Into the woods

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Il bosco oltre ad essere un luogo misterioso, pauroso e simbolico è anche il centro perfetto per far incrociare storie e mandare in cortocircuito anni e anni di favole e leggende. Nel bosco della Disney, infatti si incrociano non solo quattro delle più note favole dei fratelli Grimm (Capuccetto Rosso, Jack e il fagiolo magico, Cenerentola e Rapunzel), ma anche generi cinematografici diversi, registri e piani di lettura differenti. L’operazione di mescolare musical, con il racconto fantastico, l’ironia e la rivisitazione è coraggiosa e spericolata. Il risultato infatti è continuamente spiazzante, tanto che solamente alla fine del film si riesce a comprenderne appieno il senso. Cioè In to the woods non è una semplice celebrazione di quattro favole famose, quanto piuttosto l’incoronazione della favola come narrazione. In un tempo in cui le informazioni arrivano da tutti i fronti, la sicurezza di avere un approdo sicuro con la tradizione narrativa favolistica offre un po’ di tranquillità. La stessa tranquilla serenità che la voce morbida di un narratore infonde quando comincia a raccontare una fiaba.
Nel villaggio di un piccolo reame vive il mugnaio con la moglie, dalla quale non riesce ad avere un erede. La cosa però ha una spiegazione, perché un tempo una strega vicina di casa lanciò una maledizione sui discendenti della famiglia. Maleficio che potrà essere cancellato soltanto se i nostri due riusciranno a procurare alla strega un mantello rosso, una mucca color latte, una scarpetta dorata e dei capelli color del grano. Ossia, i tratti distintivi delle quattro favole di cui sopra. Convenuto tutti nel bosco, strega, mugnaio, moglie, Capuccetto e tutto il resto delle truppa metteranno in scena un ricco musical in cui le storie di tutti quanti si intrecceranno, dando vita a una nuova, grande, affascinante favola che prende il via proprio mentre tutte le altre paiono mettere la parola fine.
Ricco, spigliato e imprevedibile, il film di Rob Marshall, uno dei grandi artigiani di Hollywood, rappresenta certo qualcosa di nuovo per il cinema fantastico, forse non ancora qualcosa di indimenticabile.

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Forza maggiore

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L’istantanea che ci restituisce i volti sereni di Tomas, Ebba e dei loro due bei bambini sintetizza la felicità semplice e assoluta di una famiglia. Dalla Svezia sono partiti verso le Alpi francesi per trascorre cinque giorni sulla neve. Il secondo giorno i quattro si trovano seduti al tavolo del terrazzo che si affaccia sulle meravigliose montagne per il pranzo. Lo scoppio di un esplosivo per controllare la caduta di valanghe,  segna invece la deflagrazione della coppia. La valanga è più grande del previsto e pare arrivare addosso ai turisti in terrazza. E’ il terrore, dura solo un attimo, ma è terrore allo stato puro, perché la valanga si ferma molto prima e quello che investe il gruppo di persone è soltanto una nuvola pesante di neve. Un attimo però che cambia la vita, perché Ebba in quel momento pensa soltanto a salvare i due figli, Tomas invece a salvare se stesso. Un attimo che strappa per sempre la bella istantanea sulla felicità.
Forza maggiore di Östlund comincia qui e da qui il regista, come un entomologo dei sentimenti, scava dentro le coscienze dei protagonisti. Ebba non riesce a superare il trauma del comportamento che ha scoperto un nuovo Tomas che forse non avrebbe mai voluto avere al suo fianco. Lo stesso Tomas prova prima a negare l’accaduto, come se lui stesso non credesse al suo comportamento, poi messo davanti all’evidenza dei fatti, non può che crollare e arrendersi alla cruda verità. Nel mezzo i due figli preoccupati soprattuto che quella bella istantanea non scolorisca e li lasci soli con un divorzio da gestire.
Crudele e realista, come solo i registi svedesi sanno essere, Östlund disegna un film perfido e disarmante che, seppure sorretto solamente da un’idea riesce a affascinare fino all’ultima inquadratura. I personaggi, scritti perfettamente, si mettono a nudo di fronte alla cinepresa, come fossero su un set di Bergman, miscelando dramma e commedia amara in un’amalgama perfetta.

