Mauro c’ha da fare

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Vittima delle nevrosi dei nostri giorni Mauro Magazzino, trentatré anni e due lauree, passa le giornate in casa a tormentare i genitori e la donna delle pulizie, a filosofeggiare sulle proprietà dei piselli e guardare fuori dalla finestra la vita che gli passa davanti. Mauro è uno dei tanti figli non riconosciuti di questa società alienante che semina intelligenza e cultura e poi abbandona a se stesse le povere anime illuse. E se è vero che Mauro ci mette molto del suo per non far parte di questa società, altrettanto vero è che le regole del gioco fanno abbastanza schifo, quasi da giustificarlo. Ma Mauro è anche il fratello minore di tanti altri personaggi che il cinema italiano ha presentato in questi ultimi anni: il nevrotico Michele di Nanni Moretti, l’ingenuo Mimmo di Carlo Verdone e il disincantato Gaetano del primo Massimo Troisi. Mauro è tutto questo e qualcosa di più perché, come ricorda lui stesso, è anche ironico. Ma nel senso etimologico della parola: guarda le cose da fuori e dentro fa proprio fatica a starci.
Alessandro di Robilant che dopo il bel Il giudice ragazzino si era un po’ perso tra i generi e i vari modi di rappresentarli, con Mauro c’ha da fare riesce a ritrovare se stesso e anche un pò di smalto. L’ottimo Carlo Ferreri, il protagonista del titolo, è un moderno Don Chisciotte che, attraverso scene brevi concatenate tra loro, rappresenta al meglio il disorientamento delle nuove generazioni: vittime e ostaggio delle precedenti, sia nel bene che nel male. Perché se alla fine anche Mauro avrà il proprio riscatto, non lo deve purtroppo alle sue capacità. Mauro c’ha da fare è una buona commedia agrodolce, divertente e irritante che, anche se ogni tanto si prende qualche pausa, riesce a filare dritto alla meta.

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