Blackhat

Noia. Non credo ci sia aggettivo peggiore per identificare un film. Partiamo dal presupposto che stiamo parlando di un regista affermato come Michael Mann, uno che prima di fare un film ci pensa qualche annetto e che nel curriculum ha almeno un paio di ottimi prodotti (Manhunter rimane il mio preferito) e una serie di buoni film. Quindi un autore di tutto rispetto. Anche un innovatore, in certi casi. Ma questa volta ha sbagliato veramente tutto e il risultato è un film inutile, banale e noioso, appunto. Certo anche tu, Michael, se mi prendi Thor con la sua monoespressione e pretendi di trasformarlo in un hacker bello, geniale, avventuroso, poliedrico e, perché no, carogna quanto basta per sopravvivere fino alla fine, non parti proprio col piede giusto. E poi tirarsi su diventa un’impresa improba, visto che tutto il film deve poggiare proprio sulle spalle larghe, ma fragili, di Chris Hemsworth. E se non hai una sceneggiatura forte alla base, allora il risultato finale è inevitabilmente scarso.
Blackhat racconta la storia di un hacker pregiudicato Nicholas Hataway che, liberato dal governo dal carcere federale, insieme ai suoi soci americani e cinesi cerca di identificare e sventare una pericolosissima rete di criminalità informatica che opera a livello mondiale: da Los Angeles a Hong Kong , passando per Perak, Malesia e Giacarta. Però, man mano che Hathaway si avvicina all’obiettivo, il suo bersaglio diventa consapevole della presenza di Hathaway stesso, e la posta in gioco si sposta sul piano personale. Finendo per trasformarsi in un classico regolamento di conti.
A parte qualche bella ripresa notturna dall’alto (un classico del cinema di Mann) e qualche sparatoria più che realistica (altro classico), il film viaggia lento su un binario già percorso mille altre volte, senza mai sorprendere. 28MANN2-articleLarge. Inoltre, l’espediente  di spostare rapidamente l’azione da una parte all’altra del mondo nasconde dei vuoti di sceneggiatura che sono al limite dell’imbarazzante. Non parliamo poi dello spessore dei personaggi che è appena più alta di quella di un fumetto di terza categoria, con il classico cattivo da film di 007 anni Sessanta e la poliziotta buona che ci lascia la pelle quando stai pensando proprio che sarebbe morta in quel momento. Mah!

Il cane a tre zampe

Quel cagnolino a tre zampe sedeva sempre sul davanzale della finestra proprio di fronte alla mia. Zampettava dal tavolo della cucina fino al davanzale e li ci trascorreva i pomeriggi. Sdraiato col muso a penzoloni o in piedi a camminare a tre zampe da un lato all’altro del davanzale.
Il cane lo conoscevo anche prima che avesse una zampa in meno. Di fronte a quel davanzale ci trascorro gran parte dei pomeriggi, seduto alla scrivania a tradurre libri dall’inglese. Il giorno che cadde però, non c’ero alla scrivania. Perse l’equilibrio per uno spavento, dissero. Qualche ragazzo per strada aveva fatto esplodere dei petardi e il cane si era terrorizzato finendo per cadere in strada. Un volo di tre metri abbondanti che gli aveva fatto spaccare due denti davanti e rotto irrimediabilmente in più punti la zampa sinistra.
Mi stava fondamentalmente antipatico quel cane e trovavo insopportabili il suo pelo corto e il muso da topo. Inoltre, vederlo rizzarsi sulle tre zampe al passaggio di ogni automobile, mi dava un senso di instabilità continua. Era come guardare tutto il giorno una sedia a tre gambe e pensare che si potesse rovesciare su se stessa in ogni momento. Cosa che peraltro non accadeva mai.

