Southpaw – L’ultima sfida

Difficile mettere in scena un film sul pugilato dopo Rocky, Toro Scatenato e Million Dollar Baby. Difficile soprattutto realizzare qualcosa di originale partendo dal pugilato come metafora della vita. Perché questo sport, pur rimanendo il più affascinante da vedere al cinema, inevitabilmente ti porta a parlare di fallimento e riscatto, e o sei Scorsese o Eastwood che hanno il genio dalla loro, oppure rischi di fare l’ennesimo film già visto. Un film che fa scattare il pericoloso meccanismo di prevedere ciò che sta per accadere e non sbagliare mai.  Antoine Fuqua è solo un lontano parente povero dei primi due regisi e il film che ha realizzato altro non è che l’ennesimo prodotto in cui il protagonista sembra perduto per sempre, ma alla fine si ritrova con umiltà e sacrificio, riscattandosi agli occhi di chi lo credeva finito.
Billy Hope è il campione imbattuto dei pesi massimi. Ha una moglie bellissima, Maureen, e una figlia che lo adorano, ma in fondo al cuore è sempre quel piccolo orfano rabbioso che deve sempre dimostrare di essere il migliore. Maureen capisce che il marito è in crisi e prova a convincerlo ad abbandonare la boxe, ma prima che Billy possa mettere in atto la sua promessa, un litigio con il rivale Miguel Escobar degenera e un proiettile vagante colpisce Maureen, uccidendola. Billy perderà ogni cosa e dovrà ripartire da zero per riconquistare se stesso, la figlia e il proprio futuro. Una strada irta che lo porterà nuovamente sul ring, questa volta a sfidare Escobar.

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Southpaw, presentato in Piazza Grande a Locarno, è tutto qui, solo che viene dilatato per due ore abbondanti e adornato di adrenaliniche riprese dei match.  Ma malgrado l’aria truce voluta da Fuqua, il film è un consolatorio recipiente di luoghi comuni dove anche gli attori ripetono senza tempo il proprio personaggio: Jake Gyllenhaal fa il tormentato pugile, Rachel Mcadams l’amorevole moglie e Forest Whitaker fa il Forest Whitaker.

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Love is in the air-Turbolenze d’amore

La ricetta per la perfetta commedia sentimentale moderna esiste e basta copiarla pari pari da alcuni successi planetari degli ultimi anni come Pretty Woman e Harry e Sally. Si prendono due interpreti carini, gli si affiancano dei personaggi di contorno ma di spessore (pensate all’Hector Elizondo-concierge Barney del primo o alla coppia Kirby-Fisher nel secondo), si condisce tutto con dialoghi brillanti e si prepara lo spettatore a un inevitabile happy end. Chi vuole può aggiungere una scena di casto nudo, ma non è indispensabile. Il problema delle ricette, però, è che fanno apparire facile la cosa. Così il risultato finale cambia in base al cuoco che quella ricetta prepara. Alexandre Castagnetti non è uno chef stellato, bensì un decente ristoratore capace di preparare piatti all’apparenza sfiziosi, ma che alla fine ti fanno alzare con l’impressione di aver lasciato qualcosa nel piatto in una tavola sparecchiata in fretta.

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Julie e Antoine stanno tornando a Parigi da New York, la prima per sposarsi con un noioso avvocato, il secondo per tornare a lavorare nel suo Paese. Per il classico scherzo del destino i due, che sono stati turbolenti amanti in passato, si trovano fianco a fianco  sull’aereo e con il tempo del viaggio per capire i propri errori e immaginare un possibile nuovo inizio di storia d’amore. Gli ingredienti ci sono tutti, ma non sono di prima qualità. Seigner e Beidos non si possono definire dei simpatici (lui donnaiolo cinico e sfrontato, lei smorfiosetta con qualche punta isterica di troppo) e le situazioni nelle quali si trovano sono al limite dell’accusa di plagio. Si salvano i personaggi di contorno (il paterno e disincantato stuart e il debordante passeggero), ma non il film che alla fine fa prevalere l’aria stantia della prevedibilità a quella fresca che avrebbe dovuto portare. Si spera solo che non ne venga fatta l’ennesima riedizione italiana.

