Questa è la mia festa

questa è la mia festa questo è il mio vestito nuovo
questo è il mio martini cocktail e non sarà il solo
e faccio finta di essere convinta di meritarmi un uomo come te
e faccio finta di essere convinta di non avere più nessuna colpa
questa è la mia guerra e questa qui è la mia bandiera
la felicità è una cosa troppo seria
e io non posso più accettare tutto quanto
come facevo un tempo quando bluffavo meglio
e faccio finta di essere convinta di meritarmi un uomo come te
e faccio finta di essere convinta di non avere più nessuna colpa
e faccio finta di essere convinta che l’Universo aspetti solo me
di tutto questo schifo della mia giovinezza
delle medicine posso fare senza
di tutto l’universo delle cose mai dette e dei polsi aperti
amore a me non me ne frega niente
mi è tutto indifferente a me non me ne frega niente
mi è tutto indifferente
http://youtu.be/pCPEzfaSWS8

Annunci

L’essenziale

IMG_0667

C’è stato un tempo in cui anche la Piccola Città in cui vivo ha avuto qualche anelito di vita. Sembra strano visto com’è ridotta ora, con il deserto culturale intorno a centri commerciali e negozi in franchising. Era la fine degli anni Cinquanta e fino alla metà dei Sessanta anche la Piccola Città ha avuto un gruppo di intellettuali curiosi che per un attimo è riuscito a spostare il baricentro dalla Grande Città alla periferia. Un sussulto, appunto, come la reazione di una rana galvanica, ma che per un attimo ha fatto respirare un’aria differente. Poi un lungo coma, vigile, ma sempre coma.

IMG_0664

Da qualche tempo, però, il polso della Piccola Città ha cambiato frequenza. Poco più di una linea piatta, vero, ma qualcosa sta cambiando. E uno dei punti per ripartire potrebbe essere proprio quello che 60 anni testimoniò quell’unica stagione viva.

Al primo piano di un palazzo centrale si trova un bell’appartamento con le stanze a rincorrersi una dentro l’altra e, come arredo, tra bassorilievi e monili antichi, le opere di Samuele Bonomi.

IMG_0669

Cerchi lignei e vasi sferici dominano lo spazio aprendo piccoli ed eleganti squarci temporali. Le linee morbide dei vasi poggiati sfidano le leggi fisiche quasi fluttuando nell’aria e il lavoro antico e paziente di mani e tornio trova così una sua nuova ragion d’essere. I disegni su carta e legno assorbono i colori della stagione, pronti a cangiare secondo il taglio di luce e l’occhio che vi si posa. E l’insieme finisce per disegnare una nuovo tempo, somma di tutte le stagioni.

Arde una primavera senza vita

images

Arde una primavera senza vita,

Annoiato, o sconvolto, io ne scrivo

su carta dove candida persiste

la mia invecchiata adolescenza…

Che ritorno d’incanti, troppo esperti,

nel cuore che s’allarma al vellutato

aleggiare di una fatua voce!

E che memorie innaturali d’acque

estive, che improvviso riapparire

di terribili stelle… Ma non voglio

abbandonarmi.

 

E dunque primavera,

il vespro eterno, l’antro dove danzano

gli elefanti, dove io fanciullo

sento nelle mie nari il mesto aroma

del ramo scortecciato. E basta ancora

– lo so, non lo nascondo – una viola

ai miei vergini imepegni di ragazzo.

La Grande fuga di Alberto

IMG_0660

Era una sera come tante, eri un’idea tra le tante
tanto domani sbagliamo e ci autodistruggiamo
niente di paranormale, mi pare normale parlarsi
mi pare un po’ strano sbagliare dimensione spazio temporale
lascio che il sonno mi porti dove la ragione non ha spazi
per una notte trasformiamoci in materia antigravitazionale

andiamo più veloci, più veloci delle luci della nostra città,
che nella sua mediocrità ci porta in basso a domandarci

chi eravamo noi davanti allo specchio
se c’è una ragione la trovi in fondo al mare
non nei manifesti, o nelle feste in spiaggia
o nelle frasi fatte di un tuo idolo strafatto

era un’estate tra la gente, un tipo di noia tra le tante
tanto domani studiamo e ci destabilizziamo
lascio che la mente mi porti dove la logica non ha spazi
per questo giorno trasformiamoci in sostanza tridimensionale

andiamo più lenti, più lenti del tempo della nostra realtà
che nella sua complessità ci spinge in basso a domandarci

chi eravamo noi davanti allo specchio
se c’è una ragione la trovi in fondo al mare
non nei manifesti, o nelle feste in spiaggia
o nelle frasi fatte di un tuo idolo strafatto.