oscar
Eppure non potevo non guardarlo. Stava lì proprio di fronte a me e la luce che entrava dalla finestra era l’unica che illuminava le carte sulla scrivania. Quindi da lì non potevo spostarmi.
Oltre il cane, dalla mia finestra riuscivo a vedere il piccolo tavolo della cucina, la brutta tovaglia cerata che lo ricopriva e una parte del lavello. Sopra di esso uno scolapiatti con poche stoviglie appoggiate e una caffettiera bruciacchiata appesa per il manico. La padrona del cane era una donna sulla sessantina, con lunghi capelli grigi e gli occhi segnati da grosse borse marroni. Viveva sola da sempre, per quanto ne sapessi io. La mattina la trascorreva spesso in cucina, il pomeriggio si spostava di camera e solo dopo aver aperto la finestra, affinché il cane potesse uscire a guardare la strada. Quando tornava nella stanza spesso era già scuro in cielo e il cane aveva già fatto più volte la spola tra la cucina e il suo davanzale. Ogni tanto la sentivo chiamarlo, lui si alzava voltando la testa indietro e attendeva che la padrona arrivasse a prenderlo in braccio. E lei lo prendeva. E poi guardava verso di me. Seppure avessimo incrociato gli sguardi più volte, non ci eravamo mai parlati né salutati. Io guardavo il cane e le sue zampe dispari nei pomeriggi trascorsi seduto a lavorare. E tutto finiva lì.

Traducevo libri dall’inglese, prevalentemente romanzi tratti da film. Finché la casa editrice non mi mise in mano i primi tre, non immaginavo ci fosse un mercato di libri del genere: storie romanzate  di film di successo. Eppure funzionava. Negli Stati Uniti benissimo, da noi meno, ma come, letteratura da viaggio e negli eBook il suo pubblico lo stata conquistando. Avevo appena finito di tradurre Cloud Altlas, la storia, che già sul tavolo I guardiani della Galassia occhieggiava pronto a finire nelle librerie. Era un lavoro di traduzione diverso dal solito, perché insieme all’originale mi arrivava anche una chiavetta con il film da visionare per utilizzare i termini conosciuti dal pubblico italiano. Con Cloud Atlas non era stato facile, perché mi addormentavo continuamente poco dopo l’inizio del film. Era quello l’unico momento in cui riuscivo a chiudere occhio, però. Alma mi aveva appena lasciato e, da solo, in quel letto che lei aveva voluto mi sentivo ospite non gradito. Sul divano e davanti a quel film invece mi rilassavo.

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Alma mi aveva lasciato perché diceva che non c’ero più con la testa. Che pensavo solo a me stesso, alle mie traduzioni e al cane della casa di fronte. Il nuovo lavoro, vero, mi impegnava la testa e il fatto che trascorressi molte ore in casa non aveva certo reso le cose più semplici. Ma il rapporto tra me e Alma stava arrancando da un po’ di tempo. Lei ebbe solo più coraggio di me e prese la situazione in mano, come sempre. Io passai dalla liberazione alla sofferenza nel giro di una settimana. Alma adesso viveva da un’amica e non la vedevo più da almeno sette mesi. Mi scrisse una volta delle belle parole che ricordavano come il nostro amore fosse stato quantomeno originale, se non unico. Ma si capiva che non le mancavo per niente. Non le mancavano i miei silenzi, di certo non le mie ubbie. Forse la mia cucina – a forza di stare in casa avevo imparato a cucinare benissimo -, o forse neanche quella.

A dirla tutta aveva ragione Alma. Abituato a lavorare in ufficio insieme a decine di persone, improvvisamente mi trovai in casa solo con me stesso e di fronte a un insopportabile cane a tre zampe. È quando tutto intorno si fa più silenzioso che i pensieri diventano improvvisamente più rumorosi e cominciano a martellarti la testa. All’inizio sono solo un fischio lontano, poi cominciano a crescere d’intensità come lo sferragliare di un treno, fino a trasformare il movimento del cervello in un beccheggio senza sosta. Così, quando Alma tornava dal suo lavoro, non le lasciavo neanche il tempo di respirare che già la sommergevo con la frustrazione di tradurre un libro da un film con Adam Sandler, le raccontavo le liti dei vicini dl piano di sopra e, più di tutto, l’insopportabile vista dell’assurdo cane. Stava diventando un’ossessione. Una ossessione tutta mia che però distrusse Alma.