Mission: Impossibile 5

Ci sono storie che sembra nate per poter essere rappresentate milioni di volte senza mai stancare: le avventure di 007, per primo, ma anche i parchi jurassici, le guerre stellare, gli hobbit e naturalmente le missioni impossibili. Storie che nascono magari disegnate su  un attore, ma poi finiscono per entrare nell’immaginario comune e tenere in vita solo il personaggio. Ed è quello che accadrà a Mission: impossibile quando Tom Cruise non potrà essere più un Ethan Hunt credibile e dovrà quindi passare la mano. Ma il prodotto è forte, la base solidissima e le avventure immaginabili infinite.
Questa volta tocca a Christopher McQuarrie tenere la barra, uno che non ha bisogno che gli si insegni a scrivere, visto che poco più che ventenne vinse un Oscar per la sceneggiatura de I soliti sospetti. La strada scelta è quella segnata da De Palma cioè un’alternanza continua tra verità e menzogna che spiazza e sorprende a ogni angolo. Certo, non è che si lasci troppo tempo al pubblico per pensare e discutere le scelte, ma è un po’ come quando uno va a Gardaland e dopo essere stato shakerato sui giochi per una giornata esce e si lamenta che non si sia parlato delle monadi di Leibniz. Mission: impossibile 5 è un po’ così: un po’ gioco, molta azione, altrettanto movimento. E la mente in pensione per un paio di ore abbondanti. Ma che divertimento!

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La missione impossibile numero 5 è contro il  il Sindacato, un’organizzazione criminale di agenti speciali altamente qualificati incaricati di distruggere la IMF e di creare un nuovo ordine mondiale, uno “stato canaglia”, attraverso una serie crescente di attacchi terroristici.
Con la IMF sciolta e inglobata nella CIA, Ethan Hunt e il suo team si dovranno fidare di un’ambigua ex agente britannico Ilsa Faust. E anche per questa situazione vale la legge che non sai a chi e cosa credere.
Mission: Impossible Rogue nation è un prodotto di livello, divertente e intelligente. Scritto e diretto pensando non solo a un pubblico di adolescenti diventa il simbolo di un genere (l’action movie) troppe volte uguale a se stesso. Qui invece riesce a rinnovarsi senza mai dimenticare la tradizione. Grande merito anche al cast con tutti i volti al posto giusto e la bella sorpresa di Rebecca Ferguson, sintesi perfetta tra bellezza classica e adrenalina e quindi simbolo perfetto di un film perfetto.

Festival del Film Locarno 2015: Pardo d’Oro a Right Now, Wrong Then

Right now, wrong then di Hong Sang Soo
Quando si parla d’amore non c’è mai nulla che possa essere tutto giusto o tutto sbagliato. Quando si vive un amore una cosa giusta può diventare sbagliata e il suo contrario, perché quando c’è l’amore di mezzo non ci sono regole univoche e alla fine, qualunque cosa si faccia o si ometta si finisce per ferire qualcuno e rendere felice qualcun’altro. Hong Sang Soo, regista coreano (premiato due anni fa a Locarno con il precedente La nostra Sunhi) cresciuto probabilmente nutrendosi di film di Eric Rohmer, la lezione l’ha capita ben bene e ne ha tratto un film delizioso, commovente, sorprendentemente leggero e tremendamente vero. 

  Il regista Ham Chun, arrivato un giorno prima del previsto in una cittadina dove dovrà presentare la propria opera cinematografica e incontrare il proprio pubblico, incontra una giovane pittrice che gli ruberà il cuore. Ma il regista è un personaggio noto, con una famiglia a Seul è un sacco di debolezze amorose. Come comportarsi con la ragazza? Provare il gioco della seduzione nascondendosi, oppure lasciare libero il cuore di dichiararsi e di fare tutti i danni di cui è capace? Diviso in due capitoli che ripercorrono la stessa situazione vista attraverso due diversi comportamenti (una sorta di Sliding Doors orientale), Right Now, Wrong Then rapisce, affascina e colpisce il cuore per la grazia con la quale riesce a parlare d’amore senza mai cadere nel banale o nel ridicolo. 

