Nuvole senza Messico

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Mi siedo qui, sono stanco…
La vita, l’universo, tutto quanto…

Sulla sponda del fiume prego il vostro dio
che il prossimo cadavere che passa non sia il mio.
ammiro improbabili prove di volo
paracadute difettosi, fiori rossi al suolo,
è la vita che va, è la vita che va, è la morte che viene
ma è un tenore di morte, un lusso che non mi appartiene.
In fondo alla notte, la fine del viaggio, una vita al di là
del male e del peggio e canto
Nanana nanana nanana nanana nana, nanana nana, per farmi coraggio
E ripasso le due o tre cose che mi fanno stare meglio:
morirti fra le labbra, un sorriso al risveglio…
è la vita che va, è la vita che va, è una piccola morte che
viene,
esercizi di stile che scorrono nelle vene…
.. ..
E chissà quando guarirà questo cuore anoressico
Condannato per l’eternità a girare in tondo, in tondo, in
tondo, in tondo
Che risposte ci suggerirà questo vento dislessico
Che porta con se solo nuvole, nuvole, nuvole senza messico…
.. ..
Nel lento e inesorabile precipitare degli eventi
Quale magia fa ‘sì che si canti:
Volare oohoh volare oohoh
E che poi ci si perda nel blu dipinto di merda
Ammiro gli inutili segni di croce
di chi aspetta la guerra per morire in pace
è la vita che va, è la vita che va, è la morte che viene
è la consolazione del morire insieme
e riciclo parole, riciclo pensieri, riciclo la mia faccia
riciclo un’immagine di te fra le mie braccia e canto
Nanana nanana nanana nanana nana, nanana nana, sotto la doccia
E ripenso alle due o
tre cose che mi fanno davvero:
annegarti negli occhi, rubarti il respiro
è la vita che va, è la vita che va, un’altra piccola morte che viene,
esercizi di stile che
dentro le vene
.. ..
E chissà quando guarirà questo cuore anoressico
Condannato per l’eternità a girare in tondo, in tondo, in
tondo, in tondo
Che risposte ci suggerirà questo vento dislessico
Che porta con se solo nuvole, nuvole, nuvole senza messico…
E che voglia di piangere ho….

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La Kate

L’sms raggiunge Ottavio mentre si trova al supermercato. Nelle mattine di questi primi giorni di estate calda, lo vedi spesso nel reparto freschi. Si piazza li con calma olimpica e aspetta. Aspetta che le clienti arrivino con magliettine leggere e già sudaticce e poi attende che il freddo faccia il suo effetto ai capezzoli. Gli piace così. E anche se più volte gli abbiamo fatto notare che la clientela non è sempre di primo pelo e che forse soffre di un latente complesso di Edipo, lui ribatte che è impossibile, perché sua madre è lesbica. La stessa madre che lo mantiene con la pensione di vecchiaia.

Il trillo ripetuto tre volte dal messaggio sveglia Paolino in piena mattinata e dopo solo due ore di sonno. La notte l’ha passata a scrivere dentro le nuvolette dei fumetti e a inseguire i tempi di consegna perennemente scaduti. Il tempo per lui è relativo: la mattina dorme, il pomeriggio si ammazza di canne e dvd, poi la sera lavora come un matto. O forse no, dipende dai film in dvd. Qualche volta anche dal Nintendo. Esce poco di casa e solo quando lo tiriamo fuori noi. Ha perso il cuore anni fa innamorandosi di Sprayliz, un personaggio dei fumetti, e non si è più ripreso.

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Fabio tiene il telefonino sempre a portata di mano, anche mentre interroga in Università. Ascolta, ribatte e intanto smessaggia, senza soluzione di continuità. Mentre gli arriva l’avviso sta scrivendo il voto sul libretto di un antipatico che gli ha contestato due osservazioni sulla politica fiscale americana dell’amministrazione Bush. E il fatto che potesse avere anche ragione, gli ha fatto girare le palle. Ha inspirato rumorosamente, ha chiesto aiuto a Enrico Berlinguer, suo nume tutelare, e poi ha fatto quello che andava fatto. Voto: 30. Il tutto leggendo e rispondendo al messaggio.

