Fuori di me

Quando la macchina uscì di strada erano da poco passate le quattro del mattino. Trascorsero almeno tre ore prima che un mezzo della Sicurezza stradale la vide schiantata a terra vicino al greto del fiume. Le altre auto che erano passate non l’avevano notata. I guidatori o erano ancora mezzo addormentati o distratti dalla radio, così nessuno aveva guardato giù dal ponte e notato un’auto col muso schiacciato contro un grosso masso bianco. L’acqua del fiume era lentamente cresciuta nel giro di poche ore e aveva già cominciato a bagnare le gomme. Il semiasse anteriore aveva ceduto di schianto e le due ruote si allargavano facendo fare all’automobile una specie di inchino.
Il camioncino della Sicurezza stradale aveva appena finito il suo turno di pattugliamento del tratto di competenza e i due addetti stavano tornando verso casa. Elia stava raccontando un film che aveva visto su Sky la sera precedente e Rocco si stava chiedendo se avrebbe mai avuto i soldi un giorno per potersi permettere la televisione a pagamento, quando improvvisamente lo sguardo gli cadde a destra della strada. Probabilmente, fu la luce tagliata di traverso delle prime ore della giornata a riflettersi sulla carrozzeria e a colpire Rocco negli occhi. O forse l’abitudine del ragazzo, quando arrivava a quell’altezza a gettare uno sguardo giù dal ponte e guardare una vecchia baracca sul fiume. Lì anni prima aveva baciato Elisa e gli piaceva ricordare quel momento, adesso che lei non c’era più.   
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Due auto della polizia stradale si erano fermate proprio all’imbocco del ponte. Il traffico era stato rallentato solo per qualche minuto, giusto il tempo di far arrivare un carro attrezzi e far scendere gli addetti per il recupero. L’ambulanza tardava ad arrivare, perché dall’ospedale più vicino altre tre emergenze erano state chiamate. Perciò, l’allarme era stato diramato anche ad altri ospedali. Il problema però in questo caso era relativo, perché nell’impatto io avevo sbattuto forte la testa contro il volante, spaccandomi il cranio in più punti. L’air bag non si era aperto. Almeno non subito. Gli altri tre si erano gonfiati perfettamente al momento dell’impatto. Il mio no. Aveva atteso qualche secondo. Pochi ma sufficienti a provocare la mia morte. Poi si era aperto, facendo rimbalzare la testa indietro e spargendo il sangue dappertutto e trasformando l’abitacolo in un macabro vasetto di variegati marshmellows.

L’aereo da Tripoli era partito con due ore di ritardo a causa di un guasto dei radar alla Malpensa e l’atterraggio alla fine era avvenuto ben dopo le tre del mattino. Tempo di ritrovare l’auto al parcheggio ed ero subito ripartito verso casa. Non avevo sonno, me lo ricordo bene, e non ero neppure particolarmente stanco. Avevo solamente addosso un insieme di odori che non riconoscevo e che non mi faceva stare bene con me stesso. Avevo voglia di una doccia e poi di un caffè. Dopo sarei andato a sdraiarmi un po’, cercando magari di dormire.
La strada era sgombra. Non girava un’automobile da quelle parti nelle ore di punta, figurarsi a notte fonda. Ascoltavo la radio e non trovavo una canzone che mi piacesse, così decisi di mettere Sandinista dei Clash nel lettore. Il triplo album era diventato un doppio cd e al buio cercai quello con Police on my back.
Un occhio alla strada, un occhio alla tracklist. Un occhio alla strada, uno alla fessura del lettore… e non mi va a cadere il cd appena prima di entrare, infilandosi tra i due sedili?
Un occhio alla strada, sempre sgombra.
Infilo la mano per riprenderlo, abbasso lo sguardo. Lo ritrovo.

“Well I’m running police on my back
I’ve been hiding police on my back
There was a shooting police on my back
And the victim well he wont come back”.

http://youtu.be/Sq_HtgGOIfE

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Cantando, chiudo gli occhi per un attimo. Solo un attimo, mi pareva. Ma quando li riapro, mi trovo a pochi metri da una curva stretta che immette a un vecchio ponte in ferro che lega due sponde del Ticino. Sterzo, freno, sterzo ancora, sbando e la macchina si infila nell’unico punto del guard rail danneggiato da un precedente incidente e non ancora riparato. Cado. L’automobile è in volo e penso: ecco adesso parte il film della mia vita. E mentre sto pensando a ciò, l’auto compie il suo breve volo di sette metri per finire a cadere di schianto al suolo e fermare la corsa al fiume contro un grosso masso bianco. La cintura non fa il suo dovere e la storia dell’airbag l’ho già detta. Non cerco scuse, giuro. Ma una sequenza di sfighe così netta era difficile anche solo immaginarla. Un tragico filotto che mi ha portato qui a guardarmi dal di fuori con la faccia spaccata, il collo spezzato e non sentire niente: né dolore, né pietà. Nè malinconia, né rimpianti. Mi guardo e vedo una persona che non conosco, non riconosco come me stesso. Perché io adesso sono qui fuori e penso che non vorrei essere quello dentro l’abitacolo. E se penso non posso essere quell’altro, che certo di pensare non ha nessuna intenzione. Nè possibilità.

