The bling ring

l’ho appena rivisto e sono andato a ripescarlo dal cassetto

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Carlo Marx sarebbe stato molto contento di assistere a un film del genere. Sprofondato nella poltrona avrebbe sgranato gli occhi, si sarebbe dato una grossa pacca sulla fronte e avrebbe detto ad alta voce: “Avete visto che avevo ragione io? Avete visto cosa genera il capitalismo?“. L’ultimo film della Coppola (Lost in translation) deve essere letto proprio come un paradigma dell’adolescenza in un’epoca senza presente e con un futuro da incubo capitalista.

La storia, tratta da un articolo di Vanity Fair (paradigmatico pure questo), è realmente accaduta qualche anno fa a Beverly Hills: un gruppo di adolescenti, ricchi e annoiati, tra una serata in discoteca e un tiro di cocaina, decide di entrare nelle case dei loro divi e vivere qualche momento assaporando un’intimità solo sognata. Dopo aver rubacchiato nella villa di Paris Hilton, la gang passa a visitare quella di Lindsey Lohan, Megan Fox, la modella Audrina. E non si capisce se impressiona più la facilità con la quale si riesca a entrare in case così esclusive, piuttosto che il vuoto spinto che le arreda: tripudio di bigiotteria, montagne di scarpe, rotoli di soldi abbandonati nei cassetti, droghe. La storia è nota e i nostri finiscono presto scoperti e in carcere. Ma non è tanto il finale a fare il film, quanto il procedere indolente e monotono di giorni uno uguale all’altro, la stessa teoria di famiglie assenti, la stessa assenza di personalità.

I ragazzi del Bling Ring sono fotocopie sbiadite degli idoli che rapinano, nipotini stinti della generazione Meno di zero degli anni Ottanta, eredi spiantati delle Mille luci di New York. Ed è brava la Coppola a mettere in scena un dramma tragicomico senza dare giudizi e senza interpretazioni pompose. La storia in tutto il suo tragico effimero è davanti ai nostri occhi e basta lasciarla scorrere per rimanerne affascinati e terrorizzati allo stesso tempo.

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