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Poi un giorno la padrona del cane mi parlò. Un tardo pomeriggio mentre stava sollevando il cane per spostarlo sul pavimento della cucina, lei si voltò e guardò verso di me. Il suo sguardo pareva spento come sempre, una tristezza infinita chiusa dentro due occhi acquosi che guardavano come se dall’altra parte della finestra non ci fosse altro che un vuoto nero. E verso quel vuoto aprì la bocca e silenziosamente disse aiuto, poi girò le spalle e si abbassò verso il pavimento, sparendo alla vista. Aiuto? A me? Ma soprattutto perché? Avrò inteso male, pensai, tornando io stesso ad abbassare gli occhi verso lo schermo del pc.
Le parole erano tutte in fila, ma a me parevano solo un’unica grande linea scura senza significato. Provai a tornare a guardare alla finestra di fronte, ma l’unica cosa che vidi era la sagoma di una cucina povera illuminata da una luce bianca. Aiuto. Aiuto? Ecco, ancora una volta ero riuscito a rovinarmi la giornata di lavoro. Non sarei stato più in grado di tradurre un solo aggettivo, la testa era andata. Prima la vista del cane, poi la donna che mi parla. Alma che non c’è più. Aiuto.

Sono due giorni che lavoro benissimo. La scrittura fila via liscia e anche il libro mi sembra meno brutto di tanti altri. Questo autore ha provato a metterci del suo e a dare delle interpretazioni alle azioni dei personaggi. Il film era veramente mediocre e tutta questa introspezione non l’avevo mica vista. Il cane è due giorni che non esce e neanche la padrona si affaccia più. E non credo proprio che riusciranno più a farlo. Aiuto mi avevano chiesto e aiuto ho dato loro.
Alma non tornerà più. Me l’ha detto l’altra sera guardandomi in faccia. Prima mi ha chiesto se stavo mangiando perché avevo la faccia scavata, ha detto proprio così, scavata. E poi che no non aveva proprio più voglia di essere triste come me. E stare con me la faceva sentire triste, vuota, sola. Sola come non mai. E quindi no non sarebbe tornata. Ha detto così, ma io lo sapevo che era per il cane. Sì la vista dava fastidio anche a me, l’ho già detto, vero? Ma lei la soffriva proprio. Non sarebbe tornata per non vedere più che a quel cane mancava una gamba. Se solo non ci fosse più. Se solo non ci fosse. Lei tornerebbe. Alma tornerebbe a vivere con me, a vivere come me.

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La donna del cane mi apre la porta come se mi aspettasse. Ha sempre poi stesso sguardo, anche mentre entro in casa. Il cane arriva zampettando più velocemente di quanto mi aspettassi. China il capo e mi annusa la scarpa. Lei mi dice solo di fare piano e dice anche qualcosa sul cane. Ma non capisco, perché mentre si accascia farfuglia questa cosa. Poi tocca al cane, che non fa neanche in tempo a guaire.
Terzo giorno di lavoro pieno. Il libro è quasi finito. La luce è magnifica in questi giorni. Limpida, tagliente, si riesce a scrivere per ore senza che nella stanza si adombri un solo angolo. La testa è leggera, questa sera ho deciso che festeggerò chiamando Alma. Voglio invitarla a bere un bicchiere di vino bianco, quello che piace a lei. E poi quando sarà qui vedrà che il cane non c’è più. E capirà che è ora di tornare a casa. Speriamo lo capisca, perché quel vino l’ho preso per lei. Solo per lei. A me il vino bianco non piace.

