Fuori di me 1 di 5

Quando la macchina uscì di strada erano da poco passate le quattro del mattino. Trascorsero almeno tre ore prima che un mezzo della Sicurezza stradale la vide schiantata a terra vicino al greto del fiume. Le altre auto che erano passate non l’avevano notata. I guidatori o erano ancora mezzo addormentati o distratti dalla radio, così nessuno aveva guardato giù dal ponte e notato un’auto col muso schiacciato contro un grosso masso bianco. L’acqua del fiume era lentamente cresciuta nel giro di poche ore e aveva già cominciato a bagnare le gomme. Il semiasse anteriore aveva ceduto di schianto e le due ruote si allargavano facendo fare all’automobile una specie di inchino.
Il camioncino della Sicurezza stradale aveva appena finito il suo turno di pattugliamento del tratto di competenza e i due addetti stavano tornando verso casa. Elia stava raccontando un film che aveva visto su Sky la sera precedente e Rocco si stava chiedendo se avrebbe mai avuto i soldi un giorno per potersi permettere la televisione a pagamento, quando improvvisamente lo sguardo gli cadde a destra della strada. Probabilmente, fu la luce tagliata di traverso delle prime ore della giornata a riflettersi sulla carrozzeria e a colpire Rocco negli occhi. O forse l’abitudine del ragazzo, quando arrivava a quell’altezza a gettare uno sguardo giù dal ponte e guardare una vecchia baracca sul fiume. Lì anni prima aveva baciato Elisa e gli piaceva ricordare quel momento, adesso che lei non c’era più.   
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Due auto della polizia stradale si erano fermate proprio all’imbocco del ponte. Il traffico era stato rallentato solo per qualche minuto, giusto il tempo di far arrivare un carro attrezzi e far scendere gli addetti per il recupero. L’ambulanza tardava ad arrivare, perché dall’ospedale più vicino altre tre emergenze erano state chiamate. Perciò, l’allarme era stato diramato anche ad altri ospedali. Il problema però in questo caso era relativo, perché nell’impatto io avevo sbattuto forte la testa contro il volante, spaccandomi il cranio in più punti. L’air bag non si era aperto. Almeno non subito. Gli altri tre si erano gonfiati perfettamente al momento dell’impatto. Il mio no. Aveva atteso qualche secondo. Pochi ma sufficienti a provocare la mia morte. Poi si era aperto, facendo rimbalzare la testa indietro e spargendo il sangue dappertutto, trasformando l’abitacolo in un macabro vasetto di variegati marshmellows

(1 – continua)

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