Il cane a tre zampe 1 di 4

Quel cagnolino a tre zampe sedeva sempre sul davanzale della finestra proprio di fronte alla mia. Zampettava dal tavolo della cucina fino al davanzale e li ci trascorreva i pomeriggi. Sdraiato col muso a penzoloni o in piedi a camminare a tre zampe da un lato all’altro del davanzale.
Il cane lo conoscevo anche prima che avesse una zampa in meno. Di fronte a quel davanzale ci trascorro gran parte dei pomeriggi, seduto alla scrivania a tradurre libri dall’inglese. Il giorno che cadde però, non c’ero alla scrivania. Perse l’equilibrio per uno spavento, dissero. Qualche ragazzo per strada aveva fatto esplodere dei petardi e il cane si era terrorizzato finendo per cadere in strada. Un volo di tre metri abbondanti che gli aveva fatto spaccare due denti davanti e rotto irrimediabilmente in più punti la zampa sinistra.
Mi stava fondamentalmente antipatico quel cane e trovavo insopportabili il suo pelo corto e il muso da topo. Inoltre, vederlo rizzarsi sulle tre zampe al passaggio di ogni automobile, mi dava un senso di instabilità continua. Era come guardare tutto il giorno una sedia a tre gambe e pensare che si potesse rovesciare su se stessa in ogni momento. Cosa che peraltro non accadeva mai.

oscar
Eppure non potevo non guardarlo. Stava lì proprio di fronte a me e la luce che entrava dalla finestra era l’unica che illuminava le carte sulla scrivania. Quindi da lì non potevo spostarmi.
Oltre il cane, dalla mia finestra riuscivo a vedere il piccolo tavolo della cucina, la brutta tovaglia cerata che lo ricopriva e una parte del lavello. Sopra di esso uno scolapiatti con poche stoviglie appoggiate e una caffettiera bruciacchiata appesa per il manico. La padrona del cane era una donna sulla sessantina, con lunghi capelli grigi e gli occhi segnati da grosse borse marroni. Viveva sola da sempre, per quanto ne sapessi io. La mattina la trascorreva spesso in cucina, il pomeriggio si spostava di camera e solo dopo aver aperto la finestra, affinché il cane potesse uscire a guardare la strada. Quando tornava nella stanza spesso era già scuro in cielo e il cane aveva già fatto più volte la spola tra la cucina e il suo davanzale. Ogni tanto la sentivo chiamarlo, lui si alzava voltando la testa indietro e attendeva che la padrona arrivasse a prenderlo in braccio. E lei lo prendeva. E poi guardava verso di me. Seppure avessimo incrociato gli sguardi più volte, non ci eravamo mai parlati né salutati. Io guardavo il cane e le sue zampe dispari nei pomeriggi trascorsi seduto a lavorare. E tutto finiva lì. (1-continua)

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