L’arte di vivere

Non so mica bene come funziona un blog. Davvero. Pensavo che pubblicare un raccontino a puntate facesse molto scrittore dell’Ottocento. Invece mi si dice che ci si perde nella lettura. Così eccolo completo… Non che sia migliorato nel frattempo…

Non sono bellissime queste cravatte?”. Ecco, questo sono io a vent’anni: ottobre 1984. Universitario con tanto di feluca al primo anno, camicia azzurra, maglione a V e cravatta sotto il maglione. Pantalone grigio cenere e clark ai piedi. Mi trovo davanti alla vetrina del negozio fighetto della città e perdo la vista su delle cravatte a righe, stile college inglese. Ascolto i Depeche Mode e Madonna, leggo Marquez e Buzzati. Beh, non è proprio tutto da buttare.
“È un imprenditore, è ricco, non ha bisogno di rubare come hanno fatto tutti quanti. Se ha fatto andare bene le sue aziende volete che non ci riesca con sto Paese? E poi c’è bisogno di una scossa”. Trent’anni compiuti da poco, elezioni in vista. La gioiosa macchina da guerra non mi aveva poi convinto più di tanto, il tifo per il Milan di più. Sono seduto al bar di fronte a una grande statua con lancia e scudo a proteggere la città. Divanetti in penombra, un Negroni nel bicchiere, i capelli sono cortissimi ai lati delle orecchie e più lunghi nel centro. Vesto in giacca, ma senza cravatta. Jeans slavati e Tods ai piedi. No, qui non si salva niente.
“Ma la rubinetteria non si può avere satinata? Io l’avevo ordinata satinata anche per il bagno di servizio, cazzo!”. È il secondo trasloco in soli tre anni. Primavera del 2004, cammino per la casa ancora da arredare, calpestando un parquet a listoni lunghi, grido nel telefonino Sansung. Ho una polo Ralph Lauren blu su un pantalone caki. Non ho mai tempo per leggere e ascolto Rds. Ai piedi ho delle Church. Niente, manco il parquet salvo.
Sono le sette e trenta del mattino. Il caldo sotto il piumino è piacevole. Provo a estrarre una mano per sentire la temperatura esterna: freddooooo! La caldaia la faccio partire dalle otto: due ore. Stop e altre due ore il pomeriggio. Un’oretta la sera, giusto per rompere l’aria e, se non esco a far serata, mi fiocco sotto un plaid davanti a un film.
Vivo in casa, solo. Un matrimonio alle spalle finito ancora prima di cominciare e una seconda convivenza. Anche questa finita ancora prima di cominciare. Al matrimonio con Carla ci sono arrivato per forza d’inerzia: dieci anni di fidanzamento dovevano portare da qualche parte, si dice così, no? Dopo il primo mese pareva che non ci fosse più niente da dirci, come se tutto fosse già stato fatto nei dieci anni precedenti. E passavamo le giornate seduti uno di fronte all’altra, come in una sala d’aspetto dove non vale la pena cominciare a vivere. Tre mesi così e lei mi lasciava per andare a Londra a specializzarsi. Non ci siamo più rivisti. I fogli per la separazione me li ha mandati via DHL, ma non li ho mai firmati. Sono lì in un cassetto. Poi è arrivata Stella e per lei li avrei tirati fuori quei fogli, ma non ho fatto in tempo. E di lei ora mi sono rimasti solamente un pacchetto di Camel azzurre e il libro di Chabon che stava leggendo. Le uniche cose sue nella mia seconda vita. La prima l’avevo già ridisegnata precedentemente.
Il matrimonio finito mi aveva lasciato un sacco di tempo per il lavoro. E li dentro ci vivevo. Anche 15 ore al giorno. A rimescolare tutto ci pensò il fallimento della Enron e, a cascata, quello della multinazionale per la quale lavoravo. Avevano scoperto che i miei capi non erano quella garanzia così provata nella revisione dei conti e sei mesi dopo la caduta del gigante dell’energia, fu il nostro turno. Entrai in crisi nera. Ci misi un anno e otto mila euro di analisi a capire che stavo sbagliando tutto.