Carlo non sente subito l’avviso dell’sms. Mentre gli arriva sta lavando la macchina di una vecchia ricca vedova che lo ha assunto come tuttofare: cucina, rassetta, la scarrozza in giro e porta i cani a pisciare ai giardini. Sospettiamo che i compiti non finiscano qui, ma lui ha sempre negato. Più per vergogna, che per decenza. Odia il suo lavoro e anche un po’ se stesso, ma un filosofo proprio non se lo prende nessuno di questi tempi e in qualche modo l’affitto bisogna pagarlo.

Io sono il Vince, assemblo e impilo panini imbottiti pronti per essere scaldati nella pausa pranzo. Il mio bar si trova tra una banca e una scuola. Tra poco parte il fuoco di fila delle ordinazioni e avevo poco tempo per sentire tutti e avvertirli del messaggio della Kate.

Caterina Secchi, classe 1973, pur essendo la più giovane del gruppo era quella che riusciva all’epoca ad avere accesso ai fumetti proibiti a noi bambini: Kriminal e Satanik. Suo padre li comperava e li nascondeva in seconda fila dietro l’enciclopedia Conoscere. Quando Caterina scoprì accidentalmente il nascondiglio, ogni volta che ci radunavamo in cortile a giocare ne portava fuori un paio. Poi, tutti e sei ci si infilava sotto l’androne a leggerli. Ognuno esaltandosi a modo proprio, chi per le scollature della ladra, chi per le chine di Magnus. Da li Caterina divenne la Kate.
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Figlia più di tutti noi del suo tempo, la Kate attraversò gli Ottanta e Novanta provandole davvero tutte: Interrail, Erasmus, vita in una comune utopica femminista, casa-lavoro in un kibbutz. Assaporava avida la vita per poi tornare da noi a raccontarcela. Noi che dal cortile non siamo mai veramente usciti. E al massimo ci troviamo al mio bar a fantasticare attorno a una birra scura.

La Kate era anche al G8 di Genova e lì se la vide veramente brutta. Perché alla Diaz c’era anche lei, solo che quando ci fu l’irruzione della polizia, stava limonando con un tedesco in una stanzetta defilata. Il tedesco la prese per mano e la portò subito fuori da quello che sarebbe diventato l’inferno fascista. Bodo, il tedesco, continuò a tenerla per mano fino a Brema. Bodo, un coglione in realtà, ma agli occhi della Kate divenne un eroe. Lei si innamorò dell’idea di Bodo e ci lasciò soli nei nostri abbozzi di vita.

Ognuno a modo proprio era innamorato della Kate, ecco perché un po’ ci siamo rimasti male quando la Kate se ne andò. Anche se poi quando ci chiamò per inaugurare la casa dove erano andati a vivere insieme, noi corremmo subito. E continuammo a correre anche quando la polizia cominciò a distribuire generosamente bastonate. Sì, perché la casa era stata occupata abusivamente e tutti quanti passammo per squatter. Che Ottavio ancora porta i segni e forse le mattinate nei supermercati dipendono anche da quello.

