Il racconto dei racconti

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Amore. Il sentimento più alto, quello che dovrebbe unire per antonomasia, invece divide. Perché dentro la parola amore si trova tutto, anche il suo contrario. Si muore per amore, si uccide per amore, ci si lascia per amore.
La regina di Selvascura (Salma Hayek) è triste perché non riesce ad avere un figlio. Il marito, seguendo le indicazioni di uno stregone, decide di immolarsi per permettere alla donna di coronare il suo sogno. Il figlio che verrà sarà però doppio, una metá messa al mondo dalla corona, l’altra da una contadina. Un doppio che per tutta la vita cercherà di tornare uno, malgrado l’amore possessivo di una madre egoista.
Il re di Altomonte (Toby Jones) ha una figlia che ha cresciuto da solo, dopo la morte della regina. È legato alla figlia e quando lei gli chiede di organizzarle un matrimonio, l’uomo decide di organizzare un torneo dal quale crede non potrà mai uscire il promesso sposo. Ma il destino ha deciso che il vincitore debba essere un orco che non rinuncerà certo al suo premio.
Il re di Roccaforte (Vincent Cassel) ama il lusso, le donne, il vino e non si risparmia nessun vizio. Un giorno però rimane affascinato dalla voce dolce di una misteriosa popolana e decide che dovrà averla. La donna è vecchia, sciupata, cadente, ma le lusinghe del re sono troppo attraenti per ignorarle. Così, insieme alla sorella, deciderà di ingannarlo.
Il racconto dei racconti di Matteo Garrone ci dice questo e altro, e per farlo sceglie la favola: la più affascinante e libera delle narrazioni. Nella favola il tempo smette di essere centrale e i temi trattati finiscono per diventare eterni. La realtà si mette alle dipendenze della fantasia così da sfumarne i contorni e l’orrore, la violenza, i mostri smettono di far paura e diventano parte stessa della vita. Un’eccezionale normalità. Così come normalmente eccezionale è il cinema di Garrone: un cinema potente, mai banale, delicato e rude, fisico e poetico allo stesso tempo. Un cinema necessario, fondamentale per il cinema stesso. 

Mia Madre

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Margherita è una regista cinematografica. La conosciamo mentre è alle prese con la realizzazione del suo ultimo film: un dramma sociale sulla perdita del lavoro, “ma visto anche in un’ottica ottimista”, sostiene lei. Margherita ha una figlia adolescente, un divorzio alle spalle, una nuova relazione alla fine, un sacco di problemi sul set con una stella americana e la madre in fin di vita all’ospedale. Malgrado viva completamente dentro la vita, la donna si sente inadeguata (un po’ come il pontefice di Habemus papam) e, come chiede ai suoi attori di recitare, vorrebbe stare dentro e fuori allo stesso tempo. Ma a volte non si può. O non si deve. Il mondo del cinema e la finzione dei sentimenti, anche se recitati dal migliore degli attori, non saranno mai grandi come quelli realmente vissuti sulla propria pelle. Potranno essere solamente riprodotti, potranno assomigliargli ma mai eguagliarli. Lo capisce Margherita a proprie spese, ma anche la stella hollywoodiana Barry Huggins (un volutamente esuberante Turturro), che il cinema è soltanto una proiezione di emozioni e che ogni dramma, ogni angoscia, ogni paura personale finisce per ridimensionarsi di fronte alla realtà. Così anche il luogo di fuga per antonomasia perde ogni efficacia per lasciare spazio al ricordo: il film personale di ognuno di noi. A volte anche il migliore di tutta una vita.
Mia madre, ultimo lavoro di Nanni Moretti, non è uno dei suoi migliori, ma solo uno dei più sinceri, dei più vissuti. E l’avverbio solo si trova nella frase perché abbiamo scisso l’artista dall’uomo. Le emozioni che hanno guidato il regista questa volta sono state troppo grandi e Moretti non ha sempre saputo dominarle, tanto da far dire al suo alter ego Margherita Buy: “il regista è un coglione al quale date sempre ragione”. Il materiale umano, il coinvolgimento lo hanno confuso tanto da non far prendere al film una direzione retta, ma muoversi con un ritmo sincopato a volte stucchevole. Non mancano dei momenti di ottimo cinema (le metafore sull’inadeguatezza su tutto), ma il senso generale è un pasticcio in cui solo chi vuole veramente bene al regista riuscirà a goderne il meglio.

