Le bugie di Alina

…e insomma alla fine ci sono uscita con quel ragazzo… prima cinema e poi pizza… Finchè siamo stati in sala tutto bene. Il film l’avevo scelto io… Poi il tracollo…
Alina parla e mangia, contemporaneamente. Lo fa da sempre. Soprattuto con la pizza. Non fa solo questo: non appena la pizza le arriva nel piatto, comincia a schiacciare il bordo, fino a ridurla piatta piatta. L’ha sempre fatto, almeno da quando la conosco io. Da quando facevamo la stessa università, il pomeriggio si studiava insieme  e la sera si usciva e si andava al bar del Vince con tutti gli altri. Lo faceva anche quando abbiamo provato a metterci insieme e tutto è finito al primo bacio: a me sembrava di baciare mia sorella. Il brutto è che anche per Alina fu lo stesso. “Mi sembra di baciare mia sorella”, mi disse ridendo. E ci abbracciammo forte e finimmo la serata bevendo vino novello, dicendoci che ci saremmo sempre stati l’uno per l’altra. Comunque.
… vedo che mi guarda strana e mi chiede cosa stia facendo…schiaccio la pizza perché?… no, niente, dice lui… ma perché?… non so, rispondo, abitudine… forse non mi piacciono le cose troppo spesse in bocca… Non ho ancora finito bene la frase e gli leggo uno sguardo idiota sul viso… Fai che non lo dica, ti prego, fai che non lo dica, penso… Eh…, allora mi sa che non andremo d’accordo, dice… L’ha detto!… e ridacchia soddisfatto. Ridacchia, capisci? Ha fatto una battuta orrenda e ride. Invece di vergognarsi.

pizza
E tu?, chiedo.
Mi sono pulita la bocca col tovagliolo, ho sorriso pure io, mi sono alzata, gli ho versato la birra media direttamente sulla patta e sono uscita.
Alina ride soddisfatta. Io con lei. Ride e mangia la pizza. E nel susseguirsi di parole, risate e morsi di pizza le parte improvvisamente un sonoro rutto.
Salute! dico con un mezzo sorriso imbarazzato
Salute per cosa?, chiede attonita
Come per cosa… hai appena digerito… hai ruttato, come Shrek…
No. Non è vero. Avrai sentito male.
Ma Ali, cazzo, hai spettinato il signore di fianco a me… dai…ammettilo.
Ma no, davvero. Non ho ruttato e se anche lo avessi fatto non avrei difficoltà ad ammetterlo. Con te poi…
Non è la voglia di dire bugie, per Alina la storia è un po’ diversa. La sua è una forma di autodifesa: nega l’evidenza non per ingannare, ma per non sentirsi debole nei confronti delle altre persone. Succede così da un Natale di molti anni prima.

E’ la vigilia di Natale del 1986. Papà Vittorio è più eccitato dei suoi due bambini: Alina e Aldo. La videocassetta de La vita è meravigliosa è già in bella mostra davanti al televisore. La guardano ogni anno, commuovendosi sempre agli stessi punti. Zia Gianna, con i tre cuginetti, è arrivata accompagnata dal suo classico dolce natalizio. Questa volta è un panettone ricoperto di glassa bianca a ricostruire un monte dal quale scende un babbo natale di zucchero. Aldo ha già provato a leccarlo un paio di volte, prendendosi i rimproveri di tutti. Tranne che dalla mamma. Mamma Clara cucina, apparecchia e rassetta silenziosa. Lei riequilibra l’euforia del marito, muovendosi leggera e muta tra le parole e le risa di tutti gli altri. Il programma prevede cena, film e poi tutti a letto ad aspettare i doni. Tutti nella stessa a casa, divisi in tre letti grandi, sacchi a pelo e materassini gettati a terra. Una festa nella festa.
L’una di notte è passata da qualche minuto. I più piccoli dormono già da un po’, Alina e Michele, il cugino più grande, lottano contro il sonno: vorrebbero aspettare, tirare più in lungo possibile per sbirciare e sperare di vedere Babbo Natale. Ma se rimani sveglio, forse Babbo non arriva. E allora, proviamo a dormire. Zia Gianna si è sdraiata accanto ai più piccoli, mentre Vittorio e Clara tirano fuori da ogni nascondiglio pacchi e pacchetti da disporre sotto l’albero. Vittorio è chiaramente soddisfatto: anche questa vigilia è andata proprio bene e domattina sarà ancora meglio, pensa. Clara si attarda a sistemare gli ultimi pacchetti con calma e dolcezza. Poi si ferma un attimo a gustarsi il silenzio e il lavoro finito. Fino a domani, quando tutto ricomincerà come prima.
La mattina arriva con un raggio di fredda luce azzurra a insinuarsi tra le stanghette delle tapparelle. Vittorio apre lentamente gli occhi, con un braccio cerca Clara al suo fianco, ma trova soltanto il segno leggero della testa sul cuscino. Lentamente si alza nel silenzio di una casa ancora addormentata. Dalla cucina nessun rumore, il bagno è vuoto. Vittorio infila la testa nelle tre stanze della casa, ma di Clara nessuna traccia. In casa non manca proprio nulla, anche i vestiti che lei indossava il giorno precedente sono ancora piegati ordinatamente sulla sedia della camera da letto.
Nel tempo che trascorre in attesa che tutti si sveglino, Vittorio scende in cortile, guarda nelle cantine, scende nella strada vuota, come può essere vuota alle sette del mattino di Natale. Ritornando nell’appartamento incrocia un condomino che, no lui non l’ha proprio vista la signora Clara.

