Il corpo del padre

Una volta ho letto la storia di un uomo che, mentre sciava sulle Alpi, venne travolto da una slavina. Il corpo, sotterrato da tonnellate di neve fresca, non venne mai ritrovato. Molti anni dopo il figlio di quell’uomo, mentre si trovava a sciare sulle stesse Alpi, scorse una figura che spuntava dalla neve. Il tempo trascorso e i movimenti della terra avevano riportato in superficie il corpo dello scomparso. Avvicinatosi, l’uomo ebbe l’agghiacciante scoperta di trovarsi a fissare se stesso. Il corpo del padre era rimasto ibernato tutto quel tempo e appariva perfettamente conservato. E il figlio in quel momento era più vecchio del padre. Stavo pensando a quella storia mentre Stefano mi chiedeva perché improvvisamente ero diventato silenzioso davanti alla birra scura del martedì sera.

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Era la serata del calcetto e io e Stefano eravamo rimasti gli ultimi del vecchio gruppo a non volersi fermare di fronte all’età e ai nuovi impegni che si portava appresso. Il lavoro di Franco lo faceva stare all’estero per mesi interi; Michele e Paolo si erano arresi ai legamenti delle ginocchia e Carlo con due figli piccoli era già un miracolo se ogni tanto lo si vedeva il sabato sera. Noi invece continuavamo a tenerci saldi al presente pensandolo come un passato senza fine. Ci eravamo uniti al gruppo di mio fratello minore  e ogni martedì sudavamo in una palestra dal profumo d’ascella e con ancora i quadri svedesi alle pareti. Poi, alla fine della partita, solo noi due, andavamo a mangiare un panino e bere una birra nel locale che una volta gestiva il Vince e che oggi era diventato un Irish bar qualsiasi.

“Stai pensando ancora alla Fede?”, mi chiede Stefano. “No, dimmelo, che se ti parte la solita menata, mi alzo e vado.
“No, stavolta no. Ma ogni tanto mi chiedo perché tu continui a uscire con me.
“Perché mi fai pena, pirla.”
Io e Stefano ci conosciamo dai tempi delle elementari. All’epoca non ci stavamo tanto simpatici, poi un volta lui prese inaspettatamente le mie difese durante un gioco e da quel momento siamo diventati inseparabili. Abbiamo rischiato forte la volta che ci siamo innamorati della stessa ragazza, ma alla fine siamo stati più grandi di ogni stupida gelosia e oggi siamo ancora qui, seduti uno di fronte l’altro, con un sacco di ricordi comuni a renderci una cosa sola. Adelina, invece, sparita nel tempo senza lasciare grandi tracce.
“Pensavo a mio padre”, rispondo.

Mio padre è ancora vivo. A settant’anni abbondanti lavora ancora come ne avesse la metà e fondamentalmente si fa i cazzi suoi da una vita. In casa ha sempre vissuto poco: sempre in ufficio o fuori con gli amici o, più di rado, in vacanza con mamma. Prima che si separassero. Noi a casa dei nonni o dalla zia. O, una volta cresciuti, a badarcela da soli. Insieme poche volte. E quelle poche neanche di gran qualità. La sua è sempre stata una presenza assente che ha lasciato campo libero a mamma che i due ruoli li ha gestiti come ha potuto. Più che un matrimonio la loro è stata una società in accomandita, con mio padre socio con una responsabilità limitata.
Pensavo che certi padri, come certi attori o certi cantanti, dovrebbero morire presto. Niente di personale, intendiamoci. Ma per certi soggetti forse l’idea di quello che avrebbero potuto essere sarebbe meglio di quello che sono stati.
Stefano mi guarda inebetito, incredulo delle parole che sta sentendo.
No, mi stai dicendo che tuo padre non dovrebbe essere più vivo. Per il tuo bene, poi.
“No, non solo il mio. Anche il tuo, per esempio. Non eri tu che mi hai raccontato quella storia delle fotografie in cantina?