TORNO PER RESTARE. TORNO CON ANDREA, diceva l’sms

Amo il mio bar. L’ho arredato con le cose che mi piaceva trovare nei bar che da giovani frequentavamo. Ci sono un biliardino, le liquirizie Goleador e i boeri. Alla parete ho appeso un poster del Milan di Sacchi e nel banco dei gelati le Coppe del Nonno e i Mottarelli non mancano mai. I panini li faccio come li faceva il Vanni, il mio maestro mai dichiarato, il primo paninaro della città: Miccone di grano tenero scaldato sulla piastra. Dentro: il meglio dei salumi. E la gente fa la fila. Ma a me il mio bar piace di più quando è chiuso e dentro ci siamo solo noi. Come questa sera.
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“Ma chi cazzo sarebbe sto’Andrea, poi?”, domanda Fabio. “Vero che Bodo lo aveva salutato da un pezzo, ma io ero rimasto a quel mezzo turco… come si chiamava?… Umit! Non stava con Umit?”.
La storia con Bodo era finita poco dopo la vicenda della casa occupata. Bodo, che all’epoca lavorava per un’organizzazione no profit, aveva approfittato della situazione incasinata e era partito per l’India. Per dirvi quanto fosse coglione, il tedesco fiero delle sue convinzioni naturiste non appena atterrato in India si fece un bella bevuta da una fonte, per poi finire ricoverato con un’epatite che andava dalla A alla D. Tanto che i medici una volta che ne uscì guarito, decisero di pubblicare il suo caso su Scientific American. La Kate lesse di lui proprio su quella rivista, di rivederlo, invece, neanche l’ombra.
Dopo di lui la Kate aveva avuto sicuro qualche altra storia, ma con noi non è che le piacesse condividerle troppo. Solo quando erano veramente importanti ce le comunicava. Quella con Umit le pareva bella e per sempre. Ma finì quando lui la prese a schiaffoni per un tatuaggio che si era fatta.
“Umit il bastardo? L’ha menata la Kate, altro che amore. E lei lo ha denunciato”
“Cazzo, è vero. Come ho fatto a dimenticarmene”.
La verità è che un po’ noi tutti avevamo la tendenza a rimuovere gli amori di Kate, perchè ogni volta che ne parlava una specie di gelosia si faceva sentire alla base dello stomaco. Uno sfarfallio che prendeva la pancia e ti toglieva l’appetito. Almeno per me funzionava così.

“Fregauncazzo di sto’ Andrea. Non appena torna, io me la sposo la Kate”.
L’entrata di Carlo blocca la scena come un fermo immagine al cinema. Fabio molla il telefonino, Paolino spalanca la bocca, incollando il mozzo di sigaretta sul labbro inferiore, mentre Ottavio si fa colare la birra addosso perché ha fermato il bicchiere appena prima di portalo alle labbra. Io stringo forte il coltello con il quale stavo disossando un pezzo di crudo prima di metterlo sull’affettatrice. Il silenzio cala forte nella stanza e per un attimo si sente soltanto il rumore della lama che gira lenta e il ronzio dei frigoriferi.
“Scherzi?”
“No, per niente. E’ da quando siamo tornati dalla Germania che continuo a pensare a lei. Ci penso ogni attimo, la vedo in ogni persona che incrocio a quei cazzo di giardinetti dove accompagno i cani. La leggo in ogni cazzo di cartellone pubblicitario che guardo mentre scarrozzo la vecchia in macchina. Ogni santo giorno”
“Paolino, gli hai dato da fumare?”
“Fabio, vaffanculo!”
Il banco dei gelati ha un sussulto e il ronzio elettrico per un attimo si fa più forte, mischiandosi all’altra elettricità statica che già stagna tra noi.
“Vivo una vita di merda, tiro avanti solo con questo pensiero. Quando hanno fatto irruzione in casa, io e la Kate stavamo parlando come mai prima di quel momento. L’ho sentita vicina. Lei parlava e io pensavo che avevo solo voglia di baciarla”.
“A me mi è entrata nel letto quella volta lì”. E’ il turno di Ottavio di attirare su di se le luci dei riflettori. Le teste di tutti girano lente al ritmo del ronzio, come tanti meccano male assemblati.
“Mi ha chiesto scusa per ciò che era accaduto e si sentiva in colpa. E…”
“E?…”, chiede Fabio.
“E!”, risponde Ottavio.
“Eh no. A sto punto fuori tutto. Nessun’altro deve dire qualcosa? Mi sembra tutto assurdo. Sembra di essere dentro un brutto film francese”.