La sveglia della mattina è alle sette. Anche se oramai lavoro in casa, ho mantenuto gli orari rigidi di prima. È vero che mi risparmio un’ora di viaggio, ma mentalmente mi serve per darmi quella disciplina che rischierei di perdere. Bevo una tazza di caffè lungo guardando fuori dalla finestra. Un vecchio cinese come ogni mattina esegue gli esercizi di Pa Tuan Chin nei giardini di fronte casa: movimenti lenti, metodici, ripetitivi. Sono mesi che lo osservo e credo che potrei cominciare anch’io a eseguirli. Ho letto che servono a coordinare respirazione e massa muscolare per ristabilire i giusti equilibri perduti negli affanni quotidiani. Averlo saputo prima mi sarei evitato mesi e mesi di sfibranti monologhi di fronte all’enigmatico psicologo. “Capisco“, mi diceva a intervalli regolari. Capisco un cazzo, fai capire me! Capelli radi al centro e folti ai lati. Maglione a girocollo e cravatta di lana sotto il maglione. Pantaloni a coste, un po’ lisi. Pareva la parodia di un personaggio di Woody Allen, ma alla fine il povero diavolo il suo lavoro l’ha pure fatto.
Ci si mette in posizione eretta, i piedi leggermente divaricati e i talloni vicini, le braccia distese lungo i fianchi, lo sguardo dritto davanti. Poi si fa un passo a sinistra e si piegano leggermente entrambe le gambe. Finita la prima tazza di caffè, mi muovo per versami la seconda. Accendo il computer e metto sul piatto un disco. Oggi i Genesis, quelli con Phil Collins alla voce, però. Il fallimento della società di revisione aveva lasciato le sue scorie, non ultime un tenore di vita che non avrei potuto più mantenere senza uno stipendio di quel livello. La crisi economica si era sommata alla crisi personale e mentre le società chiudevano, sempre più revisori rimanevano senza conti da certificare. Io fui tra i primi a rimanere fuori dal giro. La casa riuscii a venderla in pochi mesi e andai ad abitare in affitto. La macchina era in leasing e lo lasciai scadere senza grandi rimpianti. È straordinario come in un attimo cambino prospettive e priorità. Ora quello che mi premeva era ricominciare e, nel frattempo, sopravvivere. Le cosce vanno parallele al terreno e la schiena dritta. Le braccia incrociate davanti al petto.
Il pc acceso sulla pagina di ebay mi dice che ho ricevuto tre offerte per un vecchio Brionvega in radica: siamo a settecento euro e così la mesata è sfangata. Vendo roba vintage recuperata nelle cantine e nei mercati dell’usato. Non si riesce a credere quanta roba venga gettata indiscriminatamente e abbia invece altre vite ancora da vivere. Io la cerco, la stano, e la riporto a respirare aria nuova. Guadagno circa millesettecento euro al mese, spese ne ho poche e riesco a farla girare. Non penso più a quando guadagnavo almeno sette volte tanto. Non mi importa del prima è l’adesso che vorrei imparare a vivere. Ma sembra che tutto cospiri a rendere ogni passo pesante e incerto. La testa ruota verso sinistra. La mano destra si chiude a pugno e si stendono indice e pollice. Si raggiunge la posizione dell’arciere, come a voler scoccare una freccia verso sinistra. Poi si compie lo stesso movimento nella direzione opposta.
La sede dove si sarebbero svolti i corsi regionali si trovava proprio di fronte all’uscita della stazione. Era una palazzina anni Settanta a tre piani, con la facciata ocra. Tre gradini di granito sbertucciato salivano a una porta in legno con due vetri smerigliati e aprendola mi aspettavo suonasse una campanella, come in una vecchia merceria di paese. Alla reception sedeva una ragazzetta pallida con un maglione giallo, che quasi svaniva stagliandosi contro il muro, anch’esso giallo. Prima mi chiesi mentalmente cosa facessi in un posto del genere, poi a voce mi presentai alla pallida. Alzò e abbassò gli occhi più volte, mi disse flebilmente di compilare un modulo e di salire al primo piano. La direttrice avrebbe presentato i corsi a breve.
Nell’aula al primo piano sono seduti in sette, altri tre sono alle macchine del caffè e parlano tra loro. Probabilmente già si conoscono. Saluto e mi accomodo in seconda fila, vicino a un finestrone che si affaccia sulla piazza della stazione. I tre del caffè si affrettano dicendo che Frau Blücher sta arrivando. Quella che entra è una bionda ultra cinquantenne che sembra Angie Dickinson di Vestito per uccidere alla quale abbiano detto di interpretare la parte di una gerarca nazista. Si presenta e, non visti, i tre del caffè mimano sorridendo dei cavalli imbizzarriti. “I fondi Fse servono a finanziare corsi che permettano di creare nuove forme di lavoratori, per inquadrare sia per giovani alla prima occupazione, sia lavoratori espulsi dal ciclo produttivo e pronti a rientrarvi. Il corso sulla Gestione dell’ambiente e del territorio…”. Una giovane alta e magra irrompe tutta trafelata a interrompere il discorso dell’agente Pepper. “Al solito, Stella… Vai a sederti, va”. E Stella mi siede accanto.
