Il libro di Valentina 2 di 4

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Gloria è una bella donna, alta e elegante nei modi e le piace vestirsi con jeans e magliette attillate scure. Da qualche mese ha un tatuaggio che le sbuca dalla schiena e si appoggia alla base del collo. Una volta pensavo fosse anche intelligente. Una di quelle donne che acquisiscono sicurezza e calma col matrimonio e i figli e che riescono a trasmetterla agli altri. Mi era capitato spesso di parlare con lei e le conversazioni non erano mai banali, anzi a volta addirittura stimolanti. Non bisognava parlare di politica, perché su quella ci si scontrava sempre, ma quando si parlava di noi e di quello che stavamo diventando, anno dopo anno, rendeva piacevole le serate insieme. Eravamo noi quattro, una bottiglia di Nero d’Avola e i bambini nelle altre stanze. Era un altro tempo. E a me piaceva. Probabilmente solo a me, visto come sono andate a finire le cose.
Marina invece la conosco da poco. E’ entrata durante la seconda vita di Gloria e, se non fosse che me la ritrovo seduta davanti a me a tavola, non credo l’avrei mai notata. Non che non faccia in modo di esserlo – anche lei a suo modo è bella con i lunghi capelli biondo cenere su un corpo minuto -, ma lo sguardo sfuggente e un modo di comportarsi sempre sopra le righe me l’ha resa antipatica da subito. Gloria e Marina si sono trovate una sera che una band locale suonava cover in un bar e entrambe erano su un tavolo a ballare dopo qualche tiro di coca. Hanno giocato strusciandosi e eccitando gran parte dei maschi attorno loro. Poi, quando la cosa pareva prendere una piega più seria, hanno piantato tutto li e cominciato a ridere come due matte. Stessa età e due figlie femmine di otto anni. Valentina è con noi questa sera, Carolina, no. Era il turno del padre che l’ha portata con sé a sciare. Valentina ha preso con se il suo librone di Geronimo Stilton e le basta, anche perché ho sempre avuto l’impressione che le due piccole non si vadano troppo a genio.

B17
Mi ricordo che da bambino anche miei genitori quando uscivano invitati a cena da amici, mi portavano con loro e, appena entrati nella casa degli ospiti mi mollavano a giocare con il figlio di questi. Si chiamava Giuseppe e puzzava di trielina, voleva giocare solo con i soldatini e a me dava quelli che non combattevano: uno portava la bandiera, l’altro teneva i contatti radio. E mentre lui era tutto un gioco di spari e esplosioni, il mio era una muta attesa di qualche granata che ponesse la fine della vita di due noiosissimi soldatini. Lo odiavo e odiavo andare a casa di Giuseppe, ma non ricordo una volta che i miei si fossero posti il problema. Non se lo ponevano perché era impensabile che esseri così piccoli avessero dei gusti e delle esigenze. Ma i genitori non sono stati bambini a loro volta?

(2 continua)

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