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Anni prima Stefano era sceso nella cantina della casa dove viveva con la sua famiglia per mettere un po’ di ordine tra le cose accumulate negli anni e per ritrovare anche qualche vecchio fumetto dimenticato negli scatoloni impilati disordinatamente. La cantina era un luogo che lo aveva sempre affascinato e spaventato allo stesso tempo. Uno dei ricordi più spaventosi della sua infanzia era legato a un film in cui la protagonista, una ragazza muta, doveva scendere nelle cantine attraverso una scala a chiocciola alla cui base l’attendeva nascosta e silenziosa la morte. C’era stato un periodo in cui ogni volta che sua madre gli chiedeva di scendere in cantina a prendere chissà che cosa, a Stefano si materializzava davanti l’immagine in bianco e nero della ragazza con la candela in mano che, silenziosa, andava verso l’assassino. Il cuore comincia a battere forte e la paura a mozzargli il respiro. Volava sui gradini a due alla volta fino davanti alla porta dello scantinato. Poi armeggiava con la chiavetta, entrava veloce e subito fuori a mille all’ora. Aveva rischiato la vita centinaia di volte, sempre nella sua testa però. Realmente, invece, mai. Nessun serial killer si nascondeva nell’oscurità, così col passare del tempo la paura si trasformò in fascino e la cantina divenne il luogo dei tesori nascosti. Una volta infatti vi aveva trovato delle monete antiche regalate chissà da chi e buttate tra le cose inutili. Le aveva recuperate e rivendute l’estate successiva durante le vacanze al mare, organizzando con i bambini della sua compagnia un mercatino sul lungomare. Con l’incasso delle monete si era comperato qualche gelato, un sacchetto di biglie nuove e un paio di espadrillas rosse. Non si era mai più sentito così ricco come quella volta li.

La cantina col tempo aveva smesso di regalare tesori e in breve si era trasformata in un luogo di ricordi polverosi. Un luogo fresco dove trascorrere ogni tanto qualche ora frugando tra scatole e illusioni del passato.
Quella volta Stefano si era imbattuto in una scatoletta di metallo con vecchie borchie arrugginite dentro la quale vi era un mazzo di fotografie legate con un nastro blu smunto. Erano immagini di suo padre quando per un periodo aveva lavorato in Belgio come cameriere. Era stato nei primi anni Sessanta e appena prima che lo mettesse al mondo. Era magro nelle fotografie, vestito bene, come ci si vestiva in quegli anni, con una giacca leggera chiara e una cravatta sottile.Sorrideva felice e gli assomigliava come una goccia d’acqua.

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Suo padre, il grasso signore con pochi capelli e le guance cascanti, quando aveva venticinque anni era uguale a lui. Fino a quel momento non aveva mai pensato a suo padre come a una persona che un tempo aveva avuto la sua stessa età. Un po’ come la prima volta che vide Ritorno a futuro e cominciò a pensare a suo padre e sua madre come due persona che potessero avere pulsioni sessuali, proprio come le aveva lui. La sera, di ritorno a casa, li guardò strani e la notte non dormì stando con l’orecchio teso a ascoltare i rumori che sarebbero potuti provenire dalla camera da letto di fianco la sua. La storia della somiglianza, però, l’aveva sconvolto più di ogni altra. Tanto che per qualche mese aveva cominciato una dieta feroce e immotivata (visto che pesava neanche settanta chili per un metro e ottanta), per il timore di vedersi un giorno trasformato nella caricatura di uomo che ogni giorno gli si parava davanti a tavola.
“Sì, ma che cazzo c’entra – risponde Stefano – io avevo solo paura, anzi no, ho ancora una paura becca, di trasformarmi in un vecchio, grasso e pelato complemento d’arredo. Una mutazione genetica del divano con telecomando sottopelle. Mica auguro la sua morte. Ma sei scemo o che?