Ritorno al Marigold Hotel

I tumulti del cuore non hanno età, sia che essi siano per amore o per passione. Ne sa qualcosa il gruppo di pensionati inglesi che nella prima avventura arriva a Jaipur in India attorno dalle promesse di un hotel lussureggiante solo sulla carta. Ma, un po’ per la simpatia coinvolgente di Sonny, giovane e brillante manager dell’hotel, e molto per le avventure che li coinvolge emotivamente, i nostri decidono di rimanere al Marigold a vivere la propria vita.1425397351907_1
In questa seconda puntata lo schema non cambia. Sonny e Muriel, l’ex governante che ha ben imparato a convivere con il proprio razzismo burbero, partono alla volta degli Stati Uniti in cerca di finanziatori americani per espandere l’esperienza del Marigold e dare vita a una vera propria catena di hotel per la terza età. E i finanziamenti arriveranno, previa però la supervisione di un misteriosissimo ispettore che in incognito dovrò vedere l’hotel e spedire un report alla società madre. La storia è vecchia e neanche originale, visto che Gogol l’aveva scritta qualche decennio prima, ma la simpatia dei personaggi e la freschezza delle immagini di un’India da letteratura sopperiscono alle mancanze inevitabili di una sceneggiatura misera.
In Ritorno al Marigold Hotel, diretto ancora da John Madden, le storie di Evelyn, Graham, Douglas e Madge non fanno altro che seguire la sicura via intrapresa nella prima avventura, continuando a raccontarsi senza sorprese. Solamente l’arrivo Richard Gere, tutto ammantato di irresistibile fascino argentato, smuove per attimo le vicende e (cit.) “le ovaie”. Ma è solo un attimo, perché tutto torna nel tranquillo .

Second chance

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Non è sempre detto che avere una seconda possibilità possa rappresentare un vantaggio. A volte succede che non si faccia altro che reiterare gli errori precedenti, in altre, come questa, si peggiora solamente la situazione precedente.
Il poliziotto Andreas (Nikolaj Coster-Waldau, il Jaime Lannister di Trono di Spade, uno che nella serie non ci pensa un attimo a scaraventare giù dalla torre un bambino che lo ha scoperto in un atto incestuoso), padre tenero e affettuoso del piccolo Alexander, ha un conto aperto con Tristan. Quest’ultimo, tossico e violento, trascura il proprio neonato trascinando anche la compagna nella deriva autodistruttiva. Due situazioni opposte, due personalità differenti destinate a scontrarsi in una inevitabile nemesi. Dopo aver intrecciato le vite dei due uomini nella classica caccia al ladro, il destino ha riservato per i due un nuovo e più tragico incrocio: quando Andreas trova morto nel sonno suo figlio, non trova di meglio che scambiarlo con quello sano ma trascurato di Tristan. Un evento terrificante destinato a franare su se stesso ma, soprattuto, a scoprire segreti terribili nascosti sotto la coltre delle apparenze.
Susanne Bier, Oscar con In un mondo migliore, per il suo ritorno registico in patria sceglie una storia dura e improbabile con personaggi moralmente tetragoni. Una storia che lascia poco all’immaginazione e colpisce duro allo stomaco con immagini e situazioni spesso portate all’estremo, con il solo scopo di creare un pathos che la sceneggiatura non sempre riesce a sostenere. Un po’ come nei film horror quando si ricorre allo spavento a sorpresa per far saltare lo spettatore sulla sedia, senza però lasciargli altro che un brivido passeggero. E Second chance ha proprio questa di caratteristica: un film che avvince a tratti e tutto sommato appassiona, ma quando poi lo lasci decantare non trovi altro che un impalpabile alone leggero destinato a svanire nel nulla.