Il padre

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Siamo nel 1915, la Prima Guerra Mondiale arriva alle porte dei confini più lontani dell’impero Ottomano, trasformandosi presto nel pretersto per una pulizia etnica. Una notte, infatti, la polizia turca rastrella tutti gli uomini armeni della piccola città di Mardim, compreso il giovane fabbro Nazaret Manoogian, separandolo dalla sua famiglia. Anni dopo, sopravvissuto agli orrori del genocidio, Nazaret riceve la notizia che anche le sue due figlie sono ancora vive. Ossessionato dall’idea di ritrovarle si mette sulle loro tracce. La sua ricerca lo conduce dai deserti della Mesopotamia, alle sponde del Libano e da lì all’Avana, per arrivare alle praterie aride e desolate del Nord Dakota. Un viaggio infinito che gli farà scoprire che gli uomini sono buoni e cattivi allo stesso modo ovunque si trovino: a nord o sud del mondo.
L’odissea di Nazaret segue precisa tutte le tappe del viaggio salvifico, dalla caduta alla resurrezione, senza mancare neanche uno degli stereotipi del genere (con tanto di miraggio nel deserto) e, purtroppo, senza coinvolgere mai emotivamente lo spettatore nella tragedia personale e nazionale.
La scelta stilistica di Fatih Akin (La sposa turca e Soul kitchen), quasi surrealista, finisce per infastidire piuttosto che evidenziare le distanze abissali tra le bassezze umane e le bellezze della natura. Ma tutto il film suona stonato, fin dalle prime inquadrature. Il padre è un film e mille altri senza essere nulla di originale. Anzi, è un non film. Non è un film sulla guerra e neppure sulla bonifica etnica armena. Non è un racconto sull’uomo, né uno sulla religione. E neppure una metafora sulla vita vissuta rispetto quella raccontata (il protagonista perde la voce all’inizio del film e lascia all’azione tutta la narrazione) . È purtroppo un film che sacrifica il sentimento per la forma, finendo per realizzare solamente una messa in scena stucchevole e stonata.

Black sea

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Come scrive ironicamente Francesco Piccolo nel suo ultimo indispensabile Momenti di trascurabile infelicità, uno di questi momenti è rappresentato dai film sui sottomarini. Film angusti, dice, dove capita spesso di schiacciare il pulsante sbagliato e dove alla fine tutto gira intorno a una chiave inglese. Il suo pensiero minimo e leggero (di una leggerezza calviniana, così Piccolo è contento) è la perfetta sintesi di Black Sea: un film già visto mille volte e spesso migliori di questa. Un film convenzionale, prevedibile e che appunto nella prevedibilità stempera ogni momento di tensione. Un lavoro enorme di preparazione, gettato in un attimo dalla mancanza di fantasia.
Eppure il film non parte male. Il capitano di sommergibili Robinson viene licenziato senza troppi complimenti dalla società di recupero relitti alla quale ha sacrificato anni di vita e il proprio matrimonio. Per vendicarsi dell’ingrata compagnia, Robinson decide di mettere a frutto un segreto aziendale e intraprendere un’impresa straordinaria: recuperare l’immenso carico d’oro contenuto in un sommergibile tedesco che giace sul fondo del Mar Nero dal 1941. A bordo di un sottomarino di fortuna e a capo di un equipaggio a dire poco raffazzonato, il capitano parte per un’avventura che nasconderà imprevisti in ogni angolo e che sarà destinata a infrangersi contro un destino ineluttabile.
Il film di Kevin McDonald (L’ultimo re di Scozia) cerca di mescolare critica sociale e critica morale, contrapponendo alla bieca legge di mercato – capace di sfruttare le persone e poi gettarle senza un briciolo di pietà quando il profitto appare in calo – la stupita avidità umana. Il gruppo di disperati, se all’inizio potevano proiettare un minimo di simpatia per la condizione di vittime reiette, con il passare degli eventi mostra tutta la propria povertà etica che la sola voglia di rivalsa economica non può né deve giustificare. Così alla fine viene a mancare uno degli elementi chiave per la buona riuscita di ogni film: l’identificazione con almeno uno dei personaggi.

