L’arte di vivere 2/6

Vivo in casa, solo. Un matrimonio alle spalle finito ancora prima di cominciare e una seconda convivenza. Anche questa finita ancora prima di cominciare. Al matrimonio con Carla ci sono arrivato per forza d’inerzia: dieci anni di fidanzamento dovevano portare da qualche parte, si dice così, no? Dopo il primo mese pareva che non ci fosse più niente da dirci, come se tutto fosse già stato fatto nei dieci anni precedenti. E passavamo le giornate seduti uno di fronte all’altra, come in una sala d’aspetto dove non vale la pena cominciare a vivere. Tre mesi così e lei mi lasciava per andare a Londra a specializzarsi. Non ci siamo più rivisti. I fogli per la separazione me li ha mandati via DHL, ma non li ho mai firmati. Sono lì in un cassetto. Poi è arrivata Stella e per lei li avrei tirati fuori quei fogli, ma non ho fatto in tempo. E di lei ora mi sono rimasti solamente un pacchetto di Camel azzurre e il libro di Chabon che stava leggendo. Le uniche cose sue nella mia seconda vita. La prima l’avevo già ridisegnata precedentemente.
Il matrimonio finito mi aveva lasciato un sacco di tempo per il lavoro. E li dentro ci vivevo. Anche 15 ore al giorno. A rimescolare tutto ci pensò il fallimento della Enron e, a cascata, quello della multinazionale per la quale lavoravo. Avevano scoperto che i miei capi non erano quella garanzia così provata nella revisione dei conti e sei mesi dopo la caduta del gigante dell’energia, fu il nostro turno. Entrai in crisi nera. Ci misi un anno e otto mila euro di analisi a capire che stavo sbagliando tutto.
La sveglia della mattina è alle sette. Anche se oramai lavoro in casa, ho mantenuto gli orari rigidi di prima. È vero che mi risparmio un’ora di viaggio, ma mentalmente mi serve per darmi quella disciplina che rischierei di perdere. Bevo una tazza di caffè lungo guardando fuori dalla finestra. Un vecchio cinese come ogni mattina esegue gli esercizi di Pa Tuan Chin nei giardini di fronte casa: movimenti lenti, metodici, ripetitivi. Sono mesi che lo osservo e credo che potrei cominciare anch’io a eseguirli. Ho letto che servono a coordinare respirazione e massa muscolare per ristabilire i giusti equilibri perduti negli affanni quotidiani. Averlo saputo prima mi sarei evitato mesi e mesi di sfibranti monologhi di fronte all’enigmatico psicologo. “Capisco”, mi diceva a intervalli regolari. Capisco un cazzo, fai capire me! Capelli radi al centro e folti ai lati. Maglione a girocollo e cravatta di lana sotto il maglione. Pantaloni a coste, un po’ lisi. Pareva la parodia di un personaggio di Woody Allen, ma alla fine il povero diavolo il suo lavoro l’ha pure fatto. (Continua)

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