Io, io, io e le altre 4/4

Il progetto era quello di un network europeo tra radio private per promuovere l’attività di quella che, in capo a qualche anno, sarebbe diventata un’Unione Europea. Le riunioni si tenevano la mattina in una saletta riservata dell’hotel. Poi, il pomeriggio e la sera era libera uscita. In realtà l’organizzazione che aveva promosso l’incontro aveva anche organizzato attività parallele, visite ai media locali e anche un workshop su un lago a qualche chilometro dalla capitale. L’inutilità di riunioni di questo tipo ti è chiara solamente quando, in pausa nella tua stanza, ripensi a quello che è stato detto e fatto. Un lavoro che poteva essere svolto in una giornata ben organizzata, finiva per essere dilatato nel tempo. Ma tutti avevamo qualcosa da guadagnare e poco da recriminare e, ammettiamolo, la coscienza di cittadino europea era ancora tutta da formare. Del gruppo dei quindici ero il più giovane, ma non il meno preparato: erano tutti giornalisti e redattori di terza fila, per la maggior parte inutili venditori di parole. Gli unici con i quali mi trovavo a condividere qualcosa erano di una radio privata di Parma, con gli altri solo convenevoli. E poi l’obiettivo era Sofìa di Sòfia.
Difficile ritagliarsi un momento quando lo spazio da condividere è ristretto. Ci si trovava in gruppo, ci si muoveva in truppa, impossibile imporsi. L’occasione arrivò con la trasferta al lago: un alberghetto diroccato tra un centro termale di stampo sovietico e un bosco incolto. Il workshop si risolse in una rapida proiezione di diapositive e il resto della giornata tra i fumi caldi e le bottiglie di snaps. Anzi, snaps, birra, snaps, snaps, snaps e ancora birra, karaoke e ancora snaps. È aprile e poco dopo dopo la mezzanotte ci troviamo, io e Sofìa, a festeggiare il suo compleanno baciandoci sotto la neve. La mia bella ragazzone al sapore di sigaretta, birra e liquore. La storia finisce in meno di ventiquattrore. Sì, ci sarà una coda di qualche telefonata, ma la fine era stata scritta a quattro mani ancora prima di iniziare. Nel report finale racconto solo di Sòfia e non di Sofìa, anche se tra i colleghi della radio sarebbe stato apprezzato. Non da tutti, almeno non da Elena.
Nella vita amorosa non sono tante le occasioni sulle quali costruire il muro del rimpianto. Fosse il contrario, dovremmo passare il resto dell’esistenza sedati dal Lexotan. Le mie si chiamano Roberta e Elena. Finora. La prima risale agli anni delle medie, quando a una festa di fine anno mi aveva letteralmente chiuso in una stanza e chiesto di baciarla e chissà che altro. Roberta era alta, occhi grandi, labbra pronunciate e si muoveva tra noi pulcini orgogliosa del suo seno. Mi sono spaventato e ho gentilmente declinato l’invito. Per tornare a casa ho dovuto attendere che qualcuno raccogliesse le mie ceneri e le consegnasse in un’urna ai miei genitori. Ho sempre pensato che se quella sera avessi detto sì, o anche solo un “perché no”, sarei stato un uomo diverso. Ma al bivio con la perdizione ho preso l’altra strada. Con Elena invece, tutta un’altra storia. Di lei sono ancora innamorato.
Ho il tumulto nello stomaco. Il cuore che batte seguendo un ritmo tutto suo e la mente finisce per diventare autistica e entra in loop. Ecco quello sono io ogni volta che vedo Elena. Lei vendeva e scriveva gli spazi pubblicitari che io riempivo con la voce: praticamente mi faceva da regista di spot radiofonici. Che tradotto significa vivere fianco a fianco in uno studio di duemetriperdue per troppo tempo. Con Elena mi sono messo insieme dopo una sera che siamo andati a sentire Baricco raccontare Novecento e ci siamo lasciati dopo tre mesi per una lite sugli orecchini che indossava. Ci siamo rimessi insieme durante Pulp Fiction e lasciati trenta giorni esatti dopo: aveva reagito stizzita a un mendicante che effettivamente scocciava durante un aperitivo. Potrei andare avanti ancora perché la storia tra me e Elena è fatta tutta così. Male, senza dubbio. E capace di fare male senza soluzione di continuità. Di lei mi piace tutto e più di tutto il profumo. La respiro, m’inebrio, m’affogo e come sempre fuggo.
Hai presente quando ti scende la catena mentre vai in bicicletta? Sei lì, bello tranquillo che pedali, cambi il rapporto, giusto perché la strada ha cambiato un filo la pendenza e improvvisamente ti trovi a mulinare la gambe a vuoto. E più pedali più sei fermo e pure col rischio di cadere. Ecco al mio cervello è scesa la catena proprio nel momento in cui ti ho vista. Il mio fermo immagine: io in piedi sulla porta dell’ufficio e tu che, come una paperina appena nata, segui sotto una pila di faldoni chiunque ti dia qualche indicazione utile. Ti guardo muovere nel tuo primo giorno di lavoro e mi innamoro senza che tu abbia fatto nulla, senza neanche voltarti dalla mia parte. Ed diverso da tutte le altre volte, è una sensazione nuova, è una gioia mai provata prima che mi fa dire che da questo momento non credo voglia più fuggire. Ci credi Alessandra?… Ale?… pronto?

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