Guarda che neanche io sto augurando la morte a nessuno – dico – Sto solo teorizzando. Stavo tirando delle conclusioni. Quando penso al passato non ricordo un solo momento diviso con mio padre. Quando mi sono laureato era ai Caraibi per un viaggio premio, quando sono stato ricoverato con la peritonite ha sbagliato ospedale. Probabilmente non sa neppure che lavoro faccio di preciso.
“Perché tu lo sai?”, ribatte Stefano
“No, ma questa è un’altra storia, pirla. I ricordi più belli sono quelli di quando ero piccolissimo. Ma non valgono, perché sono tutti distorti. Per esempio, mi ricordo la stanza dei giochi del mio asilo come una cosa enorme. Quando qualche anno fa mi sono trovato a rivederla, era piccolissima. Per forza, sei un microbo, tutto ti sembra enorme. Così anche le giornate a raccogliere funghi in montagna o i pomeriggi al parco con mio padre li ho mitizzati. Se potessi riviverli ora su un file, probabilmente si vedrebbe lui distratto a fumare e parlare con qualche mamma mentre io rischio la vita sulle altalene. No, meglio una bella vera assenza da riempire con i ricordi che vuoi tu, piuttosto che una presenza inutile.

“Cazzo se sei severo – dice Stefano con uno sguardo che non gli ho mai visto – Ma tu pensi di poter essere migliore? O è solo paura di finire a fare gli stessi sbagli che dici ste minchiate? Sei severo, prima di tutto con te stesso. Stai facendo della prevenzione, ti ho capito.
“Mi siedo un attimo con voi e ve ne porto un’altra? Così mi raccontate cosa vi state dicendo”, chiede Claudia sedendosi al tavolo con noi.
Claudia ha i capelli neri e gli occhi chiari. Il naso pronunciato e un sorriso bianco bianco che quando si apre le cambia i lineamenti. Che sono già bellini così, ma quando sorride… . Studia chimica all’Università e la sera serve birre. Venendo qui ogni settimana alla fine non puoi finire a non parlarci. Le settimane precedenti ci ha raccontato di Brescia e di come stava nella sua città, del fidanzato che vede una settimana si e una no e della sua compagna di stanza che si scopa qualunque cosa passi da quelle parti. Noi abbiamo inventato qualche storia interessante, perché dei ricordi come quelli mica ce li abbiamo. L’università l’avevamo qui e da qui non ci siamo spostati, le fidanzate non se vedono da un po’. Di scopare, poi… Insomma, a Claudia abbiamo raccontato del locale del Vince che una volta era li e della storia della Susi, una cameriera che aveva fatto innamorare un po’ tutti, ma che al Vince l’ha proprio mandato fuori di testa. O quella della Kate e di quella volta che siamo andati in Germania prendere delle legnate sulla testa. Storie, insomma. E a Claudia piacciono e se il locale non è pieno si ferma con noi ad ascoltarle.
Birra-Guinness
“Sì “- dice Stefano – “E portane una anche per te. Che ce n’è bisogno.
Il bicchiere della Guinness è un po’ come la bottiglietta della Coca Cola, cioè parte avvantaggiato perché è proprio bello. Bello da vedere e da tenere in mano. Arreda anche, il tavolino del bar con sopra due bicchieri di Guiness è proprio un’altra cosa. Anche con tre, anzi, meglio con tre.
Parto con la storia del cadavere congelato e poi Stefano continua raccontando il mio delirio, almeno così lo presenta a Claudia.
Lei ascolta e beve una mezza pinta d’un fiato.
“Io a mio padre ci ho sputato in faccia”dice – “E i soldi che mi passa per l’Università li prendo solo perché mi spettano come risarcimento. Un giorno ha deciso di non tornare più a casa. Così, senza dire niente è uscito la mattina e non è più tornato. Ha telefonato dopo due giorni alla mamma e le ha detto che lì non ci sarebbe più tornato. Poi ha appeso e non si è fatto più vedere da me e mia sorella fino a tre anni fa, quando si è presentato alla laurea di Gianna. Lei ha pianto, io gli ho sputato addosso. Per me mio padre è morto da un pezzo e il ricordo mi fa ancora più schifo della sua faccia. E di mitico non ci trovo proprio niente.”
Rovescia sul tavolo la mezza scura rimasta, si alza e se ne va.

FINE

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