Il film ha vinto il Pardo d’Oro come migliore film della 68esima edizione e il suo protagonista maschile Jung Jae-Young quello per la migliore interpretazione. 

Festival del film Locarno 2015: il concorso giorni 5, 6, 7 & 8

Chant d’hiver di Otar IossellianiIl racconto dell’uomo si svolge uguale a se stesso lungo la storia: dalla rivoluzione francese ai giorni nostri assistiamo a una teoria ininterrotta di azioni – dalle decapitazioni alle deportazioni belliche, fino agli sgomberi dei campi rom – che rendono il mondo un caos incomprensibile. Eppure, in mezzo alla confusione, alle violenze e ai soprusi di ogni tipo c’è ancora spazio per l’amore, la tenerezza e l’amicizia. Sulla linea del suo cinema, Iosseliani tesse un nuovo racconto tra favola e realtà senza aggiungere nulla più a quanto non avesse detto in passato.

Heimatland-Wonderland di AAVV

La Svizzera vive il terrore dei ricchi: quello di perdere un giorno tutto ciò che ha. È il giorno è arrivato. Una nube minacciosa si posa sulla parte centrale del Paese pronta a esplodere la,propria forza distruttrice. Come reagiranno i cittadini? Raccontato da un gruppo registi elvetici Heimatland è una metafora drammatica e ironica delle tante paure che corrono sotto pelle nella nazione. Le tante storie rappresentate, però, non hanno mai una vera propria compattezza che possa trasformarle in film. E, anche se divertente e efficace, non basta l’immagine del profugo svizzero respinto alla frontiera dell’Unione Europea a sollevare un film mediocre.

Entertainment di Rick Alverson

Che i comici siano generalmente delle persone tristi ce lo hanno sempre raccontato, certo che questo Gregg li batte tutti. Impegnato in una tournée in locali di terz’ordine nel deserto californiano, l’attore trascorre le giornate immerso nelle proprie solitudini e paranoie, telefonando a un’immaginaria figlia e sognando un prossimo spettacolo a Hollywood che potrebbe cambiargli la carriera. Apatico alla vita, il comico solo sul palco trova l’energia per combattere in un mondo che lo ha già designato come vittima. Noioso.

Chevalier di Athina Tsangari

Un gruppo di amici della ricca borghesia greca si ritrovano su una barca per un fine settimana di pesca. Per far trascorrere le serate gli uomini decidono di organizzare un gioco che permetta, dopo aver superato diverse prove di abilità, di stabilire chi sia il migliore tra loro e che quindi verrà premiato con l’anello Chevalier del titolo. Un po’ metafora della situazione greca, un po’ rappresentazione dei fragili rapporti umani, il film della Tsangari è una piacevole commedia ben recitata e ben scritta. Con in più l’occhio benevolo femminile a descrivere caratteri maschili ben più profondi di quanto la realtà non propone.

O Futebol di Sergio Oksman

Un figlio torna a trovare il padre dopo anni di lontananza. Siamo in Brasile proprio durante i campionati mondiali di calcio dello scorso anno e l’idea di Sergio, il figlio, è quella di riconquistare le attenzioni di un padre assente da sempre proprio attraverso l’unico argomento che potrebbe unirli: il pallone. Il risultato finale del film di Oksman, sempre in bilico tra realtà e finzione, è l’affresco drammatico e tenero di un rapporto irrisolto.   