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Vittorio comincia ad essere preoccupato e pensa di telefonare alla polizia. Intanto, nella casa tutti si sono lentamente svegliati e, ignari della cosa, hanno cominciato a scartare pacchetti, a urlare di gioa e ridere. Vittorio prende Gianna per un braccio e le dice la cosa. Subito partono le telefonate all’ospedale cittadino e, successivamente, alla polizia. Ma anche lì nulla. Intanto i bambini si sono accorti della mancanza di Clara e leggono gli occhi preoccupati degli altri due adulti.
La giornata di Natale trascorre negli uffici dei carabinieri a sporgere denuncia, a raccontare ogni dettaglio della sera precedente e a fornire tutte le fotografie più recenti della donna scomparsa.
Clara la trovano due giorni dopo in un bosco appena fuori città. Il volto bianco per il gelo e le labbra blu scuro. Indosso ha solo la vestaglia da notte e ai piedi le Superga bianche che le piacevano tanto. Viene portata subito all’ospedale dove la salvano a stento dall’assideramento. Le salvano il corpo, la mente invece se ne era andata quella notte di Natale. Forse proprio dopo aver spostato l’ultimo pacchetto e messo in ordine le proprie cose.
La vigilia del Natale del 1986 fu l’ultimo che Clara trascorse nella sua casa. Alina al tempo aveva sette anni e quello fu anche l’ultimo anno in cui sentì sua mamma parlare.
Gli anni successivi furono tutti una serie ininterrotta di ricoveri e ospedali, mentre Alina raccontava alle amiche e a scuola che la mamma non poteva partecipare alle riunioni, alle feste e non la veniva a prendere dopo la lezione di danza perché era all’estero a lavorare, o chiusa in un laboratorio a trovare la soluzione contro il cancro o l’alzheimer, o in viaggio per scrivere una guida turistica della Birmania. Io seppi tutto questo solamente al liceo e tre anni dopo che Clara era deceduta in una clinica sul lago Maggiore. Durante tutto quel periodo, nel racconto di Alina, la mamma si era separata da suo padre e si stava ricostruendo una sua vita a Forlì. Almeno questo era ciò che diceva in classe. In casa, invece, la vita di Alina era vera e per dieci anni era stata portata avanti da papà Vittorio e dalla zia Gianna che, sola a sua volta, aveva col fratello messo in piedi una nuova famiglia. Anomala quanto si vuole, ma ricca di amore e cura e attenzioni.

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“Come al solito parlo solo io – dice Alina – E tu ascolti e basta. Guarda che non funziona così. Allora, la storia con l’avvocatessa australiana continua?”
“Ma va, finito tutto questa estate. Lei dopo lo stage di Milano se ne è tornata al suo paese e dopo qualche mail l’abbiamo fatta sfumare via”.
“Niente storie da raccontare, allora”.
“Niente storie. Almeno che tu non ne voglia sentire una strana quanto basta che mi è capitata sul lavoro”.
“Certo. Più sono strane, più mi piacciono. Tanto strana? Cioè vuoi farmi credere che accadono cose strane anche a voi civilisti?”
“Abbastanza strana, diciamo”
“Limoncino?”
“Per me mirto. Così magari sembra anche più bella. Insomma, mi capita in studio Claudio Cova”
“Cova l’artista?”
“Proprio lui, Cova. Era stato contattato da un network privato che gli ha proposto un contratto in esclusiva per la produzione di tre opere d’arte da mettere all’asta. Sessantamila euro. Soldi facili, anzi facilissimi. Mi racconta che la tecnica che aveva messo a punto gli avrebbe permesso di realizzare non tre, ma trenta opere al mese di quel tipo. Bastava scattare una fotografia a un  qualsiasi soggetto, stamparla come diapositiva e proiettarla su tela. A quel punto ci passava sopra con un pennarello punta fine, quelli da due euro in cartoleria, e da li riversare tutto in uno stampo di plexiglas. L’opera era pronta e finiva sul mercato a non meno di 5 mila euro. Se ci aggiungeva qualche tocco di classe, tipo un neon o il colore, il prezzo lievitava ancora di più.”
Allegra-Agliardi
Ne era passato del tempo da quando Claudio Cova, insieme al suo gruppo d’avanguardia, i Bobtail, tentava di affermare in Italia l’arte moderna. Le loro provocazioni erano ignorate, le opere – veri tentativi di imporre un modo diverso di leggere l’attualità attraverso l’arte – vendute solo tra amici e parenti. Poi il colpo di fortuna. Lui conosce il cantante di un gruppo rock e questi gli chiede di disegnargli la scenografia del loro attesissimo tour estivo. Il logo – un ippogrifo stilizzato cavalcato da una donna – divenne il simbolo di un’estate e la rampa di lancio di Cova.  L’avventura con i Bobtail finì in quel momento e cominciò una più prolifica carriera in solitario. Adesso le sue opere trovavano posto anche a Parigi e New York e La lavandaia, una plastica figura stilizzata, piegata a novanta che, con un gioco di luci a intermittenza, mimava il gesto del lavandare, era diventata il suo segno di riconoscimento.

