Vaffanculp 3 di 5

“Vercesi, cazzo, poteva dirmelo che il Cavani è fuori di testa – urlo in faccia al mio capo – Mi ha sparato! Vado a perdere la vita per 800 euro al mese?!”
“Rischi del mestiere, Trovò” – dice con un sorriso appena accennato.
“Rischi del mestiere un cazzo. Mica sono un marò. Sono un assicuratore sfigato e se ci rimango per una polizza sulla casa mi girano i coglioni”.
Non so come vorrei morire. Anzi, a dirla tutta, non vorrei proprio morire. Ma se proprio dovessi, vorrei evitare il ridicolo. Cazzo, con una morte del genere finisci sul giornale di questa città di provincia. Con tanto di foto. Me l’immaginavo già la prima pagina: titolo grande, una mia foto con lo sguardo stralunato accanto a quella di un Cavani spettinato e, più piccola, quella del cortile dove il delitto era stato consumato. Sotto una scarna cronaca scritta male, come solo i giornalisti dei giornali di provincia sanno scrivere male.

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Da quella volta con mia madre ci siamo messi d’accordo che prima di entrare in casa mia, mi manda un messaggino e io le rispondo se la casa è vuota o no. Mi pareva un buon compromesso. E la cosa ha funzionato bene per un po’, fino a quando la mattina di una domenica non ha deciso di fare una bella improvvisata assieme a mio padre e capitare in casa proprio mentre io e Andrea stiamo facendo l’amore.
Il messaggio con il vaffanculp era arrivato al termine di due giorni di duri litigi e di tante parole cattive e senza senso, scambiate per verità assolute, sbattute in faccia l’uno all’altra.
“No, scusa, non riesco proprio a non ridere”.
Alla fine Carlo è crollato e smette di nascondere la faccia tra le mani e si lascia andare a una risata liberatoria.
“Sembra la storia della tua vita – dice asciugandosi persino un filo di lacrima che gli scende dall’occhio destro – “Ogni volta che pretendi di fare il duro, finisci a fare delle figure di merda. Dai, cazzo, arrenditi: sei una macchietta”.
Carlo lo conosco dalla prima elementare, oramai non si tratta più di amicizia è una fratellanza, quella che non ho mai avuto neppure con la mia vera sorella. Anche perché lei ha salutato presto tutti e ora vive in Belgio. E lui è l’unico che avrebbe potuto dirmi una cosa del genere senza offendere. Perché è vero. È vero che non so litigare, è vero che non so fare il duro, è vero che tutte le volte che ci provo cado nel ridicolo. Proprio come è accaduto la scorsa estate quando ho litigato con la mia vicina di appartamento.

(3 continua)

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