Vaffanculp 1 di 5

“Insomma la storia è finita con una serie di messaggi secchi al telefonino. Con lei che mi accusa di non sapere prendere le mie responsabilità e di vivere la mia vita sempre al riparo dei genitori. Mentre lei i suoi genitori li ha spediti fuori casa da un pezzo. E io che rispondo che in casa con lei c’è spazio solo per il suo ego e che è logico che i suoi genitori non possano starci. Lei mi scrive vaffanculo e io rispondo altrettanto. Solo che nella foga mi esce vaffanculp. Capisci? Non sono neppure riuscito a mandarla affanculo per bene”.
Sto raccontando la vicenda a Carlo che non sa bene come reagire. La cosa del vaffanculp lo diverte da morire, ma capisce che nella sua assurda ironia un po’ mi sta facendo soffrire.
Con Andrea ci stavo da qualche mese. Ognuno a casa propria, s’intende, ma l’idea era quella di finire presto a vivere insieme. Io non abito con i miei genitori, sia inteso. Ho un monolocale per il quale pago 250 euro al mese e una madre invadente che mi stira magliette e camicie entrandomi in casa a qualsiasi ora del giorno.

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Era già capitato che una mattina, mentre Andrea si trovava a casa mia a poltrire nel letto e con me al lavoro, mia madre entrasse e come se niente fosse si mettesse a riassettare la cucina e raccogliere i vestiti da terra. Andrea era basita e non sapeva che dire. È quando mia madre le chiese se avesse dovuto lavare anche le sue cose che lei rispose che no grazie sapeva come mettere in ammollo un paio di mutande. Poi si alzò, si infilò i jeans senza le mutandine e uscì senza salutare.
Quella volta riuscii a metterci una pezza, spiegando che a una certa età non riesci più a far capire dove sta il confine tra la vita che vivevi prima e quella di ora. Andrea ribatté che finché permettevo a mia madre di continuare a fare la mamma, lei di certo non ci avrebbe mai rinunciato. Promisi che sarei intervenuto e che le avrei tolto la chiavi di casa.
“No guarda, Michele, non è che devi fare questa cosa per me – disse Andrea – Mi sembra solo che dovresti essere tu a badare a te stesso e se le camicie non sono tutte belle apprettate, non muore mica nessuno”.
Facile lei! Lavora ai servizi sociali e in ufficio ci va vestita coi jeans, una T-shirt e la kefiah al collo. Io, invece, alle assicurazioni, devo essere sempre bello inappuntabile, che già i contratti i clienti non li sottoscrivono normalmente, se poi gli si presentasse davanti un hipster sono capaci anche di telefonare al 113. Nel migliore dei casi.

(1 continua)

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