David Benioff e Trono di Spade

Image #: 28184542    Amanda Peet and husband David Benioff, creator/executive producer attend the premiere of the fourth season of HBO's "Game of Thrones" at Lincoln Center's Avery Fisher Hall in New York City on March 18, 2014.  Robert Pitts /Landov

È un bel tipo David Benioff. Bello, bravo, brillante, non fosse anche un tipo epidermicamente simpatico sarebbe il prototipo di quello al quale non parrebbe peccato augurargli qualche sfiga leggera.
Ha scritto La 25 ora, un libro bellissimo dal quale Spike Lee ha tratto un film altrettanto bello, si è riconfermato con La città dei ladri e nel frattempo si è sposato con Amanda Peet, una che al cinema ha fatto girare la testa a Bruce Willis in Fbi protezione testimoni e Jack Nicholson in Tutto può succedere. Poi, giusto per stare sul pezzo, ha scritto le sceneggiature di Troy e XMen, le origini (forse il migliore).
Oggi il nome di David Benioff lo incontriamo alla fine dei titoli di testa di Trono di spade.
Allora, chiariamo: la serie è giunta alla sua quinta annata e credo di non essere il solo ad averla vista e apprezzata. Ma io le serie tv ho cominciato a guardarle giusto da un anno ed è un tesoro che mi trovo a portata di telecomando, un po’ come Zio Paperone quando nel Klondike bastava che desse un calcio per terra e tirava fuori pepite d’oro.

Da Gomorra, la serie è stato un crescendo passando per Breaking bad, House Of Cards, Homeland e The Fall. Un infinito mondo di storie meravigliose, ore e ore di avventure appassionanti spesso di livello artistico superiore alla media. Insomma una gioia. Se poi hai a disposizione quel canale on demand il gioco è fatto: scarichi, guardi e poi decidi se continuare e diventarne dipendente.

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Così è accaduto con Trono di spade. A me il fantasy non è che mi faccia impazzire di piacere. Mai letto Tolkien, ho visto la trilogia del Signore degli anelli più per dovere che per altro, e ho dormito profondamente e piacevolmente con La compagnia dell’anello. Il massimo del coinvolgimento fino ad ora era stato il libro La spada di Shannara letto decine di anni prima e che ho sbandierato orgoglioso nel mio curriculum fantasy, fino a quando ho scoperto che Terry Brooks sta a quella letteratura come il metadone per i tossici. Così, prima di fermarmi ad Approdo del Re ci ho pensato un bel pezzo, anche andando a cominciare serie tv insulse (perché nel numero è normale che qualche vaccata ci finisca dentro).

Poi, un giorno ho deciso: infinita sigla trionfale, titoli di testa da brivido e nome di David Benioff alla sceneggiatura (in coabitazione con Weiss per la precisione). “Ohibò!”, dico (‘sticazzi, il pensiero) e ci sono dentro fino al collo: 40 ore abbondanti di arretrati prima delle nuove dieci puntate della quinta stagione. Non è un lavoro per tutti.
Allora, mettersi a raccontare Trono di spade è difficile, se non impossibile, senza sembrare banale o logorroico. Quindi chi lo conosce sa di che parlo, per gli altri ci si immagini una lotta shakesperian-tolkeniana per appropriarsi dello scettro dei Sette Regni. Alla morte del re i pretendenti al trono partono dai diversi angoli del Regno per arrivare alla conquista finale. Un risiko fantasy condito di violenza (tanta, superiore alla media), sesso (altrettanto), amore, orgoglio e sentimenti vari. Detta così, capisco, pare una scemenza assoluta, ma il risultato è stupefacente perché riesce a mischiare i sentimenti eterni degni di una tragedia del bardo inglese, l’affascinante  storia medioevale, l’epica del Tasso o della Chanson de Roland, i ritmi da soap, la patinatura di una rivista elegante e qualche risvolto psicologico (i rapporti generazionali tra padri e figli con i loro contrasti e le loro rivalità potrebbero essere oggetto di qualche approfondimento interessante), arrivando a un risultato eccellente.
E con questo torniamo all’inizio del pezzo dovendo ricominciare a parlare di quel bel tipo di David Benioff e di quanto scriva bene. Anche per la televisione.

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