Veronica

IMG_0518.JPGMi chiamo Veronica, come la prima ragazza che mio padre abbia mai amato. Mamma avrebbe voluto chiamarmi Federica o Vanessa, ma papà si era intestardito su quel nome che mamma proprio non capiva. Lei diceva che le ricordava troppo la moglie di un politico di quegli anni, ma papà sosteneva che l’ispirazione gliela aveva data un libro su Veronica Franco, una poetessa del Cinquecento. In realtà Veronica Franco era una ex prostituta che si serviva del sesso per ottenere quella indipendenza che le donne non avrebbero mai potuto avere all’epoca. Io lo so perché sono andata a leggermela, papà invece non l’ho mai visto con un libro in mano. Insomma, mamma mi raccontò che all’epoca la condì su con questa storia e lei si arrese. La verità venne fuori durante una discussione, una delle tante che poi portò alla separazione. Mamma rimase senza parole e fu la prima volta che la vidi incapace di rispondere. Il volto le si fece terreo e una lacrima pesante cominciò a scendere veloce. Poi si chiuse in camera e ne uscì solo il pomeriggio seguente. Io bussavo alla porta, ma lei diceva che voleva continuare a rimanere sola. Papà intanto era uscito sbattendo la porta.
Non so se papà e mamma abbiano divorziato per questo, anche se ho qualche sospetto in merito. Maurizio, lo psicologo della scuola, sostiene che non debba farmi carico di un peso del genere. Ma non è facile chiamarsi come la donna che ha fatto separare i tuoi genitori. Le porte sbattute da papà a quel tempo sono state veramente tante. Almeno una a sera. Finché un giorno decise di uscire e non tornare più. Me lo disse con un sms, che ho cancellato all’istante.

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Il primo giorno di scuola al ritorno dalle vacanze è uno di momenti che preferisco: siamo veramente tutti più belli, sorridenti, abbronzati, anche quell’antipatico del Foiana, con tutti i libri già ben ricoperti, che mi viene voglia di disegnarci sopra qualcosa di osceno. Ma oggi è carino pure lui. Un po’ leccatino per i miei gusti, ma sorride tranquillo. E scopro che ha proprio un bel sorriso. Il Foiana ha quindici anni come me, ma la mamma lo viene ancora prendere davanti a scuola e lui non se ne vergogna. Si pettina con la riga da una parte e si veste come un grande. E poi è sempre pronto in ogni materia, non fa copiare nessuno e quando qualcuno sbaglia lo corregge prima dei professori. Che una volta Baricco, il prof di italiano, gli ha fatto un’occhiataccia che me lo ha pietrificato al banco. In classe dicono che il Foiana è così perché una volta da piccolo ha rischiato di morire e da quel giorno la mamma è diventata sempre più apprensiva e non lo molla un secondo.

Disfagia, si chiama. Di solito accade alle persone anziane, a volte anche ai bambini piccoli. Il cibo non viene assimilato tutto dallo stomaco e entra nei polmoni. E poi è un casino“. Maurizio viene due volte la settimana nel nostro istituto, il martedì e il venerdì, e ogni tanto vado a raccontargli le mie cose. Le prime volte mi vergognavo, anche perché la bidella entrava in classe durante la lezione dicendo che c’era il ‘medico della testa‘ che mi stava aspettando nella saletta. E mentre uscivo mi sentivo piccola piccola e con lo sguardo di tutto il mondo addosso. Poi è passata. Saranno stati gli occhi verdi o la voce bassa e profonda, ma da Maurizio torno sempre volentieri, anche se non ho bisogno di parlare di me o dei miei genitori o del respiro che ogni tanto mi manca. “Sai dicono che il Foiana abbia avuto quella cosa li da piccolo. Dicono anche un sacco di altre cose. Per esempio che ha paure delle cantanti liriche. Si, giuro. Ha paura di quei donnoni che urlano canzoni. Che un po’ lo capisco. No, non è che facciano paura anche a me. Però se fossi un uomo forse me la farebbero”.
“A te cos’è che fa paura, Veronica?”. Funziona sempre così: parlo e faccio discorsi che alla fine mi si ritorcono contro.
“No lo so, tante cose. Gli zombie, mi fanno paura. Il Blue Tornado a Gardaland, le meduse, le cimici. Una volta non sono riuscita a entrare in camera perché tre cimici si erano posate sul letto e nessuno me le toglieva da li. Anche i piccioni quando volano bassi, mi fanno un po’ paura”.
“Ma davvero davvero, cos’è che ti fa paura?”, insiste Maurizio. Mi guardo le scarpe. Le adoro le mie All Star viola. Poi mi guardo le mani. Poi punto lo sguardo dritto negli occhi verdi. “L’amore“.

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Una volta ho letto il racconto di quattro amici attorno a un tavolo che parlano d’amore bevendo gin. Ognuno porta la propria storia: c’è la donna che parla d’amore anche quando racconta del suo ex che la menava e la minacciava. E che alla fine si toglie la vita perché lei aveva deciso di non vederlo più. E poi c’è la storia dei due vecchietti, marito e moglie, che finiscono all’ospedale tutti fratturati dopo un pauroso incidente. I due sopravvivono alle operazione e l’uomo rischia di morire non per le ferite, ma perché, tutto bendato, non riusciva a vedere la moglie. “Ecco, di questo ho paura, Maurizio: che mi accada una cosa del genere: morire per troppo amore. O forse che non possa mai accadere. Cioè, e se nessuno riuscisse mai ad avere dei sentimenti del genere nei miei confronti?”
“Siamo tutti principianti in fatto d’amore”, dice Maurizio.
“Ah, ha, ma allora lo conosci. Lo hai letto anche tu”.
“È uno dei racconti più famosi di Carver. Bellissimo. Mi sembra strano che nessuno abbia ancora pensato di farci un film”.
“E, allora? Che ne pensi?”, incalzo.
“Dico che i protagonisti sono dei quarantenni con una loro vita alle spalle. Storie, sentimenti, paure sedimentate negli anni. Che magari davanti a delle bottiglie di gin possono tornare in gola e toglierti il fiato. Ma tu devi ancora vivere la tua vita. Poi un giorno ti metterai a filosofeggiare davanti a un bicchiere pieno. Magari“.

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Il primo intervallo del primo giorno di scuola arriva quasi improvvisamente. Le ore sono scivolate via tra saluti, chiacchiere e il classico caos da inizio. I prof nuovi si presentano tutti allo stesso modo, inanellando una sfilza di buoni propositi pronti a svanire alle prime nebbie, gli altri fanno un po’ di terrorismo sulle difficoltà del secondo anno. Io scarto il mio panino al gorgonzola, spalle alle ampie finestre con il sole settembrino che mi scalda le scapole. Guardo i miei compagni come fossi davanti alla televisione, dimenticandomi di essere io stessa parte di questo spettacolo.
Pane e stracchino?”, domanda Foiana.
“È gorgonzola“, preciso
Stracchino e gorgonzola non sono la stessa cosa?”
Dipende da dove vivi. Qui al nord potrebbero anche toglierti la carta d’identità se dici ancora una volta una cosa del genere
Ah, ha…belle le tue All Star
“Bello il tuo sorriso”.
Il gin può aspettare.

FINE

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3 pensieri su “Veronica

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