ELMORE LEONARD: basta il nome

Mi sto leggendo Rayland, l’ultimo di Elmore. Ultimo per davvero. Perché Elmore l’anno scorso se ne è andato
Elmore Leonard non è uno di quei nomi che quando lo senti ti viene d’istinto d’alzarti dalla sedia in segno di rispetto. E forse non gli sarebbe nemmeno piaciuto che lo si facesse. Ma quando prendi in mano uno dei suoi libri e cominci a leggerlo, allora ti sembra di conoscerlo da sempre e vorresti averlo accanto per battergli una mano sulla spalla e dirgli quanto bravo sia. I personaggi non sono mai banali, i dialoghi serrati, lo sfondo quell’America che sai che esiste ma che ogni volta ti stupisce sia così.
La produzione di Leonard si divide in due parti, proprio come una volta i film al cinema: il primo tempo un lungo racconto western, il secondo un magnifico romanzo poliziesco di quelli che non riesci a smettere di leggere neanche se intorno ti brucia la casa. A 26 anni, dopo che la vita ha cominciato a darti materiale per i tuoi futuri biografi, Leonard inizia a scrivere racconti western e ne piazza su decine di riviste (Einaudi, che dall’inizio del 2000 ha cominciato a ripubblicare tutto il suo materiale, ha raccolto la sua produzione di genere nel volume Tutti i racconti western). Intanto il cinema, sempre alla ricerca di belle storie, ha trovato dove saccheggiare e allora ecco Quel treno per Yuma, Hombre e Io sono Valdez. A questo punto siamo alla fine degli anni Sessanta e le storie di cow boy e indiani piacciono sempre meno. Allora il nostro cambia genere e si lancia sulle crime story. Il primo titolo, Il grande salto, si narra che venne rifiutato da più di 80 case editrici prima di trovare quella giusta che lo pubblichi. Ma il successo arriva solo qualche anno dopo con Glitz-Casino: il libro piace a Stephen King che lo esalta su una rivista specializzata e permette al mondo di conoscere uno degli scrittori più grandi di sempre. Il Dickens di Detroit, come lo soprannominò Martin Amis qualche anno dopo. Un successo chiama un altro: La scorciatoia, Jackie Brown, Chili con Linda, fino a Rayland.
Nel mondo di Leonard i cattivi non sono mai completamente tali e spesso sono veri e propri idioti. Neanche i buoni se la passano bene e, per cavarsela, devono chiedere aiuto alle donne. Nel suo mondo non c’è spazio per i fronzoli e i dialoghi ne sono lo specchio primo: veloci, brillanti, acuti, sarcastici, delle pallottole di parole che perforano la pagina e si stampano dritte nella testa. Le storie poi sono quelle che potresti leggere distrattamente nelle pagine di cronaca nera di qualsiasi metropoli statunitense, ma nelle sue mani smettono di essere semplici storie di carta, per divenire una creatura di carne e umori.
Vabbè oggi Elmore Leonard non c’è più, ma ci rimangono i suoi personaggi, i tanti romanzi e la speranza che un pezzetto del nostro paradiso venga abitata da persone così.

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