Sostengo il cielo con le braccia. Sono in posizione eretta, i piedi leggermente divaricati e i talloni vicini, le braccia distese lungo i fianchi, lo sguardo è dritto davanti a me.
“Li faccio tutti i corsi, almeno quelli più interessanti cerco di seguirli. Ho voglia di sapere più cose subito – parla piano Stella, scandendo bene le parole come se assaporasse il significato e il suono di quello che sta dicendo. “Non è che ci creda tanto, ma non sto cercando un lavoro. Cerco cose nuove. Storie, sentimenti, persone“. Stiamo bevendo un caffè nella bella piazza della città, affacciati su una serie di portici decorati e lei mi racconta del posto in cui sono capitato e dai cui speravo di ripartire col lavoro. “A te invece mi sa che interessa altro, vero? Questo è un bel posto per trascorrere le mattinate, non per guadagnare qualcosa. Ma chissà che non ti serva”. Ha il viso sereno e un sorriso che sorge spontaneo, che la fa sembrare più giovane dei suoi quasi quarant’anni. Anche i jeans e la Tshirt sotto una felpa verde, contribuiscono. Girandosi a frugare nella borsa mostra un pezzo di un tatuaggio che sporge dal ventre. Si leggono la parola vaso e fuoco. “Ti prego non dirmi che ti sei tatuata una frase di Ligabue”. “No, è di Montaigne. E si ti va di leggerla tutta perché non andiamo a casa mia a fare l’amore?”.
Vive di fretta perché non ha tempo per poter stare al lento incedere delle convenzioni della vita. Ha un tumore che le è partito da una stupida ghiandola dell’ascella destra e adesso si trova un po’ dappertutto. “Forse anche nei muri di questa stanza”. Tele, colori, due sculture astratte, l’abbozzo di una mano in cartapesta, la stanza dove Stella dorme è anche il suo laboratorio, come se non volesse smettere di creare anche nel sonno. È seduta nuda sul letto a fianco di me, sdraiato, e fuma una Camel. Insegnare non è riempire un vaso vuoto, ma accendere un fuoco, adesso si legge meglio. “Mi è sempre piaciuta l’idea di poter insegnare ai bambini. Trasmettere loro la passione per la pittura e la scultura. Ed è quello che stavo facendo prima. Quando non ho potuto più farlo, me lo sono scritto addosso”.
Alzo lentamente le braccia sopra la testa e intreccio le mani con i palmi rivolti verso il basso. Ruoto i palmi verso l’alto e senza piegare i gomiti spingo l’aria.
Dopo qualche secondo torno nella posizione di partenza.

Ricomincio.

nb
La frase più bella del racconto l’ho rubata a Simenon.

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2 pensieri su “L’arte di vivere

  1. Siamo (mi pare) più o meno coetanei e quindi sento il piacere di leggere cose di cui capisco il senso e l’appartenenza. Poiche immagino che tu abbia piacere anche di avere un feedback più tecnico su ciò che scrivi, ti dirò la mia opinione che non è certo la verità assoluta. Penso che sia perlopiù ben scritto anche se forse un editing non leggero renderebbe il tutto più fruibile. So per spesso ci si innamora delle cose che si scrivono ma se posso permettermi di dire credo che dovresti trovare la forza di buttarne alcune che non servono a nulla.

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    1. Grazie Harri. Grazie per l’attenzione e i suggerimenti. Graditissimi. Hai ragione , in realtà il racconto era nato in un modo ed è finito da tutt’altra parte. E nel percorso ha raccattati su di tutto… Il risultato alla fine a me non ha convinto. Ma sto sperimentando, anzi sto usando la scrittura come terapia. Facendo più danni che altro. Non ho grandi velleità, ma finché mi diverto vado avanti. Intanto, ascolto, leggo e imparo.

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