Sognato per l’inverno

D’inverno, ce ne andremo in un piccolo vagone rosa
con i cuscini blu.
Staremo bene. Un nido di pazzi baci riposa
in qualche soffice angolo.

Tu chiuderai gli occhi, per non vedere, dai vetri
ghignare le ombre delle sere,
queste arcigne mostruosità, plebaglie
di neri démoni e neri lupi.

Poi sentirai la guancia scalfita…
Un piccolo bacio, come un ragno folle,
ti correrà per il collo…

E tu mi dirai: «Cerca!» inclinando la testa,
e perderemo tempo a cercare quella bestia
– che così tanto viaggia…

Il corpo del padre

Una volta ho letto la storia di un uomo che, mentre sciava sulle Alpi, venne travolto da una slavina. Il corpo, sotterrato da tonnellate di neve fresca, non venne mai ritrovato. Molti anni dopo il figlio di quell’uomo, mentre si trovava a sciare sulle stesse Alpi, scorse una figura che spuntava dalla neve. Il tempo trascorso e i movimenti della terra avevano riportato in superficie il corpo dello scomparso. Avvicinatosi, l’uomo ebbe l’agghiacciante scoperta di trovarsi a fissare se stesso. Il corpo del padre era rimasto ibernato tutto quel tempo e appariva perfettamente conservato. E il figlio in quel momento era più vecchio del padre. Stavo pensando a quella storia mentre Stefano mi chiedeva perché improvvisamente ero diventato silenzioso davanti alla birra scura del martedì sera.

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Era la serata del calcetto e io e Stefano eravamo rimasti gli ultimi del vecchio gruppo a non volersi fermare di fronte all’età e ai nuovi impegni che si portava appresso. Il lavoro di Franco lo faceva stare all’estero per mesi interi; Michele e Paolo si erano arresi ai legamenti delle ginocchia e Carlo con due figli piccoli era già un miracolo se ogni tanto lo si vedeva il sabato sera. Noi invece continuavamo a tenerci saldi al presente pensandolo come un passato senza fine. Ci eravamo uniti al gruppo di mio fratello minore  e ogni martedì sudavamo in una palestra dal profumo d’ascella e con ancora i quadri svedesi alle pareti. Poi, alla fine della partita, solo noi due, andavamo a mangiare un panino e bere una birra nel locale che una volta gestiva il Vince e che oggi era diventato un Irish bar qualsiasi.

“Stai pensando ancora alla Fede?”, mi chiede Stefano. “No, dimmelo, che se ti parte la solita menata, mi alzo e vado.
“No, stavolta no. Ma ogni tanto mi chiedo perché tu continui a uscire con me.
“Perché mi fai pena, pirla.”
Io e Stefano ci conosciamo dai tempi delle elementari. All’epoca non ci stavamo tanto simpatici, poi un volta lui prese inaspettatamente le mie difese durante un gioco e da quel momento siamo diventati inseparabili. Abbiamo rischiato forte la volta che ci siamo innamorati della stessa ragazza, ma alla fine siamo stati più grandi di ogni stupida gelosia e oggi siamo ancora qui, seduti uno di fronte l’altro, con un sacco di ricordi comuni a renderci una cosa sola. Adelina, invece, sparita nel tempo senza lasciare grandi tracce.
“Pensavo a mio padre”, rispondo.