Sono fuori e dentro l’auto contemporaneamente. Quello dentro sta fermo immobile nella sua composizione tragica, io fuori mi muovo senza però potermi allontanare troppo dall’altra parte. E’ come se avessi una visione a 360 gradi, ma con il guinzaglio corto. Ecco, sì: il corpo nella macchina è un paletto impiantato al terreno, io l’essere legato a una corda che al massimo gira in tondo. Posso anche voltare lo sguardo, vero, e guardarmi lontano alle spalle, ma non posso separarmi dalla mia parte fisica. La mia parte fisica, fa strano dirlo.
Il tempo passato ad aspettare che qualcuno avvistasse l’auto mi ricorda una notte infinita che da piccolo trascorsi in montagna. Con gli amici avevamo deciso di stare svegli tutta notte a raccontarci storie di paura in tenda, una tenda da campeggio montata dal papà di Arnaldo nel cortile di casa loro. A turno ognuno aveva piano piano ceduto e si era addormentato, tranne me. Ho sempre avuto qualche problema col sonno, l’ho sempre visto come uno spreco, così col tempo l’ho ridotto al minimo necessario. Già all’epoca forse mi stavo allenando, o forse il fatto di essere l’unico a portare a termine quella che pareva la prima cosa da grandi mi aveva caricato più di tutti. Per un po’ avevo guardato gli altri dormire, poi ero uscito ad ascoltare la notte. I rumori non mi facevano paura e neanche il silenzio. Anzi, mi piacevano. Così mi misi seduto fuori dalla tenda sdraiato a guardare il cielo e il suo colore che lentamente cambiava. Cantavo canzoni a bassa voce e mi ripetevo le poesie imparate a scuola, intanto aspettavo che l’alba arrivasse e che i genitori di Arnaldo si svegliassero. E quando si svegliarono e mi videro ancora in piedi si stupirono e mi guardarono con altri occhi.

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Il primo che scese alla macchina e guardò dentro aveva una tuta azzurra e sul petto il logo di una Società stradale. Gli vidi cambiare lo sguardo più volte e poi fissare gli occhi a terra per qualche secondo. Provava una pietà che io stesso non ero capace di provare. Poi prese il telefonino e chiamò il 118.

“Non toccate niente, finché non arriva l’ambulanza”. Il poliziotto dice la frase di prammatica parlando a nessuno in particolare. Nel giro di poco è arrivata un sacco di gente. Anche alcuni curiosi. Ma nessuno in realtà si avvicina all’auto. Mi metto dal loro punto di visuale e mi guardo. Nel gioco di colpi e contraccolpi devo essermi spezzato il collo e mi sa che è quello che mi ha ammazzato. La beffa: morto per contraccolpo da airbag. Penso al giornalista che riceverà la notizia e che la trasformerà in un trafiletto di dieci righe al massimo. Io avrei fatto così.
Anzi, facevo proprio così ai tempi in cui lavoravo come galoppino al giornale locale, sognando un giorno di avere la firma su un giornale nazionale. Un giro di telefonate a polizia e carabinieri e poi articoli veloci con gli incidenti della giornata. Se ci scappava il morto le righe si allungavano, ma mica poi di tanto. Sempre incidenti erano e raramente le notizie si facevano interessanti. Si inserivano nelle categorie standardstragi del sabato sera, colpo di sonnoe di approfondire le cause neanche a parlarne. Due anni così, senza muoversi dalla cronaca locale, senza progredire di un passo e il sogno di diventare giornalista andò a farsi benedire. Un po’ mi spiacque, anche perché finii a fare quello che in realtà non avrei mai voluto fare: lavorare in azienda da mio padre, pronto a continuare la florida produzione di componenti elettronici per aspirapolvere. E proprio da un viaggio di lavoro stavo tornando la sera che sono finito fuori strada. Questa a pensarci bene è la vera beffa: morto mentre tornava dopo aver sottoscritto contratti milionari con aziende libiche. Morto al ritorno da un lavoro di cui non gli fregava niente.

