Il quesito della Susi 4/4

“Cos’è ti sei accorto ora, dopo trent’anni, che la Susi ti ha spezzato il cuore?”. “Nooo, non l’avete ancora capito che dopo l’ultimo compleanno gli è partito l’embolo della malinconia?”. “Cazzo, stai diventando peggio di Fabio Fazio: tra un po’ parti a cantare i Cugini di Campagna”. La storia della Susi era durata tutto l’inverno e l’estate successiva. Cioè, lei serviva ai tavoli, chiacchierava, a volte ammiccava, ma la cosa finiva lì. Così il gioco e la curiosità dopo un po’ di tempo finirono. Per noi, ma non per il Vince. Lui con la Susi ci stava fianco a fianco tutto il giorno, tutti i giorni. E la testa un certo punto gli era partita. Una sera erano anche usciti insieme e si erano baciati e per il Vince fu il disastro.
Sono gli sguardi spaesati che mi mettono tristezza. Sono sguardi acquosi e spenti, come se avessero già visto quello che potrebbe accadere ad ogni momento della giornata e non avessero più speranza alcuna. Anche la voce cambia, si fa più flebile, un sussurro a volte. Il vecchio al bancone del bar ha dovuto ordinare due volte il caffè perché il garzone glielo servisse. E ora gira lo zucchero con lentezza, come neanche Eduardo in Napoli Milionaria saprebbe fare. È il tempo che non trascorre e quando lo fa ti ritrovi a guardare mani appassite piene solo di ricordi. Un tempo pensavo che sarei stato bravo a riempire tutte quelle ore vuote che mi sarei trovato a gestire. Adesso ho paura che non basterebbero tutti i libri e i film del mondo a riempire il vuoto dell’abisso che ti si spalanca davanti. E allora cerchi di riempire quell’abisso di ricordi, perché cadendo ti faccia meno male. Perché tu possa smettere di cadere senza fine.
“Mi sono venuti in mente la Susi, il Vince e noi in quegli anni” – dico io, ormai pronto a subire la gragnuola di colpi di ritorno. “Ricorda: nessuno guarisce dalla propria infanzia”, cita Luca con aria saggia. “E chi l’avrebbe detta questa? Morelli o Alberoni” “Zerocalcare”. “Azzo, massimo rispetto”. “Ho visto il Vince”, interviene Massimo spiazzando tutti.
Il Vince per la la Susi aveva veramente sbroccato: aveva litigato coi genitori e se ne era andato a lavorare per conto suo. Ma aveva fallito in tutto, con la Susi e col lavoro. Un fallimento dopo l’altro, un fallimento a causa dell’altro. A un certo punto se ne erano perse le tracce. Il fratello ci aveva detto che viveva a Modena e aveva aperto un chiosco alla stazione. Poi, alla morte dei genitori era tornato in città. “Ha aperto un bar a G., ci sono capitato per caso due settimane fa”. “A G.! Cazzo ma le sfighe te le vai a cercare. Hanno appena aperto la circonvallazione, ma chi ci passa più da G.?” “Vero, è un po’ come se aprissi un bar a Radiator Spring, ma prima che arrivasse Saetta”. “Dovremmo passare a trovarlo, comunque”. “Non vuole vederci – dice Massimo con un filo di voce – non vuole vedere nessuno del suo passato. E a G. è andato proprio per questo: per ridurre al minimo la probabilità di incontrare qualcuno che lo conoscesse”.
Si comincia così, forse, quando una delusione arriva più forte delle altre. Magari passi una vita a deglutire storto, poi arriva un boccone diverso dagli altri, non più grosso né più amaro, solo diverso, e a quel punto tutto cambia sapore. Sarà successo così alla vecchia in fila? All’uomo del caffè? Al Vince? Sarà successo così anche al corvo?

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