Il corpo del padre 2 di 4

Mio padre è ancora vivo. A settant’anni abbondanti lavora ancora come ne avesse la metà e fondamentalmente si fa i cazzi suoi da una vita. In casa ha sempre vissuto poco: sempre in ufficio o fuori con gli amici o, più di rado, in vacanza con mamma. Prima che si separassero. Noi a casa dei nonni o dalla zia. O, una volta cresciuti, a badarcela da soli. Insieme poche volte. E quelle poche neanche di gran qualità. La sua è sempre stata una presenza assente che ha lasciato campo libero a mamma che i due ruoli li ha gestiti come ha potuto. Più che un matrimonio la loro è stata una società in accomandita, con mio padre socio con una responsabilità limitata.
Pensavo che certi padri, come certi attori o certi cantanti, dovrebbero morire presto. Niente di personale, intendiamoci. Ma per certi soggetti forse l’idea di quello che avrebbero potuto essere sarebbe meglio di quello che sono stati.
Stefano mi guarda inebetito, incredulo delle parole che sta sentendo.
No, mi stai dicendo che tuo padre non dovrebbe essere più vivo. Per il tuo bene, poi.
“No, non solo il mio. Anche il tuo, per esempio. Non eri tu che mi hai raccontato quella storia delle fotografie in cantina?

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Anni prima Stefano era sceso nella cantina della casa dove viveva con la sua famiglia per mettere un po’ di ordine tra le cose accumulate negli anni e per ritrovare anche qualche vecchio fumetto dimenticato negli scatoloni impilati disordinatamente. La cantina era un luogo che lo aveva sempre affascinato e spaventato allo stesso tempo. Uno dei ricordi più spaventosi della sua infanzia era legato a un film in cui la protagonista, una ragazza muta, doveva scendere nelle cantine attraverso una scala a chiocciola alla cui base l’attendeva nascosta e silenziosa la morte. C’era stato un periodo in cui ogni volta che sua madre gli chiedeva di scendere in cantina a prendere chissà che cosa, a Stefano si materializzava davanti l’immagine in bianco e nero della ragazza con la candela in mano che, silenziosa, andava verso l’assassino. Il cuore comincia a battere forte e la paura a mozzargli il respiro. Volava sui gradini a due alla volta fino davanti alla porta dello scantinato. Poi armeggiava con la chiavetta, entrava veloce e subito fuori a mille all’ora. Aveva rischiato la vita centinaia di volte, sempre nella sua testa però. Realmente, invece, mai. Nessun serial killer si nascondeva nell’oscurità, così col passare del tempo la paura si trasformò in fascino e la cantina divenne il luogo dei tesori nascosti. Una volta infatti vi aveva trovato delle monete antiche regalate chissà da chi e buttate tra le cose inutili. Le aveva recuperate e rivendute l’estate successiva durante le vacanze al mare, organizzando con i bambini della sua compagnia un mercatino sul lungomare. Con l’incasso delle monete si era comperato qualche gelato, un sacchetto di biglie nuove e un paio di espadrillas rosse. Non si era mai più sentito così ricco come quella volta li.

(2 continua)

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