“Ultimamente, però, quasi nulla. Qualche assegno staccato da un tonto giapponese o un russo volgare e, a parte, una sua opera piazzata al Ministero degli esteri, poco altro. La proposta della televisione era arrivata al momento giusto, mi dice. Il problema è che ora il network lo vuole denunciare perché sostiene che ha fatto il doppio gioco. Un network rivale ha recuperato da non so dove alcuni inediti di Cova e pensa di organizzare un’asta contemporaneamente alla loro”.
“Vabbè – dice Alina – e dove sarebbe il problema?”
“Te la faccio breve. L’esclusiva andrebbe a farsi benedire e lui rischierebbe non solo di non vedere i soldi, ma di pagare anche i danni. Nel migliore dei casi, quand’anche riuscisse a dimostrare la sua buona fede, passerebbe un sacco di tempo prima di riuscire a vedere l’assegno”.
“Lui mi dice che non gli importa un cazzo di vedere i soldi i no, gli importa di farla pagare a quei mentecatti della televendita. E mi chiede di trovare una soluzione”.
“E tu?”
“E io l’ho trovata. Interrompere il contratto lo porterebbe automaticamente dalla parte del torto, allora non gli resta che onorarlo. E il lampo di genio l’ho avuto navigando su Youporn”
“E brava la mia sorellina che smanetta sui siti zozzi”, dice sorridendo Alina.
“Non che ci perda la vista… ma non importa. L’accordo prevede che vengano fornite tre opere “determinate in ordine alla forma e foggia”, nulla si dice del soggetto. Questi della televisione vogliono opere in esclusiva? Bene, le avranno”.
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Tre grossi membri “determinati nella forma e nella foggia” sono i primi ad arrivare sul banco della vendita all’asta. Fallopio, la intitola. Segue L’appoggio, una versione hard della famosa lavandaia presa da dietro da un barcaiolo; e Baciami il culo, una lingua che s’insinua in un fondoschiena. Che se le vendano loro le opere.
La rete, spiazzata, tenta la strada della denuncia per non aver onorato il contratto. Lui ribatte regalando  loro un’altra opera in esclusiva: Amore frocio, due uomini che si baciano appassionatamente, toccandosi reciprocamente il sedere.
“Naturalmente, io ci metto del mio accompagnando la bella opera con una lettera in cui ammonisco la rete a non disturbare il periodo erotico dell’artista”.

“Ahahahahahahaha”, ride forte Alina, facendo girare verso il nostro tavolo un po’ tutti quanti. “Bellissima. E le opere che fine hanno fatto?”
“Credo siano in qualche magazzino della televisione. Non hanno avuto il coraggio di metterle in vendita.
“Ahhahaha, sei fuori davvero. Sembra incredibile. Ancora più incredibile che non sia uscito niente sui giornali. Dai… davvero pazzesca. Ma è vera?”.

FINE

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2 pensieri su “Le bugie di Alina

  1. Emozionante! Ho letto dalla prima all’ultima riga senza riuscire a staccare gli occhi dal testo. Quando la storia diverge parlando del natale hai corso il rischio di perdere il filo ma alla fine hai dimostrato coerenza e grande talento nel raccontare!

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    1. Grazie! A dire il vero sono anche un po’ sorpreso (e perché no, emozionato). Non sono proprio abituato a ricevere complimenti e scambiare commenti. Comunque, hai ragione. Ho avuto la sensazione di perdermi nelle due storie così lontane e così diverse. Ma alla fine mi pare di essermela cavata.
      Grazie davvero.

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