Vaffanculp

“Insomma la storia è finita con una serie di messaggi secchi al telefonino. Con lei che mi accusa di non sapere prendere le mie responsabilità e di vivere la mia vita sempre al riparo dei genitori. Mentre lei i suoi genitori li ha spediti fuori casa da un pezzo. E io che rispondo che in casa con lei c’è spazio solo per il suo ego e che è logico che i suoi genitori non possano starci. Lei mi scrive vaffanculo e io rispondo altrettanto. Solo che nella fretta mi esce vaffanculp. Capisci? Non sono neppure riuscito a mandarla affanculo per bene”.
Sto raccontando la vicenda a Carlo che non sa bene come reagire. La cosa del vaffanculp lo diverte da morire, ma capisce che nella sua assurda ironia un po’ mi sta facendo soffrire.
Con Andrea ci stavo da qualche mese. Ognuno a casa propria, s’intende, ma l’idea era quella di finire presto a vivere insieme. Io non abito con i miei genitori, sia inteso. Ho un monolocale per il quale pago 250 euro al mese e una madre invadente che mi stira magliette e camicie entrandomi in casa a qualsiasi ora del giorno.

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Era già capitato che una mattina, mentre Andrea si trovava a casa mia a poltrire nel letto e con me al lavoro, mia madre entrasse e come se niente fosse si mettesse a riassettare la cucina e raccogliere i vestiti da terra. Andrea era basita e non sapeva che dire. È quando mia madre le chiese se avesse dovuto lavare anche le sue cose che lei rispose che no grazie sapeva come mettere in ammollo un paio di mutande. Poi si alzò, si infilò i jeans senza le mutandine e uscì senza salutare.
Quella volta riuscii a metterci una pezza, spiegando che a una certa età non riesci più a far capire dove sta il confine tra la vita che vivevi prima e quella di ora. Andrea ribatté che finché gli permettevo di continuare a fare la mamma lei non ci avrebbe mai rinunciato. Promisi che sarei intervenuto e che le avrei tolto la chiavi di casa.
“No guarda, Michele, non è che devi fare questa cosa per me – disse Andrea – Mi sembra solo che dovresti essere tu a badare a te stesso e se le camicie non sono tutte belle apprettate, non muore mica nessuno”.
Facile lei! Lavora ai servizi sociali e in ufficio ci va vestita coi jeans, una T-shirt e la kefiah al collo. Io, invece, alle assicurazioni, devo essere sempre bello inappuntabile, che già i contratti i clienti non li sottoscrivono normalmente, se poi gli si presentasse davanti un hipster sono capaci anche di telefonare al 113. Nel migliore dei casi.

