PER GIUDICARE LE POESIE

C’è un sistema semplicissimo e pratico per stabilire se una poesia è vera poesia: leggetela distrattamente, meccanicamente, senza il minimo sforzo, addirittura pensando ad altro. Se è poesia di quella buona, state pur certi che qualcosa vi entrerà nel cervello, vi toccherà come una punta. Perché la grande poesia contiene una carica di vita che basta toccarla inavvertitamente per ricevere una scossa. Naturalmente, per una totale comprensione, occorrerà in seguito starci su, leggerla e rileggerla. Ma una sommaria identificazione è facilissima. Come succede per i violinisti, che bastano quattro note per capire se sono grandi o no (mentre i pianisti sono un po’ come i prosatori, prima di esprimere un giudizio, bisogna starli ad ascoltare lungamente e poi pensarci su tre volte).
Dino Buzzati

La foresta di Joe R. Lansdale

Mi piace Lansdale. Mi piace come l’idea che un amico possa suonarmi alla porta e propormi di partire per un’avventura. Così, senza preavviso. Senza metà. Avventura pura. Con Lansdale è sempre così. Fin dall’inizio, dalle allucinanti Notti del Drive Inn a quest’ultimo La foresta. Certo, i toni sono ben diversi – lì si viaggiava a cavallo della fantascienza, qui del western crepuscolare -, ma il gusto dell’imprevisto, dell’avventura appunto, è rimasto sempre lo stesso.
Bastano poche pagine e Jack, il narratore, un ragazzino rosso di capelli (che già pensare a un protagonista coi capelli rossi ci vuole tutta…), è rimasto orfano a causa di un’epidemia di vaiolo, i cattivi gli hanno ucciso il nonno, rapito la sorella e una tromba d’aria ha ribaltato il traghetto col quale stava attraversando il fiume. Fosse un autore normale, con tutto sto materiale ci ricaverebbe almeno un paio di romanzi, invece per J.R. è soltanto la benzina che gli permette di far partire la storia. E sì, perché Jack, sopravvissuto all’uragano, parte all’inseguimento dei cattivi per salvare la sorella. Non da solo, ma in compagnia di un nero grosso come una montagna, un nano colto, una puttana dal cuore grande e uno sceriffo col corpo scritto dalla storia. Ah, dimenticavo, anche di un grosso cinghiale saggio e scaltro.
Con Lansdale funziona così: non stai a farti troppe domande e parti. Di solito funziona, ti diverti, ti emozioni e torni a partire con lui per altre avventure. Perché a Lansdale i suoi personaggi piacciono proprio, le storie che racconta sono quelle che ha sentito raccontare o avrebbe voluto che gli raccontassero quando era bambino. E se questa volta forse esagera sulla caratterizzazione dei personaggi, rendendoli quasi parodistici, il tono di fondo è malinconico: in un mondo che cambia – le auto stanno prendendo il posto dei cavalli, il petrolio ruba i campi al granturco e gli alberi vengono abbattuti solo per avere più spazio – chi rimane sempre uguale a se stesso è l’uomo. E non è proprio una bella immagine.

Dolce far nulla

Un attimo fa ho dato un’occhiata nella stanza
ed ecco quel che ho visto:
la mia sedia al suo posto, accanto alla finestra,
il libro appoggiato faccia in giù sul tavolo.
E sul davanzale, la sigaretta
lasciata accesa nel posacenere.
Lavativo!, mi urlava sempre dietro mio zio,
tanto tempo fa. Aveva proprio ragione.
Anche oggi, come ogni giorno,
ho messo da parte un po’ di tempo
per fare un bel niente.
(Raymond Carver)

Un album

La mia è stata la generazione del dopo. Del dopo ’68, del dopo i Beatles, del dopo gli anni di piombo. E un po’ questo ci ha fatto soffrire, perché tutto quello che facevamo non era mai all’altezza di ciò che era stato fatto precedentemente. Poi nel primo decennio del duemila ha avuto qualche riconoscimento diventando la generazione degli anni Ottanta. Riconoscimento postumo, perché all’epoca mica lo sapevamo. Cioè, in quegli anni non si può dire si stesse male. Una beota inconsapevolezza del declino lì a venire, ma tutto sommato piacevole. Basta non fermarsi a pensare e le cose diventano automaticamente leggere e piacevoli.
Era il 1979 quando uscì Discovery della Electric Light Orchestra e se devo scegliere un manifesto di quel periodo, questo è semplicemente perfetto. La band di Jeff Lynne arrivava da qualche successo nel breve passato (Evil Woman, su tutto) e poco altro. Chi ci capiva di musica diceva che erano una brutta copia dei Beatles, per via dei cori e degli arrangiamenti. Noi del dopo inconsapevolmente li amammo. Amammo i colori, la kitschissima astronave e soprattuto l’anima di canzoni come Shine a Little Love, The Diary of Horace Wimp, Don’t Bring Me Down, Confusion e Last Train to London. Un po’ disco, un po’ rock e un pizzico di funky Discovery venne scritto in meno di due mesi. E tutto da Jeff Lynne, ispirato come non mai. Fu un successo incredibile, mondiale. L’anno seguente gli Elo vennero chiamati a comporre la colonna sonora di Xanadu, film che forse neppure Olivia Newton John, protagonista della pellicola, vide. E gli Elo sparirono. Sono o non sono il manifesto di questa generazione?

Il paradiso sui tetti

Sarà un giorno tranquillo, di luce fredda
come il sole che nasce o che muore, e il vetro
chiuderà l’aria sudicia fuori del cielo.
Ci si sveglia un mattino, una volta per sempre,
nel tepore dell’ultimo sonno: l’ombra
sarà come il tepore. Empirà la stanza
per la grande finestra un cielo più grande.
Dalla scala salita un giorno per sempre
non verranno più voci, né visi morti.
Non sarà necessario lasciare il letto.
Solo l’alba entrerà nella stanza vuota.
Basterà la finestra a vestire ogni cosa
di un chiarore tranquillo, quasi una luce.
Poserà un’ombra scarna sul volto supino.
I ricordi saranno dei grumi d’ombra
appiattiti così come vecchia brace
nel camino. Il ricordo sarà la vampa
Che ancora ieri mordeva negli occhi spenti.
(Cesare Pavese)