FINE

Il cane a tre zampe 4 di 4

Sono due giorni che lavoro benissimo. La scrittura fila via liscia e anche il libro mi sembra meno brutto di tanti altri. Questo autore ha provato a metterci del suo e a dare delle interpretazioni alle azioni dei personaggi. Il film era veramente mediocre e tutta questa introspezione non l’avevo mica vista. Il cane è due giorni che non esce e neanche la padrona si affaccia più. E non credo proprio che riusciranno più a farlo. Aiuto mi avevano chiesto e aiuto ho dato loro.
Alma non tornerà più. Me l’ha detto l’altra sera guardandomi in faccia. Prima mi ha chiesto se stavo mangiando perché avevo la faccia scavata, ha detto proprio così, scavata. E poi che no non aveva proprio più voglia di essere triste come me. E stare con me la faceva sentire triste, vuota, sola. Sola come non mai. E quindi no non sarebbe tornata. Ha detto così, ma io lo sapevo che era per il cane. Sì la vista dava fastidio anche a me, l’ho già detto, vero? Ma lei la soffriva proprio. Non sarebbe tornata per non vedere più che a quel cane mancava una gamba. Se solo non ci fosse più. Se solo non ci fosse. Lei tornerebbe. Alma tornerebbe a vivere con me, a vivere come me.

dipinti-mini-dipinto-moderno-luce-dalla-fi-6605911-dscf6010-caed7-df100_big
La donna del cane mi apre la porta come se mi aspettasse. Ha sempre poi stesso sguardo, anche mentre entro in casa. Il cane arriva zampettando più velocemente di quanto mi aspettassi. China il capo e mi annusa la scarpa. Lei mi dice solo di fare piano e dice anche qualcosa sul cane. Ma non capisco, perché mentre si accascia farfuglia questa cosa. Poi tocca al cane, che non fa neanche in tempo a guaire.
Terzo giorno di lavoro pieno. Il libro è quasi finito. La luce è magnifica in questi giorni. Limpida, tagliente, si riesce a scrivere per ore senza che nella stanza si adombri un solo angolo. La testa è leggera, questa sera ho deciso che festeggerò chiamando Alma. Voglio invitarla a bere un bicchiere di vino bianco, quello che piace a lei. E poi quando sarà qui vedrà che il cane non c’è più. E capirà che è ora di tornare a casa. Speriamo lo capisca, perché quel vino l’ho preso per lei. Solo per lei. A me il vino bianco non piace.

FINE

Il cane a tre zampe 3 di 4

A dirla tutta aveva ragione Alma. Abituato a lavorare in ufficio insieme a decine di persone, improvvisamente mi trovai in casa solo con me stesso e di fronte a un insopportabile cane a tre zampe. È quando tutto intorno si fa più silenzioso che i pensieri diventano improvvisamente più rumorosi e cominciano a martellarti la testa. All’inizio sono solo un fischio lontano, poi cominciano a crescere d’intensità come lo sferragliare di un treno, fino a trasformare il movimento del cervello in un beccheggio senza sosta. Così, quando Alma tornava dal suo lavoro, non le lasciavo neanche il tempo di respirare che già la sommergevo con la frustrazione di tradurre un libro da un film con Adam Sandler, le raccontavo le liti dei vicini dl piano di sopra e, più di tutto, l’insopportabile vista dell’assurdo cane. Stava diventando un’ossessione. Una ossessione tutta mia che però distrusse Alma.

small-butterfly-sheer-curtain-white-font-b-kitchen-b-font-curtain-font-b-window-b-font
Poi un giorno la padrona del cane mi parlò. Un tardo pomeriggio mentre stava sollevando il cane per spostarlo sul pavimento della cucina, lei si voltò e guardò verso di me. Il suo sguardo pareva spento come sempre, una tristezza infinita chiusa dentro due occhi acquosi che guardavano come se dall’altra parte della finestra non ci fosse altro che un vuoto nero. E verso quel vuoto aprì la bocca e silenziosamente disse aiuto, poi girò le spalle e si abbassò verso il pavimento, sparendo alla vista. Aiuto? A me? Ma soprattutto perché? Avrò inteso male, pensai, tornando io stesso ad abbassare gli occhi verso lo schermo del pc.
Le parole erano tutte in fila, ma a me parevano solo un’unica grande linea scura senza significato. Provai a tornare a guardare alla finestra di fronte, ma l’unica cosa che vidi era la sagoma di una cucina povera illuminata da una luce bianca. Aiuto. Aiuto? Ecco, ancora una volta ero riuscito a rovinarmi la giornata di lavoro. Non sarei stato più in grado di tradurre un solo aggettivo, la testa era andata. Prima la vista del cane, poi la donna che mi parla. Alma che non c’è più. Aiuto. (3 continua)

