Cake

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Arriva un momento in cui un artista, soddisfatto di ciò che ha fatto precedentemente, decide di cambiare pagina e diventare qualcosa che non è mai stato prima. Di solito succede con gli attori leggeri, abituati a vivere in un mondo a dimensione di commedia che decidono di abbracciare il dramma, normalmente per finire a stringere forte in mano un premio Oscar. La strada prevede di solito una deriva nell’handicap o nell’abbrutimento fisico, come a cancellare tutti i personaggi impalpabili impersonati fino a quel momento e finalmente dare spessore a una carriera. Jennifer Aniston, una vita nel telefilm Friends e in commedie leggerine come Una settimana da Dio, dopo aver ricevuto qualche giusto complimento per una paio di prove drammatiche (Money with Friends su tutte) deve essersi detta che era giunto il momento di provare a fare sul serio e entrare al Kodak Theatre dalla porta principale.
Eccola allora diventare Claire Bennet, donna di mezza età a cui la vita ha riservato una prova enorme: di fronte al dolore più grande che si possa immaginare come reagire? E Claire ha deciso di lasciarsi morire lentamente, allontanando tutti da se e abbandonandosi alla leggerezza chimica di psicofarmaci. Sovrappeso, senza trucco e con cicatrici su tutto il corpo Claire, dopo essere stata allontanata dal gruppo di terapia perchè troppo cinica e pericolosa per gli altri, rimane affascinata da Nina, una giovane donna del suo gruppo che, a differenza sua, ha deciso di togliersi la vita immediatamente, lasciando soli marito e figlio. Alla ricerca delle ragioni del suicidio Claire viene presa per mano dal fantasma di Nina e accompagnata verso l’inevitabile bivio finale.
Cake di Daniel Barnz, regista del risibile Beastly, è un classico drama movie annunciato dalla prima all’ultima scena. Costruito per metafore elementari (il dolore fisico di Claire come espressione del dolore interiore; il viaggio in auto sdraiata dando indicazioni al guidatore; la torta di compleanno del titolo) e tutto attorno alla protagonista principale, il film ha il suo limite maggiore nella mancanza assoluta di anima. I personaggi sono insopportabilmente stereotipati e le situazioni prevedibili, fino all’inquadratura finale. In cui ti dici, “fai che non succeda proprio così, fai che non succeda”. E alla fine accade.

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