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“Chi credete che sia Sprayliz?”, chiede Paolino “E quando scrivo i miei fumetti di chi credete che stia scrivendo le storie da almeno dieci anni a sta parte? Non lo volevo ammettere neanche a me stesso, più per paura di perdere tutti voi, che per paura di chiederlo a lei. La Kate e noi sono sempre stati una cosa sola e non sono mai riuscito a capire cosa si potesse staccare uno dall’altra. Così ho deciso di amarla in silenzio e da lontano. E’ abbastanza?”
“Che bomba! Anzi, che bombe! – rincalza Fabio – E io che pensavo che quella serata a baciarci sulla sella della Vespa quando avevamo 16 anni, mi avrebbe permesso un giorno di giocarmi tutto con la Kate. A sto punto mi sa che mi tocca mettermi in fila.”
“No, no, fermi tutti – dico io – Qui ognuno, chi più che meno, ammette di avere avuto una storia con la Kate e non averlo mai detto agli altri. Ma che cazzo di amici siete?”.
“Sei geloso, perché con te non c’è mai stata?”, chiede Ottavio.
“A lui manda i messaggini”, scherza cinico Fabio.
“Sei una ‘mmerda”, urla Carlo alzandosi minaccioso dalla sedia.
“Mavaffanculo, pirla. Non si può neppure più scherzare?”, grida Fabio alzandosi a sua volta.
“Ohhhhh, ma siete scemi tutti?”, urlo a mia volta.
“Niente, non c’è niente da fare: passano gli anni ma siete sempre gli stessi scemi. Sempre li a litigare per il calcio”

La saracinesca abbassata quasi del tutto non aveva impedito alla Kate di entrare e il casino delle urla aveva cancellato il suono della campanella della porta. Si è fermata a qualche metro da noi e ci guarda con quel mezzo sorriso che non sai se ti sta prendendo in giro o fa sul serio. E’ un po’ più magra del solito e ha i capelli rasati corti da un lato. Un tatuaggio nuovo sull’avambraccio destro ed è sempre bellissima.

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Io sono il primo a muovermi verso di lei, mentre tutti gli altri sono ancora ghiacciati dall’entrata a sorpresa. Anche Fabio è rimasto spiazzato e tutto il suo cinismo è finito dentro un’espressione beota di stupore.

L’abbraccio e me la respiro tutta per cercare di tenerla dentro di me. Ho paura che questa volta sarà diversa dalle altre e che niente potrà mai più essere come prima. Per la prima volta abbiamo dato voce ai nostri sentimenti e… e, cazzo, avrei voluto non sentirla mai questa voce.
“Mi sei mancata. Ci sei mancata” – le sussurro. E prima che possa rispondermi è sotterrata dagli abbracci di tutti gli altri. Mentre il vociare di ognuno si mescola a baci, strette e sorrisi sento battere alla saracinesca e quella che mi trovo di fronte dopo averla sollevata è una ragazzona in carne con una canotta blu che contiene a malapena due tette larghe, un cappello in testa e uno zaino sulle spalle. Ci guardiamo, ma immediatamente il suo sguardo va oltre me e raggiunge la Kate.
“Lei è Andrea. La mia Andrea”, dice.
E Andrea sorride serena mostrando una larga fessura tra i denti davanti.

FINE

La Kate 5 di 5

La saracinesca abbassata quasi del tutto non aveva impedito alla Kate di entrare e il casino delle urla aveva cancellato il suono della campanella della porta. Si è fermata a qualche metro da noi e ci guarda con quel mezzo sorriso che non sai se ti sta prendendo in giro o fa sul serio. E’ un po’ più magra del solito e ha i capelli rasati corti da un lato. Un tatuaggio nuovo sull’avambraccio destro ed è sempre bellissima.

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Io sono il primo a muovermi verso di lei, mentre tutti gli altri sono ancora ghiacciati dall’entrata a sorpresa. Anche Fabio è rimasto spiazzato e tutto il suo cinismo è finito dentro un’espressione beota di stupore.