Il cane a tre zampe 2 di 4

Traducevo libri dall’inglese, prevalentemente romanzi tratti da film. Finché la casa editrice non mi mise in mano i primi tre, non immaginavo ci fosse un mercato di libri del genere: storie romanzate  di film di successo. Eppure funzionava. Negli Stati Uniti benissimo, da noi meno, ma come, letteratura da viaggio e negli eBook il suo pubblico lo stata conquistando. Avevo appena finito di tradurre Cloud Altlas, la storia, che già sul tavolo I guardiani della Galassia occhieggiava pronto a finire nelle librerie. Era un lavoro di traduzione diverso dal solito, perché insieme all’originale mi arrivava anche una chiavetta con il film da visionare per utilizzare i termini conosciuti dal pubblico italiano. Con Cloud Atlas non era stato facile, perché mi addormentavo continuamente poco dopo l’inizio del film. Era quello l’unico momento in cui riuscivo a chiudere occhio, però. Alma mi aveva appena lasciato e, da solo, in quel letto che lei aveva voluto mi sentivo ospite non gradito. Sul divano e davanti a quel film invece mi rilassavo.

cloud_atlas_lead
Alma mi aveva lasciato perché diceva che non c’ero più con la testa. Che pensavo solo a me stesso, alle mie traduzioni e al cane della casa di fronte. Il nuovo lavoro, vero, mi impegnava la testa e il fatto che trascorressi molte ore in casa non aveva certo reso le cose più semplici. Ma il rapporto tra me e Alma stava arrancando da un po’ di tempo. Lei ebbe solo più coraggio di me e prese la situazione in mano, come sempre. Io passai dalla liberazione alla sofferenza nel giro di una settimana. Alma adesso viveva da un’amica e non la vedevo più da almeno sette mesi. Mi scrisse una volta delle belle parole che ricordavano come il nostro amore fosse stato quantomeno originale, se non unico. Ma si capiva che non le mancavo per niente. Non le mancavano i miei silenzi, di certo non le mie ubbie. Forse la mia cucina – a forza di stare in casa avevo imparato a cucinare benissimo -, o forse neanche quella.    (2-continua)

Il cane a tre zampe 1 di 4

Quel cagnolino a tre zampe sedeva sempre sul davanzale della finestra proprio di fronte alla mia. Zampettava dal tavolo della cucina fino al davanzale e li ci trascorreva i pomeriggi. Sdraiato col muso a penzoloni o in piedi a camminare a tre zampe da un lato all’altro del davanzale.
Il cane lo conoscevo anche prima che avesse una zampa in meno. Di fronte a quel davanzale ci trascorro gran parte dei pomeriggi, seduto alla scrivania a tradurre libri dall’inglese. Il giorno che cadde però, non c’ero alla scrivania. Perse l’equilibrio per uno spavento, dissero. Qualche ragazzo per strada aveva fatto esplodere dei petardi e il cane si era terrorizzato finendo per cadere in strada. Un volo di tre metri abbondanti che gli aveva fatto spaccare due denti davanti e rotto irrimediabilmente in più punti la zampa sinistra.
Mi stava fondamentalmente antipatico quel cane e trovavo insopportabili il suo pelo corto e il muso da topo. Inoltre, vederlo rizzarsi sulle tre zampe al passaggio di ogni automobile, mi dava un senso di instabilità continua. Era come guardare tutto il giorno una sedia a tre gambe e pensare che si potesse rovesciare su se stessa in ogni momento. Cosa che peraltro non accadeva mai.

