ancora visto L’esorcista.

Il balcone 3/4

Su consiglio di Pulvirenti, Zampogni e Viganelli erano andati in quei giorni al cinema a vedere L’esorcista. Il film, horror epocale attorno al quale erano sorte storie mitiche (si narrava di svenimenti, di persone che lasciavano anzitempo la sala terrorizzate, di interventi della Croce Rossa durante la proiezione), era l’oggetto del desiderio per chiunque. Soprattuto per noi che non avevamo ancora l’età per poterci entrare in quella sala. Zampogni e Viganelli millantarono la maggiore età e riuscirono ad entrare. La mattina seguente trascorsero ogni singolo minuto della giornata a raccontare il film a noi piccoli in ogni minimo particolare. A distanza di anni, devo ammettere, che il racconto fosse effettivamente vivido, le immagini forti catturarono l’immaginazione e loro seppero trasmettercela con la stessa intensità. All’epoca mi ricordo che mi bevvi il racconto a bocca aperta e poi a casa, solo nel letto, la notte mi proiettai il mio film mille e mille volte. Linda Blair viveva al mio fianco, la sua faccia sì trasfigurava non appena chiudevo gli occhi, i crocifissi di casa si animavano, fiotti di vomito verde allagavano le lenzuola. Un incubo. Notti insonni e adolescenza minata alla base ancora prima di iniziare.
Quella primavera tra le luci e i suoni delle giostre, il terrore di riattivare ogni paura combattuta strenuamente, notte dopo notte, nei mesi precedenti entrando in quel Tunnel si palesò davanti a me. La mia ragazza voleva dividere i suoi primi brividi con me, mentre io non avrei voluto mai più conoscere la paura di trovarmi solo con le mie paure. Il baraccone con le macchinine in fila pronte a immergersi nel buio era il davanti a noi. Antonella fremeva, io pure anche se per sentimenti diversi. Luci, suoni, grida, una risata stridula. La figura di un vampiro pronto ad accoglierti nel suo antro. No, il vampiro no. Non l’avrei retto. (Continua)

Dove faccio anche il giornalista

Mi piace il festival di Locarno e mi piace anche la sua conferenza stampa milanese. La prima cosa è facilmente spiegabile, per la seconda non basta il buffet finale a farne una ragione. Ma mi piace e ogni anno cerco di esserci. E così anche questa volta. Mi vesto da giornalista, vado, ascolto, scrivo e assaggio il buffet, altrimenti che giornalista sarei?
IL RESOCONTO
I numeri che accompagnano un festival del cinema sono sempre impressionanti e solo leggendoli si ha la reale dimensione del lavoro, dell’impegno, che stanno dietro dieci giorni di manifestazione. Oltre 3500 film visionati, tra corto e lungometraggi, per arrivare a circa 150 selezionati (100 lungometraggi e 50 corti) e un investimento di 12 milioni di franchi svizzeri (circa dieci milioni di euro): non male per un festival che solo chi non lo vive da dentro continua a considerarlo “piccolo”.
“Sarà un festival sorprendente – dichiara un tranquillo e soddisfatto Carlo Chatiran, giunto al suo secondo anno di direzione -, soprattutto nel concorso si incontreranno opere che potranno lasciare un segno. Da una parte troveremo film che si affidano al potere affabulatorio del racconto, dall’altra registi che lavorano sulle tracce sparigliate di una narrazione che è già accaduta”.
Effettivamente, la formula proposta da Chatrian già lo scorso anno, quella di leggere il cinema del passato per comprenderne presente e futuro, risulta sicuramente efficace. Infatti, nel concorso troviamo registi affermati come Pedro Costa, Paul Vecchiali o Martin Rejtman, a fianco di giovani promesse come Alex Ross Perry (il nostro preferito già dal suo esordio due anni fa con The color Wheel e nome da segnarsi sul taccuino. E non dite poi che non ve l’avevamo detto), Eugene Green o l’italiano Bonifacio Angius.
Questi ultimi due rappresentano anche il nostro paese al festival: Angius, sardo, con Perfidia racconta l’Italia di oggi attraverso una storia di incomunicabilità tra un padre e un figlio. Green con La Sapienza, un coproduzione tra Italia-Francia, prova a guardare al nostro Paese attraverso l’arte e le opere del Bernini. Sempre per ciò che riguarda l’Italia, da segnalare anche La creazione di significato di Simone Rapisarda (racconto sull’esperienza partigiana tra le Alpi Apuane) nella sezione cineasti del presente; Amori e metamorfosi della regista italo-israeliana Yanira Yariv nella sezione Signs of life; e Sul vulcano (vita e trasformazione della realtà attorno al Vesuvio) di Gianfranco Pannone tra i film Fuori Concorso.
L’Italia poi quest’anno avrà l’onore di essere al centro della retrospettiva. “Negli anni precedenti abbiamo dato spazio alla storia del cinema americano – ha affermato il direttore Chatrian – permettendo un rilancio del nuovo cinema statunitense. Speriamo che lo stesso avvenga con la presentazione della storia della casa cinematografica Titanus, la prima che abbia saputo mescolare cinema d’autore e cinema popolare, segnando tanti momenti importanti del cinema italiano”. Il culmine della retrospettiva (che da settembre girerà a Torino, Bologna e Roma) si raggiungerà con la proiezione in Piazza Grande della copia restaurata de Il Gattopardo, uno dei suoi successi internazionali più fulgidi.
Altro riconoscimento importante l’Excellent Award che verrà assegnato a Giancarlo Giannini, ospite al festival. Tra gli altri ospiti della rassegna Jean Pierre Laud, attore feticcio di Truffaut, che arriverà a Locarno,per festeggiare i suoi 70 anni e ricordare il trentennale della morte del grande regista francese; Juliette Binoche, Mia Farrow, Dario Argento, Melanie Griffith, Jonathan Pryce e Jason Schwartzman.

