Birdman (o l’inaspettata virtù dell’ignoranza)

imagesCi sono un po’ di domande che vengono messe sul tavolo da Inarritu con il suo ultimo Birman. Prima tra tutte qual è il rapporto tra l’attore e la realtà, poi tra l’attore e l’uomo e infine tra l’uomo e il suo ego. Non poche e neanche di lieve entità. Fossimo a un simposio di filosofi si potrebbe tranquillamente andare avanti fino alla fine dei nostri giorni. Ma siamo al cinema e la disputa finisce per essere compressa in due ore sì intense, ma aperte a ogni interpretazione.
Riggan Thompson è una celebrità di Hollywood. Il successo l’ha raggiunto negli anni Novanta interpretando  il ruolo di Birdman, supereroe alato e mascherato. Arrivato alla soglia dei sessant’anni, decide che la fama non gli basta e vuole dimostrare all’establishment di essere anche un bravo attore. Il salto di qualità dovrebbe avvenire scrivendo un pericolosissimo adattamento del racconto di Raymond Carver Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, ma anche di produrlo, dirigerlo e interpretarlo in uno storico teatro di Broadway. Nell’impresa vengono coinvolti la figlia Sam, appena uscita dal centro di disintossicazione, l’amante Laura, l’amico produttore Jake, Lesley, un’attrice il cui sogno è sempre stato quello di recitare a Broadway e il suo compagno Mike, un attore di grande talento ma dall’ego smisurato. Impresa difficile se non impossibile, visto che Riggan dovrà domare tutti gli imprevisti e le bizze che nei tre giorni che anticipano il debutto gli si presenteranno davanti.
Ma le difficoltà maggiori per Riggan arrivano da se stesso: la voce del personaggio che lo ha reso una celebrità gli rimbomba continuamente nella testa, spingendolo a interpretare il ruolo che lo ha reso ricco e famoso. Voci che rimbalzano anche fuori nel mondo e che in ogni momento sembrano ricordargli che la sua fama sarà sempre più grande del suo talento.
Birdman di Inarritu è un film affascinante e imperfetto. Affascinante perché capace di legare Carver ai supereroi, Altman (i lunghi piani sequenza e la cinepresa incollata agli attori ricorda la tecnica del regista americano ne I protagonisti o America Oggi) a un qualsiasi regista di blockbuster fracassone. E imperfetto perché butta sul piatto un sacco di storie, più o meno grandi, per poi dimenticarsene per strada alcune. Ma la regia leggera e intelligente e le interpretazioni straordinarie (alcune inaspettate) passano sopra tutto, lasciando sul piatto un’opera fine, amara, ironica e, soprattuto originale.

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