Vaffanculp 4 di 5

Il monolocale dove vivo è un ampia stanza soppalcata con un cucinino attrezzato e un bagno sproporzionato rispetto l’appartamento, posto all’ultimo piano di una palazzina liberty. A renderlo unico però è un terrazzino ricavato nel tetto, che con un po di fantasia ti fa credere di essere a Parigi o Roma. Quando vidi l’annuncio col prezzo mi aspettavo un tugurio degno di un racconto russo, dove il protagonista passa le giornate vestito con due pastrani e scrive alla luce fioca di una candela. Ma quando vi entrai chiesi dove stava la fregatura.
“Nessuna fregatura, dottor Trovò – disse il rappresentante dell’immobiliare – Il quartiere è un pò caduto in disgrazia da quando vi hanno aperto aperto il dormitorio pubblico e poi, immagino lo abbia notato, non vi è ascensore. E quattro piani a piedi non sono per tutti”.
Vero, ma il bastardo non fece cenno alla Paccagnini, la vicina di pianerottolo che aveva nel curriculum più cause condominiali che anni di vita. E la Paccagnini, vi assicuro, non è certo un primo pelo.
Il trasloco fu abbastanza semplice: l’appartamentino era già arredato, così io e Carlo facemmo solo qualche viaggio su e giù per i quattro piani con pochi scatoloni contenenti il necessario per vivere senza sembrare un disadattato. Il resto lo avrei portato volta per volta.

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Di comperare qualcosa di nuovo neanche a parlarne, disse mia madre, abbiamo in casa tutto quello che ti serve: dalle lenzuola allo strofinaccio per i piatti. Così, i primi tempi in cui tornavo a casa il mezzogiorno a pranzo, mi trovavo pronta una scatola con asciugamani, prodotti per la casa, pentolame. Quando, però, trovai una confezione con qualche piatto del buon ricordo da appendere, capii che il trasloco era veramente finito.
Comunque, quel giorno avevamo stipato il furgone di Carlo e quando arrivammo davanti il portone non c’era un buco libero per parcheggiare. Mettemmo l’auto in doppia fila e cominciammo a portare scatole su per le scale, posandole davanti la porta d’ingresso. Solo alla fine le avremmo messe in casa.
Al terzo viaggio, trovammo un biglietto scritto con una bella calligrafia, in cui si raccomandava di non depositare alcunché sul pianerottolo, per non invadere lo spazio comune. La Paccagnini.

(4 continua)

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