La Kate 1 di 5

L’sms raggiunge Ottavio mentre si trova al supermercato. Nelle mattine di questi primi giorni di estate calda, lo vedi spesso nel reparto freschi. Si piazza li con calma olimpica e aspetta. Aspetta che le clienti arrivino con magliettine leggere e già sudaticce e poi attende che il freddo faccia il suo effetto ai capezzoli. Gli piace così. E anche se più volte gli abbiamo fatto notare che la clientela non è sempre di primo pelo e che forse soffre di un latente complesso di Edipo, lui ribatte che è impossibile, perché sua madre è lesbica. La stessa madre che lo mantiene con la pensione di vecchiaia.

Il trillo ripetuto tre volte dal messaggio sveglia Paolino in piena mattinata e dopo solo due ore di sonno. La notte l’ha passata a scrivere dentro le nuvolette dei fumetti e a inseguire i tempi di consegna perennemente scaduti. Il tempo per lui è relativo: la mattina dorme, il pomeriggio si ammazza di canne e dvd, poi la sera lavora come un matto. O forse no, dipende dai film in dvd. Qualche volta anche dal Nintendo. Esce poco di casa e solo quando lo tiriamo fuori noi. Ha perso il cuore anni fa innamorandosi di Sprayliz, un personaggio dei fumetti, e non si è più ripreso.

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Fabio tiene il telefonino sempre a portata di mano, anche mentre interroga in Università. Ascolta, ribatte e intanto smessaggia, senza soluzione di continuità. Mentre gli arriva l’avviso sta scrivendo il voto sul libretto di un antipatico che gli ha contestato due osservazioni sulla politica fiscale americana dell’amministrazione Bush. E il fatto che potesse avere anche ragione, gli ha fatto girare le palle. Ha inspirato rumorosamente, ha chiesto aiuto a Enrico Berlinguer, suo nume tutelare, e poi ha fatto quello che andava fatto. Voto: 30. Il tutto leggendo e rispondendo al messaggio.

Carlo non sente subito l’avviso dell’sms. Mentre gli arriva sta lavando la macchina di una vecchia ricca vedova che lo ha assunto come tuttofare: cucina, rassetta, la scarrozza in giro e porta i cani a pisciare ai giardini. Sospettiamo che i compiti non finiscano qui, ma lui ha sempre negato. Più per vergogna, che per decenza. Odia il suo lavoro e anche un po’ se stesso, ma un filosofo proprio non se lo prende nessuno di questi tempi e in qualche modo l’affitto bisogna pagarlo.

Io sono il Vince, assemblo e impilo panini imbottiti pronti per essere scaldati nella pausa pranzo. Il mio bar si trova tra una banca e una scuola. Tra poco parte il fuoco di fila delle ordinazioni e avevo poco tempo per sentire tutti e avvertirli del messaggio della Kate.

(1 continua)

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