Vietato ai minori

Era una lunga fascetta bianca a tagliare diagonalmente la locandina appesa. La scritta era rossa per staccare dai titoli in nero e risaltare immediatamente. Vietato ai minori, diceva la scritta, di 14, 16 e 18 anni. L’età di mezzo sparì ben presto e rimasero la prima e l’ultima, come a segnare le due fasi delle sviluppo puberale. Perché i divieti la maggior parte delle volte erano posti a salvaguardia di una moralità e di valori che, a pensarci oggi, le sentinelle in piedi sembrano tanti degenerati. 

Era il cinema italiano degli anni Settanta, il rappresentante di una società complessa, in piena evoluzione, disorientata a tratti. Ma avere dei punti fermi, come il raggiungimento del traguardo dei 14 e dei 18 anni, dava quelle certezze che l’epoca non riusciva a concedere. Una società strutturata a tappe: scolastiche per prima cosa (esami di quinta elementare, terza media e maturità) e  poi sociali (14 anni per guidare il motorino e vedere i primi film vietati). Dai 10 anni fino ai 14 pareva un viaggio senza fine, dopo era tutta discesa. A seguire i 18 anni il baratro, ma questa è un’altra storia.

  
Se sei nella pre adolescenza hai la faccia da bambino, la voce da bambino, ti vesti da bambino. Dentro il corpo non lo sa e comincia a parlare un’altra lingua, ma fuori sei un bambino. La frustrazione nasce proprio da qui. Frustrazione che cresce ogni qual volta ti scontri con la realtà. Nel mio caso la realtà si chiamava Rosa, faceva la cassiera al cinema ed era un mastino a guardia della legge e della moralità. Se il film era vietato ai minori, Rosa controllava minuziosamente i documenti di tutti quelli che sospettava non potessero avere l’età. Ero stato già respinto un paio di volte quando, con amici più grandi, avevo provato a entrare a vedere un film senza averne l’età. A voi il biglietto lo do, ma quel piccolino li in fondo li ha 14 anni?”. “Certo – rispondevo piano – siamo in classe insieme”. Che era anche vero, ma loro erano pluri ripetenti e già con un filo di barba sulle guance. “Fuori i documenti”, intimava Rosa. E li finiva la commedia e iniziava la farsa.

Nel 1973 quando uscì nelle sale Malizia la mia carta d’identità, impietosa, affermava che ero ancora ben lontano dall’età minima per entrare, quindi la barriera Rosa non avrebbe ceduto e io non avrei potuto ammirare le curve morbide di Laura Antonelli. Tutta l’Italia ne parlava, ma sopratutto, tutta la mia classe ne parlava. Io tergiversavo, nicchiavo e mi sottraevo da ogni discussione, aspettando il mio momento. Il cavallo di Troia fu la licenza di pesca. Era scaduta da tre anni, epoca in cui mio padre riponeva ancora la speranza che il suo hobby potesse diventare il mio. Dopo due ripescaggi dalle acque di un torrente e una sonora dormita nell’attesa che qualche pesce imbecille si suicidasse al mio amo, decise che non mi avrebbe più rinnovato la licenza. Il tesserino, però, era ancora nelle mie mani. E, a differenza della carta d’identità, facilmente falsificabile. Un po’ di gomma per inchiostro e un uso accorto della macchina da scrivere mi fece improvvisamente guadagnare quattro anni. Rosa guardò storto il documento la prima volta che glielo porsi, ma pensò che forse tanta costanza andava premiata. Staccò il biglietto e mi fece entrare.

Laura Antonelli all’epoca aveva poco più di trent’anni, un volto radioso e elegante,  un corpo morbido, generoso, rassicurante; gli occhi azzurri e la bocca disegnata. Insomma, una bellezza imbarazzante. Questi particolari li elaboro solo ora, per la verità. All’epoca per me Laura Antonelli rappresentava solamente la via della perdizione, il punto di unione tra due mondi: uno conosciuto, l’altro tutto da scoprire. E se il biglietto di presentazione era questo, non c’era che da sperare che questo nuovo mondo aprisse ben presto i suoi cancelli.

Per tanto, troppo tempo, quel mondo finì per essere solo una bella rappresentazione con Edwige Fenech e Gloria Guida come mie Beatrici. Laura Antonelli preferì passare a qualcosa di più complesso come il film d’autore e l’abbandonai. Per ritrovarla qualche anno più tardi a fianco di un comico del momento, Abatantuono, in Viulentemente mia. Bellezza e fascino intatti e Diegone, carabiniere pasticcione, che per lei perde la testa, tanto da essere trasferito in Barbagia per punizione. Se fosse accaduto anche nella realtà, oggi la Barbagia sarebbe la terra più popolata d’Italia. 

 

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