L’abbraccio e me la respiro tutta per cercare di tenerla dentro di me. Ho paura che questa volta sarà diversa dalle altre e che niente potrà mai più essere come prima. Per la prima volta abbiamo dato voce ai nostri sentimenti e… e, cazzo, avrei voluto non sentirla mai questa voce.
“Mi sei mancata. Ci sei mancata” – le sussurro. E prima che possa rispondermi è sotterrata dagli abbracci di tutti gli altri. Mentre il vociare di ognuno si mescola a baci, strette e sorrisi sento battere alla saracinesca e quella che mi trovo di fronte dopo averla sollevata è una ragazzona in carne con una canotta blu che contiene a malapena due tette larghe, un cappello in testa e uno zaino sulle spalle. Ci guardiamo, ma immediatamente il suo sguardo va oltre me e raggiunge la Kate.
“Lei è Andrea. La mia Andrea”, dice.
E Andrea sorride serena mostrando una larga fessura tra i denti davanti.

FINE

La Kate 4 di 5

“Fregauncazzo di sto’ Andrea. Non appena torna, io me la sposo la Kate”.
L’entrata di Carlo blocca la scena come un fermo immagine al cinema. Fabio molla il telefonino, Paolino spalanca la bocca, incollando il mozzo di sigaretta sul labbro inferiore, mentre Ottavio si fa colare la birra addosso perché ha fermato il bicchiere appena prima di portalo alle labbra. Io stringo forte il coltello con il quale stavo disossando un pezzo di crudo prima di metterlo sull’affettatrice.Il silenzio cala forte nella stanza e per un attimo si sento soltanto il rumore della lama che gira lenta e il ronzio dei frigoriferi.
“Scherzi?”
“No, per niente. E’ da quando siamo tornati dalla Germania che continuo a pensare a lei. Ci penso ogni attimo, la vedo in ogni persona che incrocio a quei cazzo di giardinetti dove accompagno i cani. La leggo in ogni cazzo di cartellone pubblicitario che guardo mentre scarrozzo la vecchia in macchia. Ogni santo giorno”
“Paolino, gli hai dato da fumare?”
“Fabio, vaffanculo!”
Il banco dei gelati ha un sussulto e il ronzio elettrico per un attimo si fa più forte, mischiandosi all’altra elettricità statica che già stagna tra noi.
“Vivo una vita di merda, tiro avanti solo con questo pensiero. Quando hanno fatto irruzione in casa, io e la Kate, stavamo parlando come mai prima di quel momento. L’ho sentita vicina. Lei parlava e io pensavo che avevo solo voglia di baciarla”.
“A me mi è entrata nel letto quella volta lì”. E’ il turno di Ottavio di attirare su di se le luci dei riflettori. Le teste di tutti girano lente al ritmo del ronzio, come tanti meccano male assemblati.
“Mi ha chiesto scusa per ciò che era accaduto e si sentiva in colpa. E…”
“E?…”, chiede Fabio.
“E!”, risponde Ottavio.
“Eh no. A sto punto fuori tutto. Nessun’altro deve dire qualcosa? Mi sembra tutto assurdo. Sembra di essere dentro un brutto film francese”.

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“Chi credete che sia Sprayliz?”, chiede Paolino “E quando scrivo i miei fumetti di chi credete che stia scrivendo le storie da almeno dieci anni a sta parte? Non lo volevo ammettere neanche a me stesso, più per paura di perdere tutti voi, che per paura di chiederlo a lei. La Kate e noi sono sempre stati una cosa sola e non sono mai riuscito a capire cosa si potesse staccare uno dall’altra. Così ho deciso di amarla in silenzio e da lontano. E’ abbastanza?”
“Che bomba! Anzi, che bombe! – rincalza Fabio – E io che pensavo che quella serata a baciarci sulla sella della Vespa quando avevamo 16 anni, mi avrebbe permesso un giorno di giocarmi tutto con la Kate. A sto punto mi sa che mi tocca mettermi in fila.”
“No, no, fermi tutti – dico io – Qui ognuno, chi più che meno, ammette di avere avuto una storia con la Kate e non averlo mai detto agli altri. Ma che cazzo di amici siete?”.
“Sei geloso, perché con te non c’è mai stata?”, chiede Ottavio.
“A lui manda i messaggini”, scherza cinico Fabio.
“Sei una ‘mmerda”, urla Carlo alzandosi minaccioso dalla sedia.
“Mavaffanculo, pirla. Non si può neppure più scherzare?”, grida Fabio alzandosi a sua volta.
“Ohhhhh, ma siete scemi tutti?”, urlo a mia volta.
“Niente, non c’è niente da fare: passano gli anni ma siete sempre gli stessi scemi. Sempre li a litigare per il calcio”

