Achilli 3 di 6

“Mi scusi se mi permetto – disse Adriana a voce sempre più alta – Ma credo che una cosa così possa avere una spiegazione e…”
Achilli alzò due occhi umidi a guardare la segretaria come se la vedesse per la prima volta. La testa sembrava ancora più grossa quel pomeriggio.
“Si, si… Mi scusi… Vada pure Adriana, è l’ora”, disse interrompendola e facendo un gesto con la mano, come per scacciare qualcosa nell’aria. Subito dopo girò la testa e si mise a guardare fuori dalla finestra. Nel quartiere stavano costruendo un nuovo centro commerciale e la vista era quasi interamente occupata dalle sagome delle gru. Gli piacevano le gru.

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Erano il suo giocattolo preferito di quando era un bambino. Insieme a suo padre ne aveva costruita una altissima con un meccano a Natale e ci aveva giocato ininterrottamente per mesi. Per decenni quello fu anche l’unico momento in cui sentì così vicino suo padre. L’ultima volta invece fu quando insieme piansero al funerale della mamma. Poi più nulla. Erano tre le gru che lavoravano alla costruzione e insieme si muovevano lente come in un dolce fandango, con i lunghi bracci che giravano su se stessi sfiorandosi. C’era stato un tempo in cui avrebbe voluto diventare un ingegnere e dirigere lui quel concerto di bracci meccanici. Ma all’università ci mise più di un anno a superare l’esame di Analisi matematica per poi fermarsi definitivamente davanti al secondo ostacolo. Così decise di ascoltare i consigli della famiglia, sfruttare il diploma di geometra e finire a guardare le gru solo da lontano.

Adriana chiuse la porta dello studio e ritornò alla scrivania. Il raccoglitore con i verbali delle assemblee era l’ultimo che doveva trovare posto sullo scaffale. Lo aveva tenuto a portata di mano nell’inutile speranza che qualcosa potesse cambiare. Un po’ come quando da piccola tornava dalle lunghe vacanze estive e immaginava che avrebbe trovato la città cambiata: il fatto che lei non fosse presente in città aveva permesso di cambiare la circolazione delle vie, costruito nuovi palazzi, ingrandito il parco giochi. Immaginava che qualcosa nel frattempo fosse cambiato anche in casa propria: l’arredo di una stanza o anche solo la disposizione dei mobili. Invece, niente. Niente aveva mutato forma, solo lei era cambiata. Era diventata un po’ più grande e, di conseguenza, la città, la casa, la sua stanza un po’ più piccole. Così, con quella speranza infantile nel cuore, diede un’ultima occhiata al verbale sperando di non leggere i numeri che inevitabilmente confermavano il licenziamento del ragionier Achilli da amministratore di tutto il gruppo di condomini. Oltre che alla grigia copia della denuncia alla Procura di Stato.

L’assicurazione che copriva i danni agli immobili andava pagata entro il mese di gennaio. Era una spesa ordinaria che i condomini pagavano a rate scadenziate, senza rendersene conto. E negli ultimi sei esercizi era stata utilizzata solamente per quella perdita dalle tubature dell’appartamento dei Corsetti, che aveva lasciato una grande macchia scura di umidità al soffitto del garage sottostante. Una spesa da 300 euro scarsi contro dei premi assicurativi da qualche migliaio di euro. Achilli erano sei anni che aveva smesso di pagare l’assicurazione. Sei anni che la passava liscia, tanto che aveva già messo da parte qualcosa come 50 mila euro evitando di pagarli quei premi inutili. Un azzardo che in altri momenti non avrebbe mai preso in considerazione, ma la possibilità di poter aiutare sua figlia dandole trentamila euro per il mutuo di casa, gli fece apparire la cosa naturale. Necessaria. Morale, addirittura. Se lo Stato non gli riconosceva la pensione di una vita retta, e solo per un errore burocratico, la ricompensa se la sarebbe presa da solo.
Achilli avvicinò gli stipiti della finestra chiudendo fuori il rumore elettrico delle gru e una mosca ostinata. Guardando l’animale accanirsi stolidamente contro il vetro pensò all’assurdità di avere tanti occhi, una vista periferica e non riuscire a capire che da lì non sarebbe mai potuta passare. La mosca come metafora della sua vita: tanto impegno a rispettare le regole, a non deludere le aspettative degli altri, a essere attento e accorto e poi finire ridotto così. Pensò anche a se stesso. Aveva la stessa età di Keith Richards dei Rolling Stones e mentre lui dopo una vita di droghe, eccessi, abusi, deviazioni, esagerazioni era ancora su un palco a suonare la chitarra, lui con tutti i suoi cazzo di accorgimenti era quello che era. Un uomo sovrappeso, un’ampia stempiatura, una testa enorme e una vita ridicola alle spalle. Tic, tic, tic. La mosca intanto continuava a bussare contro il vetro. Achilli la guardò ancora un attimo e poi alzò di nuovo lo sguardo sulle gru.

(3 continua)

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