Mio padre è ancora vivo. A settant’anni abbondanti lavora ancora come ne avesse la metà e fondamentalmente si fa i cazzi suoi da una vita. In casa ha sempre vissuto poco: sempre in ufficio o fuori con gli amici o, più di rado, in vacanza con mamma. Prima che si separassero. Noi a casa dei nonni o dalla zia. O, una volta cresciuti, a badarcela da soli. Insieme poche volte. E quelle poche neanche di gran qualità. La sua è sempre stata una presenza assente che ha lasciato campo libero a mamma che i due ruoli li ha gestiti come ha potuto. Più che un matrimonio la loro è stata una società in accomandita, con mio padre socio con una responsabilità limitata.
Pensavo che certi padri, come certi attori o certi cantanti, dovrebbero morire presto. Niente di personale, intendiamoci. Ma per certi soggetti forse l’idea di quello che avrebbero potuto essere sarebbe meglio di quello che sono stati.
Stefano mi guarda inebetito, incredulo delle parole che sta sentendo.
No, mi stai dicendo che tuo padre non dovrebbe essere più vivo. Per il tuo bene, poi.
“No, non solo il mio. Anche il tuo, per esempio. Non eri tu che mi hai raccontato quella storia delle fotografie in cantina?

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Anni prima Stefano era sceso nella cantina della casa dove viveva con la sua famiglia per mettere un po’ di ordine tra le cose accumulate negli anni e per ritrovare anche qualche vecchio fumetto dimenticato negli scatoloni impilati disordinatamente. La cantina era un luogo che lo aveva sempre affascinato e spaventato allo stesso tempo. Uno dei ricordi più spaventosi della sua infanzia era legato a un film in cui la protagonista, una ragazza muta, doveva scendere nelle cantine attraverso una scala a chiocciola alla cui base l’attendeva nascosta e silenziosa la morte. C’era stato un periodo in cui ogni volta che sua madre gli chiedeva di scendere in cantina a prendere chissà che cosa, a Stefano si materializzava davanti l’immagine in bianco e nero della ragazza con la candela in mano che, silenziosa, andava verso l’assassino. Il cuore comincia a battere forte e la paura a mozzargli il respiro. Volava sui gradini a due alla volta fino davanti alla porta dello scantinato. Poi armeggiava con la chiavetta, entrava veloce e subito fuori a mille all’ora. Aveva rischiato la vita centinaia di volte, sempre nella sua testa però. Realmente, invece, mai. Nessun serial killer si nascondeva nell’oscurità, così col passare del tempo la paura si trasformò in fascino e la cantina divenne il luogo dei tesori nascosti. Una volta infatti vi aveva trovato delle monete antiche regalate chissà da chi e buttate tra le cose inutili. Le aveva recuperate e rivendute l’estate successiva durante le vacanze al mare, organizzando con i bambini della sua compagnia un mercatino sul lungomare. Con l’incasso delle monete si era comperato qualche gelato, un sacchetto di biglie nuove e un paio di espadrillas rosse. Non si era mai più sentito così ricco come quella volta li.

La cantina col tempo aveva smesso di regalare tesori e in breve si era trasformata in un luogo di ricordi polverosi. Un luogo fresco dove trascorrere ogni tanto qualche ora frugando tra scatole e illusioni del passato.
Quella volta Stefano si era imbattuto in una scatoletta di metallo con vecchie borchie arrugginite dentro la quale vi era un mazzo di fotografie legate con un nastro blu smunto. Erano immagini di suo padre quando per un periodo aveva lavorato in Belgio come cameriere. Era stato nei primi anni Sessanta e appena prima che lo mettesse al mondo. Era magro nelle fotografie, vestito bene, come ci si vestiva in quegli anni, con una giacca leggera chiara e una cravatta sottile.Sorrideva felice e gli assomigliava come una goccia d’acqua.

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Suo padre, il grasso signore con pochi capelli e le guance cascanti, quando aveva venticinque anni era uguale a lui. Fino a quel momento non aveva mai pensato a suo padre come a una persona che un tempo aveva avuto la sua stessa età. Un po’ come la prima volta che vide Ritorno a futuro e cominciò a pensare a suo padre e sua madre come due persona che potessero avere pulsioni sessuali, proprio come le aveva lui. La sera, di ritorno a casa, li guardò strani e la notte non dormì stando con l’orecchio teso a ascoltare i rumori che sarebbero potuti provenire dalla camera da letto di fianco la sua. La storia della somiglianza, però, l’aveva sconvolto più di ogni altra. Tanto che per qualche mese aveva cominciato una dieta feroce e immotivata (visto che pesava neanche settanta chili per un metro e ottanta), per il timore di vedersi un giorno trasformato nella caricatura di uomo che ogni giorno gli si parava davanti a tavola.
“Sì, ma che cazzo c’entra – risponde Stefano – io avevo solo paura, anzi no, ho ancora una paura becca, di trasformarmi in un vecchio, grasso e pelato complemento d’arredo. Una mutazione genetica del divano con telecomando sottopelle. Mica auguro la sua morte. Ma sei scemo o che?