La scorsa settimana, per esempio, il capo mi manda da un cliente a fargli rinnovare la polizza sulla casa. L’uomo vive solo in una grande casa fatiscente alla periferia della città. Una specie di pietra miliare sulla campagna con un’ampia corte disordinata davanti e la facciata con grandi finestre disposte su due livelli. L’intonaco si stava già staccando in diversi punti e dell’edera verde scuro aveva cominciato ad arrampicarsi dal terreno, coprendo tutta la parte destra. Nel cortile due cagnoni ossuti camminavano lentamente, annusando terra, alla ricerca di qualche cosa da mangiare. Quando mi avvicino al cancello per suonare, mi accorgo che al posto del campanello c’è un buco da quale esce un mazzo di fili elettrici colorati.
“Signor Cavani! – grido – Signor Cavani, sono Michele Trovò della Armonia Assicurazioni. Sono qui per la polizza sulla casa”.
I cani, attirati dalla voce, hanno alzato la testa e si stanno dirigendo, sempre lentamente, verso di me. Non hanno uno sguardo preoccupante, ma tu vai a capire che cazzo pensa un cane. E, malgrado il cancello chiuso, ho paura che comincino ad abbaiare e fare cagnara. Che poi sarebbe anche loro diritto.
“Signor Cavani?”, ripeto.
Dietro una delle porte finestre del piano terra vedo la sagoma di una persona scostare leggermente una tenda e guardare fuori.
“Signor Cavani, sono dell’Armonia Assicurazioni. La polizza annuale deve essere rinnovata. Basta solo una firma.”
La finestra si apre leggermente e un omone in canottiera e pantaloni del pigiama si presenta in lontananza.
“Non è vero – dice sputando per terra – Sei quello di Equitalia che è passato ieri. E se non l’hai capita prima che i soldi non te li do, forse lo capisci ora”. E da dietro la schiena fa improvvisamente comparire un fucile a doppia canna puntandolo verso di me. I cani cominciano ad abbaiare, mentre io faccio solo in tempo ad abbassare la testa e sentire un nuvolo di piombini sfiorarmi i capelli.

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Cazzo, cazzo, cazzo. Mi ha sparato contro!
I cani agitati dal rumore, abbaiano più forte. Io sono ancora accucciato e tremante.
Cazzo, cazzo, cazzo. Ha sparato davvero!
Dalle fenditure del cancello scorgo il Cavani che viene verso di me, fucile in mano. Cerco di scappare più veloce possibile senza mai alzarmi e cado un paio di volte sulle ginocchia. Faccio qualche metro, mollo i documenti, la penna e le brochure dell’assicurazione a terra e corro più veloce che posso. Solo quando sono lontano, mi volto e vedo l’ormone raccogliere i fogli e leggerli. Nella mano destra il fucile, nella sinistra il contratto. Guarda i fogli e guarda me lontano. Poi raccoglie la biro, firma i fogli, li rigetta a terra e rientra urlando contro i cani per farli smettere di abbaiare. Solo quando lo vedo richiudere la porta finestra e rientrare in casa, torno indietro, prendo i fogli e vado mesto e tremante all’automobile.

 

“Vercesi, cazzo, poteva dirmelo che il Cavani è fuori di testa – urlo in faccia al mio capo – Mi ha sparato! Vado a perdere la vita per 800 euro al mese?!”
“Rischi del mestiere, Trovò” – dice con un sorriso appena accennato.
“Rischi del mestiere un cazzo. Mica sono un marò. Sono un assicuratore sfigato e se ci rimango per una polizza sulla casa mi girano i coglioni”.
Non so come vorrei morire. Anzi, a dirla tutta, non vorrei proprio morire. Ma se proprio dovessi, vorrei evitare il ridicolo. Cazzo, con una morte del genere finisci sul giornale di questa città di provincia. Con tanto di foto. Me l’immaginavo già la prima pagina: titolo grande, una mia foto con lo sguardo stralunato accanto a quella di un Cavani spettinato e, più piccola, quella del cortile dove il delitto era stato consumato. Sotto una scarna cronaca scritta male, come solo i giornalisti dei giornali di provincia sanno scrivere male.

