Un anno da hegeliano

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Il blog compie quasi un anno. Ho cominciato a scriverci lo scorso luglio e sinceramente mi stupisco di essere ancora qui a farlo con costanza e continuità. Un po’ perché sono due qualità a me sconosciute, un po’ perché speravo di guarire prima. Ma tant’è. Ho aperto lo spazio con l’intenzione di parlare anche di scuola: il nome statoprecario (precario di stato) nasce proprio da lì. Invece, tra i tanti (tantissimi) post neanche uno ha mai trattato l’argomento. Un racconto l’ha sfiorato una volta: un semplice pretesto per raccontare un sentimento. Ma della vita dentro e fuori la scuola mai neanche una riga. Il timore è quello di raccontare cose o che sono già state raccontate meglio (Starnone ci ha rimpinguato il conto corrente), o che solamente chi ci vive all’interno le possa capire. E forse neanche quelli. Perché il mondo della scuola è un mondo a parte, dove si parla una lingua propria, dove si vivono dinamiche uniche e dove il concetto di lavoro è difficile da spiegare a chi non lo abita. Si dice che la scuola dovrebbe rappresentare la società in piccolo, in realtà finisce per diventarne una metafora, a volte una parodia. Un po’ come la leva militare: un mondo sospeso in cui persone e regole prendono forme diverse.

Permesso che questo lavoro l’ho scelto coscientemente e non lo cambierei con null’altro al mondo, in certi momenti mi sento come un consapevole Truman Burbank che non riesce più a distinguere la realtà dalla fantasia. In quest’anno sono definitivamente crollate fragili certezze, mentre le ideologie già erano state sepolte da un pezzo. La discussione sulla riforma mi ha catapultato esattamente dalla parte opposta dove avevo albergato fino ad oggi. Tanto da farmi sentire come Mario Brega di Un sacco bello quando si prende del fascista dalla ragazza del figlio. “Fascista io? Io non sono comunista così! – dice alzando un pugno- Sono comunista così!!”(due pugni alzati).

Invidio l’amico Andrea intriso di verità, tanto da rimanerne vittima. Ma Andrea è un partigiano dell’ideologia e se uno è partigiano, lo è per sempre. Invece non invidio, ma neanche condivido, Pasquale. Lui insegna e lavora al sindacato. A mia figlia quando andava all’asilo (“scuola materna, papuz, si chiama scuola materna”) chiesero un giorno di presentare la famiglia. “Mamma lavora – disse -, papà insegna”. Aveva capito tutto, lei. Pasquale meno.

Non si può lavorare e insegnare contemporaneamente, sono due mondi distinti. Rischi di non fare bene né uno né l’altro. Finendo poi a fare danni. Non condivido neppure lo sciopero di quell’insegnante che, per una distorsione del sistema, può insegnare una materia che neanche conosce. Finendo anch’egli a fare danni. Così come non accetto tutti quelli che questo lavoro (oddio, ho detto lavoro) lo sentono come un peso, un ritaglio di tempo tra altre cose e dentro la classe portano frustrazioni e non speranze. Odio chi dietro la burocrazia nasconde il nulla e vorrei vedere sbattuto fuori chi ruba un posto, uno stipendio e degli anni di vita a dei giovani che spesso con occhi più grandi di loro sarebbero pronti ad ascoltare le tue storie. Che poi diventeranno loro. E così avanti e avanti.

Io la riforma la verrei vedere realizzata, sì proprio così, per avere un punto dal quale ripartire. Senza nulla non so con chi prendermela. Andrea dice che sono hegeliano. Mi fido, ma sinceramente non so cosa intenda. Però suona bene.

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