Guarda che neanche io sto augurando la morte a nessuno – dico – Sto solo teorizzando. Stavo tirando delle conclusioni. Quando penso al passato non ricordo un solo momento diviso con mio padre. Quando mi sono laureato era ai Caraibi per un viaggio premio, quando sono stato ricoverato con la peritonite ha sbagliato ospedale. Probabilmente non sa neppure che lavoro faccio di preciso.
“Perché tu lo sai?”, ribatte Stefano
“No, ma questa è un’altra storia, pirla. I ricordi più belli sono quelli di quando ero piccolissimo. Ma non valgono, perché sono tutti distorti. Per esempio, mi ricordo la stanza dei giochi del mio asilo come una cosa enorme. Quando qualche anno fa mi sono trovato a rivederla, era piccolissima. Per forza, sei un microbo, tutto ti sembra enorme. Così anche le giornate a raccogliere funghi in montagna o i pomeriggi al parco con mio padre li ho mitizzati. Se potessi riviverli ora su un file, probabilmente si vedrebbe lui distratto a fumare e parlare con qualche mamma mentre io rischio la vita sulle altalene. No, meglio una bella vera assenza da riempire con i ricordi che vuoi tu, piuttosto che una presenza inutile.

“Cazzo se sei severo – dice Stefano con uno sguardo che non gli ho mai visto – Ma tu pensi di poter essere migliore? O è solo paura di finire a fare gli stessi sbagli che dici ste minchiate? Sei severo, prima di tutto con te stesso. Stai facendo della prevenzione, ti ho capito.
“Mi siedo un attimo con voi e ve ne porto un’altra? Così mi raccontate cosa vi state dicendo”, chiede Claudia sedendosi al tavolo con noi.
Claudia ha i capelli neri e gli occhi chiari. Il naso pronunciato e un sorriso bianco bianco che quando si apre le cambia i lineamenti. Che sono già bellini così, ma quando sorride… . Studia chimica all’Università e la sera serve birre. Venendo qui ogni settimana alla fine non puoi finire a non parlarci. Le settimane precedenti ci ha raccontato di Brescia e di come stava nella sua città, del fidanzato che vede una settimana si e una no e della sua compagna di stanza che si scopa qualunque cosa passi da quelle parti. Noi abbiamo inventato qualche storia interessante, perché dei ricordi come quelli mica ce li abbiamo. L’università l’avevamo qui e da qui non ci siamo spostati, le fidanzate non se vedono da un po’. Di scopare, poi… Insomma, a Claudia abbiamo raccontato del locale del Vince che una volta era li e della storia della Susi, una cameriera che aveva fatto innamorare un po’ tutti, ma che al Vince l’ha proprio mandato fuori di testa. O quella della Kate e di quella volta che siamo andati in Germania prendere delle legnate sulla testa. Storie, insomma. E a Claudia piacciono e se il locale non è pieno si ferma con noi ad ascoltarle.
Birra-Guinness
“Sì “- dice Stefano – “E portane una anche per te. Che ce n’è bisogno.
Il bicchiere della Guinness è un po’ come la bottiglietta della Coca Cola, cioè parte avvantaggiato perché è proprio bello. Bello da vedere e da tenere in mano. Arreda anche, il tavolino del bar con sopra due bicchieri di Guiness è proprio un’altra cosa. Anche con tre, anzi, meglio con tre.
Parto con la storia del cadavere congelato e poi Stefano continua raccontando il mio delirio, almeno così lo presenta a Claudia.
Lei ascolta e beve una mezza pinta d’un fiato.
“Io a mio padre ci ho sputato in faccia”dice – “E i soldi che mi passa per l’Università li prendo solo perché mi spettano come risarcimento. Un giorno ha deciso di non tornare più a casa. Così, senza dire niente è uscito la mattina e non è più tornato. Ha telefonato dopo due giorni alla mamma e le ha detto che lì non ci sarebbe più tornato. Poi ha appeso e non si è fatto più vedere da me e mia sorella fino a tre anni fa, quando si è presentato alla laurea di Gianna. Lei ha pianto, io gli ho sputato addosso. Per me mio padre è morto da un pezzo e il ricordo mi fa ancora più schifo della sua faccia. E di mitico non ci trovo proprio niente.”
Rovescia sul tavolo la mezza scura rimasta, si alza e se ne va.

