Dove pensi di parlare di Clint Eastwood e finisci in vacca

Mi hanno detto: “guarda l’ultimo è un Eastwood minore, si può anche saltare”. Penso, ma se mi sono andato a vedere la Rohrwacher, potrò ben rischiare con uno dei miei vecchi preferiti. Prendo la mia macchinina, mi faccio i 13 chilometri di prammatica per chi abita in provincia e vuole andare al cinema e non appena entrò nella multisala sbrocco. È vero che gli anni Sessanta e Settanta con grandi sale eleganti sono finiti da un pezzo. Al loro posto vi sono catene in franchising, supermercati, sale bowling o parcheggi. Nel migliore dei casi, vedi l’Odeon di Milano, sale smembrate e sminuzzate in tante porzioni. Le piccole sale per gli appassionati si sono ridotte a circoli privati di carbonari, nelle quali si entra alla spicciolata, a volte a testa bassa, quasi vergognandosi. Neanche si entrasse in un cinema a luci rosse, che tra l’altro manco più questi esistono. Ma oggi, per andare a vedere un film ci si deve mettere nello stesso stato d’animo di chi decide di portare i propri figli a Gardaland: le multisala – a qualsiasi gruppo di proprietà appartengano – sono un parco divertimenti, un megadistributore di cibo spazzatura, una sala giochi psichedelica e, solo accidentalmente, sala cinematografica. A noi periferici questo ci tocca. E piuttosto che un dvd consumato tristemente davanti uno schermo mai abbastanza grande, allora anche la multisala torna buona. Perché tanto a un certo punto le porte si chiudono, le luci si abbassano e il film comincia. E allora è il cinema a tornare protagonista nella sua grande bellezza. Siamo nel New Jersey, primi anni Cinquanta. E la scelta è tra vivere una vita operaia o finire in galera con l’accusa di furto. Ecco, magari si hai un po’ di talento potresti arrotondare cantando nei nightclub, se poi di talento ne hai tanto potresti trasformare il tuo cognome da italoamericano di seconda generazione da Castelluccio in Valli e diventare un cantante di successo.
Il nuovo film di Clint Eastwood, Jersey Boys, è un altro piacevole affresco del mondo in cui il nostro è cresciuto, ne ha respirato l’aria e le arie, ha amato e vissuto la vita. La storia di Frankie Valli e dei Four Seasons è la storia stessa di quella parte d’America che ha creduto nel riscatto, che ha messo a disposizione il proprio talento e dalla vita è stata riconosciuta e premiata. Erano tempi così, dove chi sapeva fare una cosa bene, la faceva e ne era premiato. Strano no? Tra il ritratto d’epoca, tra il film di strada alla Scorsese e il musical, Eastwood non spreca un solo centimetro di pellicola dipingendo una storia che probabilmente non lascerà un segno nel cinema, che che ci fa ricordare in ogni momento quanto sia bello essere in una sala cinematografica, vivere le emozioni dei protagonisti, ascoltando belle canzoni. Poco?

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