Fuori di me 3 di 5

Sono fuori e dentro l’auto contemporaneamente. Quello dentro sta fermo immobile nella sua composizione tragica, io fuori mi muovo senza però potermi allontanare troppo dall’altra parte. E’ come se avessi una visione a 360 gradi, ma con il guinzaglio corto. Ecco, sì: il corpo nella macchina è un paletto piantato al terreno, io l’essere legato a una corda che al massimo gira in tondo. Posso anche voltare lo sguardo, vero, e guardarmi lontano alle spalle, ma non posso separarmi dalla mia parte fisica. La mia parte fisica, fa strano dirlo.
Il tempo passato ad aspettare che qualcuno avvistasse l’auto mi ricorda una notte infinita che da piccolo trascorsi in montagna. Con gli amici avevamo deciso di stare svegli tutta notte a raccontarci storie di paura in tenda, una tenda da campeggio montata dal papà di Arnaldo nel cortile di casa loro. A turno ognuno aveva piano piano ceduto e si era addormentato, tranne me. Ho sempre avuto qualche problema col sonno, l’ho sempre visto come uno spreco, così col tempo l’ho ridotto al minimo necessario. Già all’epoca forse mi stavo allenando, o forse il fatto di essere l’unico a portare a termine quella che pareva la prima cosa da grandi mi aveva caricato più di tutti. Per un po’ avevo guardato gli altri dormire, poi ero uscito ad ascoltare la notte. I rumori non mi facevano paura e neanche il silenzio. Anzi, mi piacevano. Così mi misi seduto fuori dalla tenda sdraiato a guardare il cielo e il suo colore che lentamente cambiava. Cantavo canzoni a bassa voce e mi ripetevo le poesie imparate a scuola, intanto aspettavo che l’alba arrivasse e che i genitori di Arnaldo si svegliassero. E quando si svegliarono e mi videro ancora in piedi si stupirono e mi guardarono con altri occhi.

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Il primo che scese alla macchina e guardò dentro aveva una tuta azzurra e sul petto il logo di una Società stradale. Gli vidi cambiare lo sguardo più volte e poi fissare gli occhi a terra per qualche secondo. Provava una pietà che io stesso non ero capace di provare. Poi prese il telefonino e chiamò il 118.

“Non toccate niente, finché non arriva l’ambulanza”. Il poliziotto dice la frase di prammatica parlando a nessuno in particolare. Nel giro di poco è arrivata un sacco di gente. Anche alcuni curiosi. Ma nessuno in realtà si avvicina all’auto. Mi metto dal loro punto di visuale e mi guardo. Nel gioco di colpi e contraccolpi devo essermi spezzato il collo e mi sa che è quello che mi ha ammazzato. La beffa: morto per contraccolpo da airbag. Penso al giornalista che riceverà la notizia e che la trasformerà in un trafiletto di dieci righe al massimo. Io avrei fatto così.
Anzi, facevo proprio così ai tempi in cui lavoravo come galoppino al giornale locale, sognando un giorno di avere la firma su un giornale nazionale. Un giro di telefonate a polizia e carabinieri e poi articoli veloci con gli incidenti della giornata. Se ci scappava il morto le righe si allungavano, ma mica poi di tanto. Sempre incidenti erano e raramente le notizie si facevano interessanti. Si inserivano nelle categorie standard – stragi del sabato sera, colpo di sonno – e di approfondire le cause neanche a parlarne. Due anni così, senza muoversi dalla cronaca locale, senza progredire di un passo e il sogno di diventare giornalista andò a farsi benedire. Un po’ mi spiacque, anche perché finii a fare quello che in realtà non avrei mai voluto fare: lavorare in azienda da mio padre, pronto a continuare la florida produzione di componenti elettronici per aspirapolvere. E proprio da un viaggio di lavoro stavo tornando la sera che sono finito fuori strada. Questa a pensarci bene è la vera beffa: morto mentre tornava dopo aver sottoscritto contratti milionari con aziende libiche. Morto al ritorno da un lavoro di cui non gli fregava niente.

(3 continua)

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