Festival del film Locarno 2015: il concorso giorni 2, 3 &. 4

Paradise di Sina Ataeian Dena

Siamo in Iran, oggi. Hanieh è una giovane maestra elementare costretta ogni giorno a compiere un lungo e fatico tragitto per recarsi alla scuola dove lavora. Insoddisfatta della propria vita e del proprio destino di donna, tenta di modificare il proprio destino partendo dalla richiesta di trasferimento. Sarebbe solo un inizio, ma anche questo risulta difficile se non impossibile in uno stato che controlla tutto e tutti. Heaven è una dura e scarna rappresentazione di uno dei tanti volti della violenza: quella che si impone subdola e segna il destino di una persona, chiudendola in una ragnatela di legami dai quali è difficile (ma non impossibile, spera il regista) uscirne.

Dark in The White light di Vimukthy Jayasundara

Girato in sei anni, riassumendo il tanto materiale girato in un unico drammatico affresco, il film cingalese analizza il rapporto tra vita e morte attraverso le vicende di un medico che di giorno salva vite umane e la notte vaga nella speranza di perdersi nell’oblio. Parallelamente, altre storie si incrociano: un trafficante di organi umani vende la vita in cambio di morte, un giovane monaco buddista si interroga sull’aldilà e un disperato autista difende il proprio posto di lavoro sulla pelle di altre persone. Frutto di un lavoro troppo lungo e differito nel tempo, il film vive di momenti senza risultare mai veramente compatto.

  
Cosmos di Andrzej Zulawski 

Tratto da un romanzo di Witold Gombrowicz il film è, secondo la definizione del suo autore, “un romanzo di formazione sulla realtà” dove due amici in vacanza in Portogallo finiscono coinvolti dalle vicende degli ospiti della casa che li accoglie. Allegorico e al limite dell’assurdo il film di Zulawski ha la propria forza in un gruppo di attori straordinari capaci di dare corpo e voce a una dinamica sonata cacofonica.

Schneider vs. Bax di Alex van Wamerdam

Schneider e Bax sono due killer animali: il primo tiene famiglia e viene chiamato alla missione omicida proprio il giorno del suo compleanno, il secondo vive solitario in una casa in mezzo a una palude e, tra un contratto e l’altro, deve risolvere i suoi problemi con fidanzata e figlia. Il loro capo li contatta lo stesso giorno per uccidersi reciprocamente, naturalmente uno all’insaputa dell’altro. Ma, come nella migliore tradizione cinematografica dei fratelli Coen o Tarantino le cose sono destinate a precipitare in un crescendo di equivoci e delitti assurdi. Divertente e scanzonato, il film di van Wamerdam preferisce appoggiarsi a immagini di mondi cinematografici già immaginati da altri, piuttosto che inventarne uno proprio..

Festival del film Locarno 2015: Tikkun 

A Gerusalemme vive una comunità ebraica ortodossa, chiusa al mondo ebraico stesso. Una realtà avviluppata in se stessa dove la conservazione della tradizione pare l’unico obiettivo. Lo studio dei testi sacri, la scuola ortodossa e i riti religiosi scandiscono le giornate di Haim-Aaron, giovane studente di talento, devoto e coscienzioso. Una notte, però, il ragazzo dopo essere scivolato nella vasca da bagno e picchiando forte la testa, tutto cambia. I medici del pronto soccorso tentano di rianimarlo, invano e lo dichiarano morto. Il padre non arrendendosi insiste e riesce a riportarlo in vita. Un atto d’amore estremo che contrasta con il volere divino, il quale ad Haim-Aaron aveva destinato un’altra fine. Ma può l’uomo mettersi contro Dio?     di Avishai Scivan è un film potente, drammatico, rigoroso e commovente. Girato in un bianco e nero elegante, come solo il bianco e nero riesce ad essere in certi casi, ci porta nella testa e nell’anima di una comunità che ha deciso di sacrificare la propria esistenza terrena per una devozione assoluta al trascendente. Un’esistenza ridotta ai minimi termini in cui anche la più piccola contraddizione risulta difficile da accettare o spiegare (“amo Dio che mi ha donato questo corpo, ma odio il mio corpo”, si interroga stremato Haim-Aaron), un’esistenza vissuta come semplice media in mani più grandi. Così che la straziante inevitabile fine arriva come una liberazione benedetta da Dio e dagli uomini. Folgorante.