Il balcone 2/4

Allora, dovete sapere che nella mia classe di prima media eravamo quindici provenienti dalle scuole elementari e altri quindici ripetenti, alcuni pluriennali. La scuola aveva organizzato le cose per bene e mantenuto la divisione sociale proprio come i tempi la rappresentavano: il meglio (che oggi è tutto da discutere cose fosse meglio o peggio) nelle prime sezioni, la feccia, i paria, i reietti, i figli delle nuove classi in ascesa, quelli che vent’anni dopo sarebbero diventati leghisti, che avrebbero preso il potere e non avrebbero saputo che farsene, tutti raggruppati nella seconda parte dell’alfabeto. La mia classe di prima media era la prima M, nella seconda parte dell’alfabeto scolastico, tutta rigorosamente maschile. Che a pensarci oggi sembra di leggere le cronache del medioevo: al piano terra i maschi, al primo piano le femmine. Intervallo a metà mattina sfalsato di dieci minuti, uscita contemporanea: cioè praticamente una tortura per gli ormoni e per fantasie non ancora alimentate dal porno libero.
Nella prima M il capo era Pulvirenti. Nel giro di sei anni sarebbe diventato campione italiano dei pesi leggeri e quattro anni dopo il titolo avrebbe scontato due anni in carcere per percosse a un pubblico ufficiale. Per noi all’epoca era Dio.
Alla sua destra Zampogni: un metro e ottanta per ottanta chili. Un orco buono dalla faccia paffuta di dodicenne, ma pur sempre orco. Non avrebbe fatto male a nessuno e non credo lo abbia mai fatto in tutta la sua vita, ma averlo dalla propria parte rappresentava bene il potere acquisito.
Alla sua sinistra Viganelli, segantino, con un ciuffo sempre a coprirgli metà viso e un fare untuoso. Ci aveva provato con una supplente poco più che ventenne, facendola diventare rossa e costringendola ad andare dal preside a riferire l’accaduto. Da quel momento era assunto a fianco del capo. Alla fine delle medie avrebbe smesso di studiare e sarebbe andato a lavorare alla Centrale del Latte della città. Ancora oggi quando ci incontriamo, mi saluta dal camion e mi chiede della mia vita sessuale. In realtà fa solamente un gesto con la mano sinistra fuori dal finestrino, ma la sintesi è sempre stata una delle sue qualità. Sotto la triade, tutti noi altri. (Continua)