(4 continua)

La Kate 3 di 5

Amo il mio bar. L’ho arredato con le cose che mi piaceva trovare nei bar che da giovani frequentavamo. Ci sono un biliardino, le liquirizie Goleador e i boeri. Alla parete ho appeso un poster del Milan di Sacchi e nel banco dei gelati le Coppe del Nonno e i Mottarelli non mancano mai. I panini li faccio come li faceva il Vanni, il mio maestro mai dichiarato, il primo paninaro della città: Miccone di grano tenero scaldato sulla piastra. Dentro: il meglio dei salumi. E la gente fa la fila. Ma a me il mio bar piace di più quando è chiuso e dentro ci siamo solo noi. Come questa sera.
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“Ma chi cazzo sarebbe sto’Andrea, poi?”, domanda Fabio. “Vero che Bodo lo aveva salutato da un pezzo, ma io ero rimasto a quel mezzo turco… come si chiamava?… Umit! Non stava con Umit?”.
La storia con Bodo era finita poco dopo la vicenda della casa occupata. Bodo, che all’epoca lavorava per un’organizzazione no profit, aveva approfittato della situazione incasinata e era partito per l’India. Per dirvi quanto fosse coglione, il tedesco fiero delle sue convinzioni naturiste non appena atterrato in India si fece un bella bevuta da una fonte, per poi finire ricoverato con un’epatite che andava dalla A alla D. Tanto che i medici una volta che ne uscì guarito, decisero di pubblicare il suo caso su Scientific American. La Kate lesse di lui proprio su quella rivista, di rivederlo, invece, neanche l’ombra.
Dopo di lui la Kate aveva avuto sicuro qualche altra storia, ma con noi non è che le piacesse condividerle troppo. Solo quando erano veramente importanti ce le comunicava. Quella con Umit le pareva bella e per sempre. Ma finì quando lui la prese a schiaffoni per un tatuaggio che si era fatta.
“Umit il bastardo? L’ha menata la Kate, altro che amore. E lei lo ha denunciato”
“Cazzo, è vero. Come ho fatto a dimenticarmene”.
La verità è che un po’ noi tutti avevamo la tendenza a rimuovere gli amori di Kate, perchè ogni volta che ne parlava una specie di gelosia si faceva sentire alla base dello stomaco. Uno sfarfallio che prendeva la pancia e ti toglieva l’appetito. Almeno per me funzionava così.

(3 continua)

La Kate 2 di 5

Caterina Secchi, classe 1973, pur essendo la più giovane del gruppo era quella che riusciva all’epoca ad avere accesso ai fumetti proibiti a noi bambini: Kriminal e Satanik. Suo padre li comperava e li nascondeva in seconda fila dietro l’enciclopedia Conoscere. Quando Caterina scoprì accidentalmente il nascondiglio, ogni volta che ci radunavamo in cortile a giocare ne portava fuori un paio. Poi, tutti e sei ci si infilava sotto l’androne a leggerli. Ognuno esaltandosi a modo proprio, chi per le scollature della ladra, chi per le chine di Magnus. Da li Caterina divenne la Kate.
satanik4
Figlia più di tutti noi del suo tempo, la Kate attraversò gli Ottanta e Novanta provandole davvero tutte: Interrail, Erasmus, vita in una comune utopica femminista, casa-lavoro in un kibbutz. Assaporava avida la vita per poi tornare da noi a raccontarcela. Noi che dal cortile non siamo mai veramente usciti. E al massimo ci troviamo al mio bar a fantasticare attorno a una birra scura.