I Guardiani della Galassia

Se a proteggere la Terra ci sono gli Avengers (no dico, gli Avengers, mica gli Antenati), chi ci sarà a salvaguardare la Galassia? Un procione, un essere silvestre, una reietta, un evaso e un fuoriuscito da un bel film degli anni Ottanta. Insomma, una banda di simpatici cialtroni senza troppe qualità se non quella di saper sempre gettare il cuore oltre l’ostacolo. E con una sana incoscienza che, in certe situazioni, non guasta mai.
images
A capo dei Guardiani troviamo Quill, rapito giovanissimo dalla Terra da una banda di rapinatori che gli hanno insegnato il mestiere. Il nostro lo conosciamo mentre, come Indiana Jones, trafuga una misteriosa sfera, oggetto del desiderio di molti. Ma come spesso accade alle cose preziose, la sfera diventerebbe pericolosa per la Galassia stessa se finisse nelle mani sbagliate. Ovvero quelle di Ronan, il classico cattivo megalomane con tendenza alla distruzione totale. Nell’impresa di evitare il disastro Quill trova il sostegno (ognuno con le proprie motivazioni) di una squadra di ricercati: il procione Rocket, il suo amico Groot, la bella e dannata Gamora e il gigantesco e vendicativo Drax.

Ci sono tanti modi di narrare la fantascienza. Quello scelto dalla Marvel, spesso, segue la strada caciarona e disincantata del racconto sempre in bilico tra il serioso e la parodia. Ma qui, con I Guardiani della Galassia si raggiungono vertici siderali: il gioco di non prendersi sul serio viene eletto a cifra stilistica e il risultato è un film irresistibilmente divertente, spettacolare, vivace e sopratutto mai banale.

L’operazione di affidare a un outsider come James Gunn la trasposizione cinematografica di un fumetto perso oramai nella memoria di pochi appassionati e fanatici, risulta perfetta perché ha lasciato il regista libero di spaziare tra i generi pescando da Guerre Stellari, Indiana Jones, il cinema di Mel Brooks e quello di Joe Dante. La colonna sonora, condita con Marvin Gaye, Jackson Five e David Bowie, poi fa il resto. Se poi gli aggiungi il secondo finale, nascosto dietro gli interminabili titoli di coda, con tanto di comparsata di Howard il papero capisci che I Guardiani della Galassia non è un qualunque pop corn movie, ma un piccolo capolavoro destinato a rimanere impresso nelle cornee per sempre.

Dimentica il mio nome

“Un uomo senza un segreto è un uomo senza identità. E l’unica cosa che hai solo tu, sono i tuoi segreti”.

E’ una volpe rossa ferita che, nel buio di un bosco alle porte di Roma, filosofeggia sulla vita e sulla forza dei ricordi, alzando il velo che fino a quel momento aveva coperto gli occhi di Zerocalcare. A fianco della volpe c’è mamma Elisabeth, la mamma chioccia, la mamma di tutte le mamme, il monte Rushmore delle mamme, quella capace di proteggere, ma anche di nascondere insidie. Perché un lato del monte veglia sulla vallata, ma l’altro versante non lo conosciamo. E spesso quello rimane un segreto, per tutti, anche per le persone più vicine.
Quando accade ciò siamo quasi alla fine di Dimentica il mio nome, ultimo straordinario romanzo grafico di Zerocalcare, e se Zero ci ha impiegato più di 200 pagine prima di svelare il grande segreto della storia, non saremo noi dopo poche righe a rovinare tutto. Quindi torniamo all’inizio e cerchiamo di comprendere come si è arrivati in quel bosco.

IMG_0575
La storia parte con la morte di nonna Huguette e con Zero e Secco, l’amico di sempre, insieme nella casa di nonna alla ricerca di un anello da seppellire con lei. Per Zero è l’occasione di cominciare a guardare indietro e cercare di andare alla scoperta di tanti, troppi, lati oscuri della vita della nonna, che fino ad allora non gli erano mai importati, ma ora, di fronte alla fine assoluta e forse ai rimpianti, diventano una parte fondamentale della sua stessa vita.
Adottata da bambina da una ricca famiglia russa, separata dalla sorelle e data in sposa a un ricco misterioso inglese, nonno Crowley, Mamie-Huguette comincia a vivere una vita avventurosa, come neanche un elegante film degli anni Cinquanta avrebbe potuto immaginare. Per arrivare a un certo punto a Roma, meglio a Rebibbia, e li fermarsi con la figlia Elisabeth a crescere un piccolo Calcare. E qui, come in un cerchio piatto, tutto torna all’inizio della ricerca.

la-copertina-del-nuovo-dimentica-il-mio-nome
Ma Dimentica il mio nome non è solo questo, è tanto altro. E’ un romanzo di formazione di un giovane uomo di trent’anni, è una dichiarazione d’amore per la madre, è un viaggio dentro se stessi alla ricerca delle proprie origini. E’, come sempre e più di sempre, uno straordinario romanzo di uno dei talenti più fulgidi del fumetto italiano contemporaneo. Un romanzo dove si ride e ci si commuove, tanto che alla fine non capisci più perché stai piangendo.