Io, io, io e le altre 3/4

E a me sta sequenza passava veloce nella testa mentre salutavo l’Alessandra matematica e baciapile. Perché brutta era brutta, niente da dire, ma provare a rimetterle le mani addosso dopo un sacco di tempo sarebbe stato proprio un bel tuffo nel passato.
Bruttina era anche Dora. Era di Lecco e l’avevo conosciuta a una cena organizzata da Adriana, una mia compagna di Università. Ci avevo provato con Adriana, senza forzare, e mi era andata male. Così non avevo insistito. Mi piaceva perché era sfuggente. In realtà il suo nome era Eva, ma non le piaceva così aveva scelto di farsi chiamare Adriana. E già a me sta cosa era piaciuta un sacco, poi però non aveva funzionato: un film, una pizza e alla fine lei che scende dalla macchina senza esitazioni. Grazie per la bella serata, ci vediamo in facoltà. Il film non era granché, sarà stato quello.
Comunque, siamo a sta cena e Adriana-Eva ha invitato alcuni amici comuni e qualche conoscenza personale. Niente di nuovo, funziona così. Immagino che anche Iddio creatore abbia pensato a una strategia di questo tipo per mescolare le cose. Quindi a noi non rimane che replicare pedissequamente. I conoscenti partono parlando tra loro e i nuovi rimangono ai margini, poi parte la mescolata e alla seconda birra si è creato un nuovo gruppo perfettamente omogeneo.
Dora ha l’apparecchio in bocca, fuma Malboro e veste male: giuro che non credo ci possa essere combinazione peggiore. Dimenticavo, il tronco è tutt’uno col sedere e il seno inesistente. Ma ha gli occhi belli.
Ed è gentile. Premurosa, affabile, dolce e improvvisamente il busto diventa quello di una vespa, il seno quello di Demi Moore dopo l’operazione e il sedere quello di Nadia Cassini. Siamo in piedi sotto la riproduzione di un Mirò e lei mi parla della cartoleria di famiglia che si trova a gestire. Avrebbe voluto studiare, fare l’università come noi, magari giurisprudenza, ma il papà è morto e la mamma da sola la cartoleria non la riesce a portare avanti. Ci lavoro da un anno e già mi sono affittata una casa da sola. E, insomma, anche se non vuoi ti trovi a fare delle scelte forzate, ma alla fine qualche beneficio l’hai pure. E tu? Vivo in casa con i miei che mi pagano gli studi. E non dico di più, altrimenti il prossimo passo è aprire la finestra e buttarmi di sotto. Sorride, gentile. E poi ancora altre volte, tante altre volte. E io in quel periodo avevo bisogno di sentirmi blandito, coccolato. Più di altre volte. Il primo bacio ce lo siamo dati per strada a Lecco. Sapeva di Malboro. Ho dormito a casa sua una volta, poi lei è partita per le vacanze. Mi ha mollato per telefono con una chiamata alle 2 di notte da un campeggio di Vieste.
Ci sono rimasto male, ma non più di tanto. Gliel’ho fatta pesare, per telefono e anche per lettera (non mail, lettera!), ma giusto perché il ruolo lo richiedeva. In realtà non ci avevo creduto un istante e forse questo si era percepito. Ho ripensato altre volte alla storia con Dora e mi sarebbe piaciuto tornare a Lecco e magari entrare in cartolerie a comperare della carta assorbente, pagare guardandola dritto nei begli occhi e vedere l’effetto che fa. E se non avesse fatto effetto? Lo sai, Alessandra, io sono qui che faccio a pugni con il mio subconscio ma è a te sto raccontando tutto ciò, per mettermi a nudo e darti la possibilità di scappare finché sei in tempo. Perché poi finirei per dirti che te l’avevo detto e non è mai simpatico fare quello che ha sempre ragione.
In realtà in tutto questo viaggio tra i ricordi non so più bene quello che è romanzo e quello che è verità, perché tutto si sta confondendo in un unico racconto in cui quello che mi sarebbe piaciuto vivere si sciroppa al vissuto. E in cui quello che mi piacerebbe raccontare prende il sopravvento. Ma è poi importante ciò?
Probabile. Come sarà importante raccontarti anche di quella volta che la radio per cui lavoravo mi mandò in Bulgaria per un convegno internazionale di emittenti private. Una baggianata finanziata dall’Europa alla quale non si poteva dire di no. Non che avessi meriti particolari, ma ero quello che ancora studiava e aveva un sacco di tempo libero rispetto gli altri. Poi parlavo due parole d’inglese, che non guasta mai. Insomma, parto per cinque giorni in Bulgaria e mi dico che non ho mai avuto una ragazza straniera. Il curriculum non lo richiede, ma mentre ero sull’aereo mi promettevo che, se il volo fosse andato bene, mi sarei impegnato per colmare quel gap. Un fioretto che non credo trovi spazio nella letteratura religiosa, ma che funzionò. Un fioretto rappresenta un impegno che uno si prende, con dio o con se stesso. Ho preferito trattare con me, mi conosco so come prendermi e non m’incazzo se tutto non fila come dovrebbe. Sono tollerante, al contrario di altri… Bastava che uno non mantenesse una promessa assurda che mi andava a scatenare le sette piaghe. Mai fare accordi con un tipo del genere, non sai mai bene come va a finire. Beh, insomma, atterro a Sofia e non mi trovo davanti una bella ragazzona sorridente che mostra un cartello con il mio nome scritto a pennarello blu?
Sofìa è veramente una ragazzona. Alta quanto me, ha braccia da contadina, un seno generoso e un sorriso che illumina il terminal. Sofìa di Sòfia, dopo Marina di Genova dovrò pensare anche a una classifica di nomi di ragazze abbinate alle loro città, chessò una Ginevra svizzera o una Giulia di Udine.
Allora, sta Sofìa mi preleva per portarmi all’hotel e durante il tragitto mi racconta quello che fa. Parla inglese peggio di me e già me la fa stare simpatica, ma sopratutto parla un sacco e ha proprio una bella voce. Bel sorriso, bella voce: è abbastanza. Spiega che è l’addetta al coordinamento dei vari rappresentanti, che la sera saremo ricevuti da una delegazione della città e che dall’indomani mattina ci troveremo tutti attorno a un tavolo per presentare i vari progetti e giustificare i soldi spesi dalla Comunità per mantenere un gruppo di sfaccendati per cinque giorni. Veramente questo non lo dice, ma è la sostanza dell’incontro. Depositandomi mi lascia anche una serie di numeri di telefono, tra i quali quello del suo ufficio. Non si sa mai che voglia chiederle qualcosa.
(Continua)

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