Una nuova amica

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Non credo che Francoise Ozon riuscirà mai a firmare un capolavoro, non ci è riuscito fino ad oggi e  le occasioni non gli sono mancate. Ma che sia un ottimo regista, capace di raccontare sempre storie diverse, mischiando generi, umori e sentimenti è indubbio. Il suo ultimo Una nuova amica è una straordinaria pastiche tra Hitchcock e Almodovar con echi fiabeschi. Neri echi alla Ozon, naturalmente. Che, a pensarci bene, se la storia fosse capitata per le mani del vecchio Hitch avrebbe potuto trasformarsi davvero qualcosa di indimenticabile, mentre con Ozon si ha l’impressione che oltre un certo limite non si riesca ad andare. Piacevole, intrigante, ambiguo, ma… E c’è sempre sto “ma” che ti fa alzare dalla sedia con l’impressione che manchi qualcosa per essere pienamente soddisfatto.
Claire conosce Lea sui banchi di scuola e immediatamente diventa la sua amica del cuore. Vent’anni dopo le due amiche sono sposate e Lea è in attesa di una bimba. Alla nascita però la donna si ammala di un tumore e in breve lascia marito, figlia e naturalmente Claire con un vuoto enorme da colmare. Nei giorni che seguono la scomparsa di Lea, Claire cade in depressione e quando tornerà ad avvicinarsi a David scoprirà che l’uomo ha trovato un modo tutto suo per superare il trauma della scomparsa della moglie e per riuscire a non far sentire la mancanza della mamma alla neonata Lucie. David quando è solo in casa si traveste da donna e vive le emozioni represse normalmente. La vicinanza di Claire e, dopo l’iniziale inevitabile sconvolgimento, anche la complicità tra i due libera David trasformandolo nella bionda Virginia. Ma la vicinanza della nuova amica cambierà anche Claire e nulla sarà più come prima.
Il racconto breve di Ruth Rendell (autrice anche di Carne tremula e Il buio nella mente ) nelle mani del regista francese diventa il pretesto per raccontare uno dei tanti aspetti dell’amore, dei sentimenti e, che si voglia o no, della nuova famiglia che i tempi stanno affermando. L’esaltazione del travestitismo, del suo valore liberatorio, altro non è che la metafora di una società che cambia, malgrado si continui a negarlo. E operando in questo modo si potrà rallentare solo l’inevitabile risultato finale. Non evitarlo.

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