“Le velleità ti aiutano a dormire quando i soldi sono troppi o troppo pochi e non sei davvero ricco, né povero davvero, nel posto letto che non paghi per intero”.

http://youtu.be/GUBr9PRWj9s
Mi è partita nella testa questa canzone e il ritmo si mescola a quello dell’ambulanza che fila veloce sulla strada. Sull’ambulanza ci ero stato una volta soltanto, quando Alberto prese quella curva troppo forte e la macchina fece due o tre giri su stessa per poi finire a testa in giù. Alberto si ruppe la mascella, Vince un braccio, io solo un taglietto alla base della nuca. Quando ci portarono in ospedale, io feci il viaggio a fianco del guidatore. Quelli feriti veri dietro. Stavolta invece mi sono preso tutto l’abitacolo, anche se il  lenzuolo che mi hanno tirato sugli occhi mi fa sembrare un tutt’uno con l’asettico arredo. E visto dal di fuori appaio abbastanza patetico. Come un po’ patetica adesso mi appare tutta questa vita velleitaria che sto vivendo. Che ho vissuto.

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Il primo ad arrivare in ospedale è mio  padre. Ha un viso terreo e tirato e lo sguardo severo. Se fossi più cattivo penserei che sia incazzato perché adesso gli incasino tutto con l’azienda e che dovrà puntare su quel pirla di mio cugino Filippo. O, alla meglio, sulla moglie di lui che sembra più intelligente e pratica. Non che ci voglia molto.
Papà parla fitto con un dottore e poi entra nella stanza fredda dove giace il mio corpo. Mi guarda e piange. Strano, non provo niente neanche per lui. Non provo dolore nel vederlo piangere. Non è la prima volta che gli vedo scendere le lacrime. Anche quando mamma lo lasciò per mettersi con quell’immobiliarista di Noli, pianse in silenzio. Chiuso nella sua macchina nuova nel parcheggio della ditta, pianse lunghe lacrime amare di rimpianto. Che se l’avesse fatto prima avrebbe magari evitato un milione di serate a litigare e mamma gli sarebbe ancora accanto. Forse. Perché stargli vicino non è per niente semplice. Io lo so bene. E tutto sommato gli sta bene soffrire un po’. Certo, non è un granché come rivincita, ma meglio di niente.

Lentamente e a cadenza regolare arrivano amici e parenti. Annalisa no. Perché dovrebbe? Sarebbe come aggiungere una situazione imbarazzante a un’altra. E visto come è andata a finire ha tutte le ragioni per non muoversi da dove si trova ora.

Sapessi che felicità mi dà l’idea di non vederti più, l’idea di non fidarmi più qualsiasi cosa mi dirai
Sapessi che felicità mi dà l’idea di non toccarti più, l’idea di non seguirti più in tutto ciò che fai
Ho messo le mani in tasca ed ho sputato sulla tavola, buon appetito amore mio!

http://youtu.be/1jCTiDJ-3Ho
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Il tempo ha smesso di passare. O, perlomeno, ho smesso di pensare al tempo come tale. Ora lo vivo – suona strano dirlo, ma lo vivo – col tempo delle canzoni che mi affollano la mente e mi accompagnano in questo passaggio strano. Le emozioni e i ricordi diventano suoni e parole cantate e ascoltate mille volte. Forse è questo il film della mia vita: una lunga, complessa e ininterrotta colonna sonora.
La decisione di cremarmi la presero dopo che trovarono una mail in cui sottoscrivevo la mia adesione alla pratica. Non che ci credessi veramente e se non ricordo male, la petizione la firmai soltanto perché una compagna di Università che mi piaceva mi aveva convinto. In realtà non avevo mai veramente preso in considerazione la cosa e, sinceramente, anche ora non me ne frega assolutamente nulla

arrivederci tristezza
oggi mi godo la mia tenerezza
arrivederci amarezza
oggi mi godo questa dolcezza
e domani chissà
e domani chissà

e rinascere
e rinascere

http://youtu.be/pQIkFzBOxH8

Quando sparsero le mie ceneri nel parco dove andavo a suonare la chitarra da adolescente, lo fecero abusivamente. I pochi che vi parteciparono pareva più un vecchio gruppo di amici che si ritrovava a fare due chiacchiere attorno a una panchina, che convenuti a una cerimonia funebre. Le parole dette da mio padre si confusero col rumore delle foglie e, proprio per questo, mi parvero anche belle. Tutti si diedero delle leggere pacche sulle spalle, alcuni si presero sottobraccio e mi voltarono le spalle, per tornare alle loro case. Alle loro vite.

Io resterò seduto ad aspettare non mi importa delle ore non m’importa di sembrare un deficiente io fondamentalmente non ho forse mai aspettato niente
fuggo dal bisogno di scappare resto qui e ci voglio stare
non m’importa del dolore questa volta
se per caso fosse molto me lo voglio meditare

http://youtu.be/3qwYJHzNYyA

Sì, resterò seduto ad aspettare. Una canzone dopo l’altra,

dopo l’altra,

dopo l’altra

La morte non esiste più
non parla più
non vende più
mio folle amore.
La vita non uccide più
i nostri baci
i nostri sogni
e le parole.
Il tempo non le imbianca più
e non si seccano
a lasciarle stese al sole.

http://youtu.be/o7rpn1I_tis

Fine

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