FINE

Il corpo del padre 4 di 4

“Cazzo se sei severo – dice Stefano con uno sguardo che non gli ho mai visto – Ma tu pensi di poter essere migliore? O è solo paura di finire a fare gli stessi sbagli che dici ste minchiate? Sei severo, prima di tutto con te stesso. Stai facendo della prevenzione, ti ho capito.
“Mi siedo un attimo con voi e ve ne porto un’altra? Così mi raccontate cosa vi state dicendo, chiede Claudia sedendosi al tavolo con noi.
Claudia ha i capelli neri e gli occhi chiari. Il naso pronunciato e un sorriso bianco bianco che quando si apre le cambia i lineamenti. Che sono già bellini così, ma quando sorride… . Studia chimica all’Università e la sera serve birre. Venendo qui ogni settimana alla fine non puoi finire a non parlarci. Le settimane precedenti ci ha raccontato di Brescia e di come stava nella sua città, del fidanzato che vede una settimana si e una no e della sua compagna di stanza che si scopa qualunque cosa passi da quelle parti. Noi abbiamo inventato qualche storia interessante, perché dei ricordi come quelli mica ce li abbiamo. L’università l’avevamo qui e da qui non ci siamo spostati, le fidanzate non se vedono da un po’. Di scopare, poi… Insomma, a Claudia abbiamo raccontato del locale del Vince che una volta era li e della storia della Susi, una cameriera che aveva fatto innamorare un po’ tutti, ma che al Vince l’ha proprio mandato fuori di testa. O quella della Kate e di quella volta che siamo andati in Germania prendere delle legnate sulla testa. Storie, insomma. E a Claudia piacciono e se il locale non è pieno si ferma con noi ad ascoltarle.
Birra-Guinness
“Sì “- dice Stefano – “E portane una anche per te. Che ce n’è bisogno.
Il bicchiere della Guinness è un po’ come la bottiglietta della Coca Cola, cioè parte avvantaggiato perché è proprio bello. Bello da vedere e da tenere in mano. Arreda anche, il tavolino del bar con sopra due bicchieri di Guiness è proprio un’altra cosa. Anche con tre, anzi, meglio con tre.
Parto con la storia del cadavere congelato e poi Stefano continua raccontando il mio delirio, almeno così lo presenta a Claudia.
Lei ascolta e beve una mezza pinta d’un fiato.
“Io a mio padre ci ho sputato in faccia”dice – “E i soldi che mi passa per l’Università li prendo solo perché mi spettano come risarcimento. Un giorno ha deciso di non tornare più a casa. Così, senza dire niente è uscito la mattina e non è più tornato. Ha telefonato dopo due giorni alla mamma e le ha detto che lì non ci sarebbe più tornato. Poi ha appeso e non si è fatto più vedere da me e mia sorella fino a tre anni fa, quando si è presentato alla laurea di Gianna. Lei ha pianto, io gli ho sputato addosso. Per me mio padre è morto da un pezzo e il ricordo mi fa ancora più schifo della sua faccia. E di mitico non ci trovo proprio niente.”
Rovescia sul tavolo la mezza scura rimasta, si alza e se ne va.

FINE