whatsapp
Da quella volta con mia madre ci siamo messi d’accordo che prima di entrare in casa mia, mi manda un messaggino e io le rispondo se la casa è vuota o no. Mi pareva un buon compromesso. E la cosa ha funzionato bene per un po’, fino a quando la mattina di una domenica non ha deciso di fare una bella improvvisata assieme a mio padre e capitare in casa proprio mentre io e Andrea stiamo facendo l’amore.
Il messaggio con il vaffanculp era arrivato al termine di due giorni di duri litigi e di tante parole cattive e senza senso, scambiate per verità assolute, sbattute in faccia l’uno all’altra.
“No, scusa, non riesco proprio a non ridere”.
Alla fine Carlo è crollato e smette di nascondere la faccia tra le mani e si lascia andare a una risata liberatoria.
“Sembra la storia della tua vita – dice asciugandosi persino un filo di lacrima che gli scende dall’occhio destro – “Ogni volta che pretendi di fare il duro, finisci a fare delle figure di merda. Dai, cazzo, arrenditi: sei una macchietta”.
Carlo lo conosco dalla prima elementare, oramai non si tratta più di amicizia è una fratellanza, quella che non ho mai avuto neppure con la mia vera sorella. Anche perché lei ha salutato presto tutti e ora vive in Belgio. E lui è l’unico che avrebbe potuto dirmi una cosa del genere senza offendere. Perché è vero. È vero che non so litigare, è vero che non so fare il duro, è vero che tutte le volte che ci provo cado nel ridicolo. Proprio come è accaduto la scorsa estate quando ho litigato con la mia vicina di appartamento.

 

Il monolocale dove vivo è un ampia stanza soppalcata con un cucinino attrezzato e un bagno sproporzionato rispetto l’appartamento, posto all’ultimo piano di una palazzina liberty. A renderlo unico però è un terrazzino ricavato nel tetto, che con un po di fantasia ti fa credere di essere a Parigi o Roma. Quando vidi l’annuncio col prezzo mi aspettavo un tugurio degno di un racconto russo, dove il protagonista passa le giornate vestito con due pastrani e scrive alla luce fioca di una candela. Ma quando vi entrai chiesi dove stava la fregatura.
“Nessuna fregatura, dottor Trovò – disse il rappresentante dell’immobiliare – Il quartiere è un pò caduto in disgrazia da quando vi hanno aperto aperto il dormitorio pubblico e poi, immagino lo abbia notato, non vi è ascensore. E quattro piani a piedi non sono per tutti”.
Vero, ma il bastardo non fece cenno alla Paccagnini, la vicina di pianerottolo che aveva nel curriculum più cause condominiali che anni di vita. E la Paccagnini, vi assicuro, non è certo un primo pelo.
Il trasloco fu abbastanza semplice: l’appartamentino era già arredato, così io e Carlo facemmo solo qualche viaggio su e giù per i quattro piani con pochi scatoloni contenenti il necessario per vivere senza sembrare un disadattato. Il resto lo avrei portato volta per volta.

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Di comperare qualcosa di nuovo neanche a parlarne, disse mia madre, abbiamo in casa tutto quello che ti serve: dalle lenzuola allo strofinaccio per i piatti. Così, i primi tempi in cui tornavo a casa il mezzogiorno a pranzo, mi trovavo pronta una scatola con asciugamani, prodotti per la casa, pentolame. Quando, però, trovai una confezione con qualche piatto del buon ricordo da appendere, capii che il trasloco era veramente finito.
Comunque, quel giorno avevamo stipato il furgone di Carlo e quando arrivammo davanti il portone non c’era un buco libero per parcheggiare. Mettemmo l’auto in doppia fila e cominciammo a portare scatole su per le scale, posandole davanti la porta d’ingresso. Solo alla fine le avremmo messe in casa.
Al terzo viaggio, trovammo un biglietto scritto con una bella calligrafia, in cui si raccomandava di non depositare alcunché sul pianerottolo, per non invadere lo spazio comune. La Paccagnini.

 

A quello seguirono altri messaggi di rimprovero  e per il rumore dopo una cena con qualche amico, e per aver lasciato il sacchetto della spazzatura davanti la porta un’ora prima di uscire di casa, oppure per aver fatto una doccia dopo mezzanotte. Tutti senza mai riuscire a incrociarla una sola volta. Mi stava montando dentro una rabbia mai sentita prima che portava, allo stesso tempo, a volerla strozzare e a controllare ogni mio rumore molesto per il timore di vedermi un biglietto davanti l’uscio di casa.
Un giorno decisi che era venuto il tempo di affrontarla e risolvere la questione. Il piano era di accendere la radio ad alto volume e attendere dietro la porta che uscisse con l’inevitabile biglietto. E così feci. Non era trascorsa mezz’ora con me posizionato dietro lo spioncino, che dalla porta di fronte una signora alta e segaligna, vestita con un tailleur marroncino come fosse appena rientrata da un giro in città, si avvicina lentamente a me nascosto in casa. Finalmente la Paccagnini! Immediatamente spalanco la porta affacciandomi minaccioso. Lei lancia un urlo strozzato e fa un balzo in dietro.
“Mi ha spaventata a morte, dottor Trovò – dice la donna ritrovando immediatamente la calma –  La denuncio per tentata aggressione”.

