Il corpo del padre 3 di 4

La cantina col tempo aveva smesso di regalare tesori e in breve si era trasformata in un luogo di ricordi polverosi. Un luogo fresco dove trascorrere ogni tanto qualche ora frugando tra scatole e illusioni del passato.
Quella volta Stefano si era imbattuto in una scatoletta di metallo con vecchie borchie arrugginite dentro la quale vi era un mazzo di fotografie legate con un nastro blu smunto. Erano immagini di suo padre quando per un periodo aveva lavorato in Belgio come cameriere. Era stato nei primi anni Sessanta e appena prima che lo mettesse al mondo. Era magro nelle fotografie, vestito bene, come ci si vestiva in quegli anni, con una giacca leggera chiara e una cravatta sottile.Sorrideva felice e gli assomigliava come una goccia d’acqua.

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Suo padre, il grasso signore con pochi capelli e le guance cascanti, quando aveva venticinque anni era uguale a lui. Fino a quel momento non aveva mai pensato a suo padre come a una persona che un tempo aveva avuto la sua stessa età. Un po’ come la prima volta che vide Ritorno a futuro e cominciò a pensare a suo padre e sua madre come due persona che potessero avere pulsioni sessuali, proprio come le aveva lui. La sera, di ritorno a casa, li guardò strani e la notte non dormì stando con l’orecchio teso a ascoltare i rumori che sarebbero potuti provenire dalla camera da letto di fianco la sua. La storia della somiglianza, però, l’aveva sconvolto più di ogni altra. Tanto che per qualche mese aveva cominciato una dieta feroce e immotivata (visto che pesava neanche settanta chili per un metro e ottanta), per il timore di vedersi un giorno trasformato nella caricatura di uomo che ogni giorno gli si parava davanti a tavola.
“Sì, ma che cazzo c’entra – risponde Stefano – io avevo solo paura, anzi no, ho ancora una paura becca, di trasformarmi in un vecchio, grasso e pelato complemento d’arredo. Una mutazione genetica del divano con telecomando sottopelle. Mica auguro la sua morte. Ma sei scemo o che?

Guarda che neanche io sto augurando la morte a nessuno – dico – Sto solo teorizzando. Ma nemmeno questo, stavo tirando delle conclusioni. Quando penso al passato non ricordo un solo momento diviso con mio padre. Quando mi sono laureato era ai Caraibi per un viaggio premio, quando sono stato ricoverato con la peritonite ha sbagliato ospedale. Probabilmente non sa neppure che lavoro faccio di preciso.
“Perché tu lo sai?”, ribatte Stefano
“No, ma questa è un’altra storia, pirla. I ricordi più belli sono quelli di quando ero piccolissimo. Ma non valgono, perché sono tutti distorti. Per esempio, mi ricordo la stanza dei giochi del mio asilo come una cosa enorme. Quando qualche anno fa mi sono trovato a rivederla, era piccolissima. Per forza, sei un microbo, tutto ti sembra enorme. Così anche le giornate a raccogliere funghi in montagna o i pomeriggi al parco con mio padre li ho mitizzati. Se potessi riviverli ora su un file, probabilmente si vedrebbe lui distratto a fumare e parlare con qualche mamma mentre io rischio la vita sulle altalene. No, meglio una bella vera assenza da riempire con i ricordi che vuoi tu, piuttosto che una presenza inutile.

(3 continua)”

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