oscar
Eppure non potevo non guardarlo. Stava lì proprio di fronte a me e la luce che entrava dalla finestra era l’unica che illuminava le carte sulla scrivania. Quindi da lì non potevo spostarmi.
Oltre il cane, dalla mia finestra riuscivo a vedere il piccolo tavolo della cucina, la brutta tovaglia cerata che lo ricopriva e una parte del lavello. Sopra di esso uno scolapiatti con poche stoviglie appoggiate e una caffettiera bruciacchiata appesa per il manico. La padrona del cane era una donna sulla sessantina, con lunghi capelli grigi e gli occhi segnati da grosse borse marroni. Viveva sola da sempre, per quanto ne sapessi io. La mattina la trascorreva spesso in cucina, il pomeriggio si spostava di camera e solo dopo aver aperto la finestra, affinché il cane potesse uscire a guardare la strada. Quando tornava nella stanza spesso era già scuro in cielo e il cane aveva già fatto più volte la spola tra la cucina e il suo davanzale. Ogni tanto la sentivo chiamarlo, lui si alzava voltando la testa indietro e attendeva che la padrona arrivasse a prenderlo in braccio. E lei lo prendeva. E poi guardava verso di me. Seppure avessimo incrociato gli sguardi più volte, non ci eravamo mai parlati né salutati. Io guardavo il cane e le sue zampe dispari nei pomeriggi trascorsi seduto a lavorare. E tutto finiva lì. (1-continua)

Foxcatcher, una storia americana

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Cos’è una storia americana? Spesso una storia di sogni e rivincite, di quelle che finiscono con un lungo abbraccio e qualche lacrima ben spesa. Altre volte, una storia di violenza, sopraffazione, corruzione, in cui i sogni diventano veri incubi. La storia che ci racconta Miller è di questo secondo tipo. Una storia tragica, senza speranza, che allunga un’ombra fosca sulla moralità e sui valori che fanno da fondamenta al Nuovo Mondo. Il potere necrotico del denaro, quello letale della libera circolazione delle armi, i danni di una famiglia assente (o troppo presente) e il peso delle responsabilità nella società sono solo alcune delle suggestioni che il regista rappresenta in questo quadro triste di amore negato.
Perché in fondo si finisce sempre a parlare d’amore, anche quando i protagonisti sono un eccentrico miliardario e due campioni di lotta libera.
Ispirato a fatti realmente accaduti, Foxcatcher è la storia dell’improbabile e tragico rapporto tra il lottatore medaglia d’oro alle Olimpiadi Mark Schultz e il facoltoso erede John du Pont. Mark, invitato a trasferirsi nella residenza di famiglia per aiutarlo a formare una squadra da allenare in vista dei giochi olimpici di Seul del 1988, coglie al volo l’opportunità, sperando di potersi concentrare sul suo allenamento e di riuscire finalmente ad uscire dall’ombra del suo venerato fratello, Dave. Ma l’impresa del miliardario, con una fortuna costruita sulle armi e con un’aura di nobiltà, che si abbassa a sostenere uno sport povero come la lotta libera è destinato a fallire presto. Perché la ribellione del vecchio rampollo, per uscire da sotto l’ala nera di una madre ingombrante, mostra ben presto la corda. E la farsa vira in tragedia.
Foxcatcher è un film irritante, per le tematiche, per i personaggi rappresentati e anche per l’uso dei lunghi silenzi spiazzanti e pesanti posti lungo tutto il racconto. Ma, malgrado ciò, ha nascosto nelle suo pieghe un fascino ambiguo, perverso, malato. E il senso di disperazione che si respira fin dai primi istanti, così come l’ineluttabilità di un destino  triste  segnato sul volto dei protagonisti non lo fa certo amare. Ma ricordare di sicuro.