Film Title: The Incredible Hulk
Ecco, quella specie d’incrocio tra La Cosa e Hulk sono io: un misto di aggressiva rabbia verde dentro un corpo pietrificato dalla reazione inaspettata. Sarà passato un attimo, giuro, non di più, e l’embolo aveva già occupato la parte attiva del cervello mandandola in apnea. Comincio a urlare e sbraitare cose senza senso a pochi centimetri dalla faccia impassibile della donna. E più urlo più alimento la mia rabbia. E più sale la rabbia, più urlo. Finché non sento delle palline granulose che dalla bocca escono insieme alla voce. E poi non sento neppure più la mia voce, se non nella testa. L’ultima cosa che ricordo è la Paccagnini che cerca di sostenermi mentre cado svenuto.
I tonsilloliti, detti anche calcoli tonsillari, sono delle formazioni solide composte da globuli bianchi, batteri e altre schifezze corporali, che in casi particolari possono essere espulsi dalla bocca, proprio come se sputassi una tonsilla, solo più piccoli e puzzolenti. La lesione a una corda vocale, invece, mi tolse la voce per qualche giorno. Così dal letto d’ospedale, dove ero stato ricoverato il pomeriggio stesso, non potei raccontare a nessuno ciò che era accaduto.
“Hai più scritto ad Andrea?” – chiede Carlo improvvisamente.
“Quando chiudi una litigata con un vaffanculp diventa difficile aggiungere qualcos’altro”, rispondo.
Mi piaceva Andrea. Mi piaceva soprattutto quando, alzandosi dal letto, si infilava una mia camicia smessa e camminava piedi nudi per la stanza. Sì, lo so che fa tanto film americano, ma a me piaceva proprio.
Adesso, invece, ho un sacco di camicie stirate e ordinate nell’armadio.

FINE

 

Vaffanculp 5 di 5

A quello seguirono altri messaggi di rimprovero  e per il rumore dopo una cena con qualche amico, e per aver lasciato il sacchetto della spazzatura davanti la porta un’ora prima di uscire di casa, oppure per aver fatto una doccia dopo mezzanotte. Tutti senza mai riuscire a incrociarla una sola volta. Mi stava montando dentro una rabbia mai sentita prima che portava, allo stesso tempo, a volerla strozzare e a controllare ogni mio rumore molesto per il timore di vedermi un biglietto davanti l’uscio di casa.
Un giorno decisi che era venuto il tempo di affrontarla e risolvere la questione. Il piano era di accendere la radio ad alto volume e attendere dietro la porta che uscisse con l’inevitabile biglietto. E così feci. Non era trascorsa mezz’ora con me posizionato dietro lo spioncino, che dalla porta di fronte una signora alta e segaligna, vestita con un tailleur marroncino come fosse appena rientrata da un giro in città, si avvicina lentamente a me nascosto in casa. Finalmente la Paccagnini! Immediatamente spalanco la porta affacciandomi minaccioso. Lei lancia un urlo strozzato e fa un balzo in dietro.
“Mi ha spaventata a morte, dottor Trovò – dice la donna ritrovando immediatamente la calma –  La denuncio per tentata aggressione”.