La Kate era anche al G8 di Genova e lì se la vide veramente brutta. Perché alla Diaz c’era anche lei, solo che quando ci fu l’irruzione della polizia, stava limonando con un tedesco in una stanzetta defilata. Il tedesco la prese per mano e la portò subito fuori da quello che sarebbe diventato l’inferno fascista. Bodo, il tedesco, continuò a tenerla per mano fino a Brema. Bodo, un coglione in realtà, ma agli occhi della Kate divenne un eroe. Lei si innamorò dell’idea di Bodo e ci lasciò soli nei nostri abbozzi di vita.

Ognuno a modo proprio era innamorato della Kate, ecco perché un po’ ci siamo rimasti male quando la Kate se ne andò. Anche se poi quando ci chiamò per inaugurare la casa dove erano andati a vivere insieme, noi corremmo subito. E continuammo a correre anche quando la polizia cominciò a distribuire generosamente bastonate. Sì, perché la casa era stata occupata abusivamente e tutti quanti passammo per squatter. Che Ottavio ancora porta i segni e forse le mattinate nei supermercati dipendono anche da quello.

TORNO PER RESTARE. TORNO CON ANDREA, diceva l’sms

(2 – continua)

La Kate 1 di 5

L’sms raggiunge Ottavio mentre si trova al supermercato. Nelle mattine di questi primi giorni di estate calda, lo vedi spesso nel reparto freschi. Si piazza li con calma olimpica e aspetta. Aspetta che le clienti arrivino con magliettine leggere e già sudaticce e poi attende che il freddo faccia il suo effetto ai capezzoli. Gli piace così. E anche se più volte gli abbiamo fatto notare che la clientela non è sempre di primo pelo e che forse soffre di un latente complesso di Edipo, lui ribatte che è impossibile, perché sua madre è lesbica. La stessa madre che lo mantiene con la pensione di vecchiaia.

Il trillo ripetuto tre volte dal messaggio sveglia Paolino in piena mattinata e dopo solo due ore di sonno. La notte l’ha passata a scrivere dentro le nuvolette dei fumetti e a inseguire i tempi di consegna perennemente scaduti. Il tempo per lui è relativo: la mattina dorme, il pomeriggio si ammazza di canne e dvd, poi la sera lavora come un matto. O forse no, dipende dai film in dvd. Qualche volta anche dal Nintendo. Esce poco di casa e solo quando lo tiriamo fuori noi. Ha perso il cuore anni fa innamorandosi di Sprayliz, un personaggio dei fumetti, e non si è più ripreso.

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Fabio tiene il telefonino sempre a portata di mano, anche mentre interroga in Università. Ascolta, ribatte e intanto smessaggia, senza soluzione di continuità. Mentre gli arriva l’avviso sta scrivendo il voto sul libretto di un antipatico che gli ha contestato due osservazioni sulla politica fiscale americana dell’amministrazione Bush. E il fatto che potesse avere anche ragione, gli ha fatto girare le palle. Ha inspirato rumorosamente, ha chiesto aiuto a Enrico Berlinguer, suo nume tutelare, e poi ha fatto quello che andava fatto. Voto: 30. Il tutto leggendo e rispondendo al messaggio.

Carlo non sente subito l’avviso dell’sms. Mentre gli arriva sta lavando la macchina di una vecchia ricca vedova che lo ha assunto come tuttofare: cucina, rassetta, la scarrozza in giro e porta i cani a pisciare ai giardini. Sospettiamo che i compiti non finiscano qui, ma lui ha sempre negato. Più per vergogna, che per decenza. Odia il suo lavoro e anche un po’ se stesso, ma un filosofo proprio non se lo prende nessuno di questi tempi e in qualche modo l’affitto bisogna pagarlo.

Io sono il Vince, assemblo e impilo panini imbottiti pronti per essere scaldati nella pausa pranzo. Il mio bar si trova tra una banca e una scuola. Tra poco parte il fuoco di fila delle ordinazioni e avevo poco tempo per sentire tutti e avvertirli del messaggio della Kate.

(1 continua)