Fuori di me 2 di 5

L’aereo da Tripoli era partito con due ore di ritardo a causa di un guasto dei radar alla Malpensa e l’atterraggio alla fine era avvenuto ben dopo le tre del mattino. Tempo di ritrovare l’auto al parcheggio ed ero subito ripartito verso casa. Non avevo sonno, me lo ricordo bene, e non ero neppure particolarmente stanco. Avevo solamente addosso un insieme di odori che non riconoscevo e che non mi faceva stare bene con me stesso. Avevo voglia di una doccia e poi di un caffè. Dopo sarei andato a sdraiarmi un po’, cercando magari di dormire.
La strada era sgombra. Non girava un’automobile da quelle parti nelle ore di punta, figurarsi a notte fonda. Ascoltavo la radio e non trovavo una canzone che mi piacesse, così decisi di mettere Sandinista dei Clash nel lettore. Il triplo album era diventato un doppio cd e al buio cercai quello con Police on my back.
Un occhio alla strada, un occhio alla tracklist. Un occhio alla strada, uno alla fessura del lettore… e non mi va a cadere il cd appena prima di entrare, infilandosi tra i due sedili?
Un occhio alla strada, sempre sgombra.
Infilo la mano per riprenderlo, abbasso lo sguardo. Lo ritrovo.

“Well I’m running police on my back
I’ve been hiding police on my back
There was a shooting police on my back
And the victim well he wont come back”.

http://youtu.be/Sq_HtgGOIfE

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Cantando, chiudo gli occhi per un attimo. Solo un attimo, mi pareva. Ma quando li riapro, mi trovo a pochi metri da una curva stretta che immette a un vecchio ponte in ferro che lega due sponde del Ticino. Sterzo, freno, sterzo ancora, sbando e la macchina si infila nell’unico punto del guard rail danneggiato da un precedente incidente e non ancora riparato. Cado. L’automobile è in volo e penso: ecco adesso parte il film della mia vita. E mentre sto pensando a ciò, l’auto compie il suo breve volo di sette metri per finire a cadere di schianto al suolo e fermare la corsa al fiume contro un grosso masso bianco. La cintura non fa il suo dovere e la storia dell’airbag l’ho già detta. Non cerco scuse, giuro. Ma una sequenza di sfighe così netta era difficile anche solo immaginarla. Un tragico filotto che mi ha portato qui a guardarmi dal di fuori con la faccia spaccata, il collo spezzato e non sentire niente: né dolore, né pietà. Nè malinconia, né rimpianti. Mi guardo e vedo una persona che non conosco, non riconosco come me stesso. Perché io adesso sono qui fuori e penso che non vorrei essere quello dentro l’abitacolo. E se penso non posso essere quell’altro, che certo di pensare non ha nessuna intenzione. Nè possibilità.

(2 continua)

 

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