Film Title: The Incredible Hulk
Ecco, quella specie d’incrocio tra La Cosa e Hulk sono io: un misto di aggressiva rabbia verde dentro un corpo pietrificato dalla reazione inaspettata. Sarà passato un attimo, giuro, non di più, e l’embolo aveva già occupato la parte attiva del cervello mandandola in apnea. Comincio a urlare e sbraitare cose senza senso a pochi centimetri dalla faccia impassibile della donna. E più urlo più alimento la mia rabbia. E più sale la rabbia, più urlo. Finché non sento delle palline granulose che dalla bocca escono insieme alla voce. E poi non sento neppure più la mia voce, se non nella testa. L’ultima cosa che ricordo è la Paccagnini che cerca di sostenermi mentre cado svenuto.
I tonsilloliti, detti anche calcoli tonsillari, sono delle formazioni solide composte da globuli bianchi, batteri e altre schifezze corporali, che in casi particolari possono essere espulsi dalla bocca, proprio come se sputassi una tonsilla, solo più piccoli e puzzolenti. La lesione a una corda vocale, invece, mi tolse la voce per qualche giorno. Così dal letto d’ospedale, dove ero stato ricoverato il pomeriggio stesso, non potei raccontare a nessuno ciò che era accaduto.
“Hai più scritto ad Andrea?” – chiede Carlo improvvisamente.
“Quando chiudi una litigata con un vaffanculp diventa difficile aggiungere qualcos’altro”, rispondo.
Mi piaceva Andrea. Mi piaceva soprattutto quando, alzandosi dal letto, si infilava una mia camicia smessa e camminava piedi nudi per la stanza. Sì, lo so che fa tanto film americano, ma a me piaceva proprio.
Adesso, invece, ho un sacco di camicie stirate e ordinate nell’armadio.

FINE

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Il monolocale dove vivo è un ampia stanza soppalcata con un cucinino attrezzato e un bagno sproporzionato rispetto l’appartamento, posto all’ultimo piano di una palazzina liberty. A renderlo unico però è un terrazzino ricavato nel tetto, che con un po di fantasia ti fa credere di essere a Parigi o Roma. Quando vidi l’annuncio col prezzo mi aspettavo un tugurio degno di un racconto russo, dove il protagonista passa le giornate vestito con due pastrani e scrive alla luce fioca di una candela. Ma quando vi entrai chiesi dove stava la fregatura.
“Nessuna fregatura, dottor Trovò – disse il rappresentante dell’immobiliare – Il quartiere è un pò caduto in disgrazia da quando vi hanno aperto aperto il dormitorio pubblico e poi, immagino lo abbia notato, non vi è ascensore. E quattro piani a piedi non sono per tutti”.
Vero, ma il bastardo non fece cenno alla Paccagnini, la vicina di pianerottolo che aveva nel curriculum più cause condominiali che anni di vita. E la Paccagnini, vi assicuro, non è certo un primo pelo.
Il trasloco fu abbastanza semplice: l’appartamentino era già arredato, così io e Carlo facemmo solo qualche viaggio su e giù per i quattro piani con pochi scatoloni contenenti il necessario per vivere senza sembrare un disadattato. Il resto lo avrei portato volta per volta.

5_2012_Imballaggi-PK
Di comperare qualcosa di nuovo neanche a parlarne, disse mia madre, abbiamo in casa tutto quello che ti serve: dalle lenzuola allo strofinaccio per i piatti. Così, i primi tempi in cui tornavo a casa il mezzogiorno a pranzo, mi trovavo pronta una scatola con asciugamani, prodotti per la casa, pentolame. Quando, però, trovai una confezione con qualche piatto del buon ricordo da appendere, capii che il trasloco era veramente finito.
Comunque, quel giorno avevamo stipato il furgone di Carlo e quando arrivammo davanti il portone non c’era un buco libero per parcheggiare. Mettemmo l’auto in doppia fila e cominciammo a portare scatole su per le scale, posandole davanti la porta d’ingresso. Solo alla fine le avremmo messe in casa.
Al terzo viaggio, trovammo un biglietto scritto con una bella calligrafia, in cui si raccomandava di non depositare alcunché sul pianerottolo, per non invadere lo spazio comune. La Paccagnini.

(4 continua)