Achilli

Mancavano due minuti alle sei del pomeriggio. La scrivania era già stata messa in ordine con le matite e le penne a sfera allineate alla destra della tastiera del pc. Le pratiche sbrigate nella giornata, raccolte nei faldoni, erano pronte ad essere riposte sugli scaffali. Il telefono non aveva squillato più nelle ultime ore, dopo che nel primo pomeriggio pareva che tutti avessero qualcosa da chiedere. Le linee telefoniche erano state intasate tanto che Adriana, la segretaria, aveva avuto un momento di panico non sapendo gestire le emergenze. Adriana che lo studio del geometra Achilli l’aveva scelto proprio perché era certa che non avrebbe mai avuto problemi.

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Achilli era un vecchio amministratore di condominio a fine carriera. Avrebbe dovuto già essere in pensione, ma per un calcolo sbagliato degli anni contributivi dell’Inps, era costretto a continuare a lavorare. La causa contro l’ente l’aveva cominciata qualche anno prima, ma le cose stavano andando per le lunghe e anche se aveva ragione, Achilli la pensione ancora non riusciva ad ottenerla.
Lo studio aveva in gestione un gruppo di palazzine costruite negli anni Ottanta alla periferia della città. Palazzi di edilizia popolare che, col passare del tempo, erano stati avanzati di categoria e alzati di un paio di livelli. Il gioco, promosso in giunta da un assessore compiacente, aveva portato i pochi proprietari delle mura a lucrare sulla promozione. Tutti gli altri, che ancora vi risiedevano con affitti minimi, si erano invece visti alzare il canone. Achilli era subentrato all’epoca del cambio catastale, dopo che il precedente amministratore era stato sfiduciato quasi all’unanimità. L’assemblea di condominio di quell’anno finì sulla cronaca del giornale locale perché il litigio tra proprietari e affittuari era finito alle mani con due feriti al pronto soccorso. Le capacità mediatorie di Achilli erano state subito apprezzate: mai una spesa superflua, preventivi trasparenti, discussione appianate sul nascere e assemblee che filavano lisce senza tensioni. Almeno fino a quella della sera precedente.

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Adriana aveva bussato piano alla porta finestra dello studio del principale e poi si era affacciata per salutarlo, come faceva ogni pomeriggio da cinque anni.
“Buonasera Achilli – aveva detto con un filo di voce – … io andrei…”
L’uomo era seduto alla scrivania con lo sguardo basso su un foglio fitto di cifre.
“Achilli… Va tutto bene?…”.

La testa di Achilli era grande, sproporzionata rispetto il corpo. La pettinatura, folta ai lati e quasi assente al centro, contribuiva a renderla ancora più grande. La prima volta che Adriana lo incontrò al colloquio di lavoro gli ricordò il vecchio bolso leone albino che aveva visto allo zoo di Varallo Pombia da bambina. Le sarebbe piaciuto andare in Africa a vedere i veri leoni, ma gli unici che aveva potuto avvicinare erano stati quelli dello zoo safari. I biglietti glieli aveva procurati la zia Faustina, che allo zoo ci lavorava come guardiana al farfallario. La zia diceva che faceva la ranger del parco, ma in realtà l’avevano messa a guardia di tante farfalle appese al muro con uno spillone perché col tempo era riuscita a far fuggire due gnu e a scatenare una rivolta tra i babbuini. Solo allora la direzione decise che forse avrebbe fatto meno danni tra i lepidotteri, ma Faustina soffriva. A lei piaceva parlare con gli animali e gli gnu erano scappati, a quanto disse alla nipote, solo perché lei gli aveva raccontato di quanto bello fosse il mondo fuori dalle gabbie. Mentre per i babbuini il caos scoppiò solamente a causa di un malinteso amoroso. La classica parola di troppo detta al momento sbagliato. L’anno in cui Adriana andò con i genitori a far visita al parco coincise anche con l’ultimo di lavoro della zia. Faustina infatti decise di accettare il trasferimento in Abruzzo come guardia parco e Adriana la vedeva oramai soltanto il giorno di Natale quando la zia saliva al nord per stare un po’ con la famiglia.
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“Geometra.. Io andrei” – disse Adriana alzando un poco la voce  e scandendo bene le parole.
Achilli stava diventando ogni giorno più sordo. Non se ne era accorto immediatamente, perché era abituato a farsi ripetere le cose dalle persone che parlavano con lui. Spesso era distratto e non sempre sentiva ciò che gli veniva detto. Negli ultimi mesi, invece, l’udito aveva cominciato a calare sensibilmente ed erano sempre più frequenti le volte in cui si trovava smarrito di fronte agli interlocutori: si aspettavano risposte che non sapeva dare. Anche le orecchie avevano cominciato a crescere. I lobi si erano ingrossati e la cartilagine si era allungata. Un po come le piante che sviluppano maggiormente la parte alla ricerca della luce, così le orecchie di Achilli stavano prendendo le dimensioni di due piccole parabole per captare quello che il timpano non riusciva più a fare. Almeno così gli piaceva pensarla.

“Mi scusi se mi permetto – disse Adriana a voce sempre più alta – Ma credo che una cosa così possa avere una spiegazione e…”
Achilli alzò due occhi umidi a guardare la segretaria come se la vedesse per la prima volta. La testa sembrava ancora più grossa quel pomeriggio.
“Si, si… Mi scusi… Vada pure Adriana, è l’ora”, disse interrompendola e facendo un gesto con la mano, come per scacciare qualcosa nell’aria. Subito dopo girò la testa e si mise a guardare fuori dalla finestra. Nel quartiere stavano costruendo un nuovo centro commerciale e la vista era quasi interamente occupata dalle sagome delle gru. Gli piacevano le gru.

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Erano il suo giocattolo preferito di quando era un bambino. Insieme a suo padre ne aveva costruita una altissima con un meccano a Natale e ci aveva giocato ininterrottamente per mesi. Per decenni quello fu anche l’unico momento in cui sentì così vicino suo padre. L’ultima volta invece fu quando insieme piansero al funerale della mamma. Poi più nulla. Erano tre le gru che lavoravano alla costruzione e insieme si muovevano lente come in un dolce fandango, con i lunghi bracci che giravano su se stessi sfiorandosi. C’era stato un tempo in cui avrebbe voluto diventare un ingegnere e dirigere lui quel concerto di bracci meccanici. Ma all’università ci mise più di un anno a superare l’esame di Analisi matematica per poi fermarsi definitivamente davanti al secondo ostacolo. Così decise di ascoltare i consigli della famiglia, sfruttare il diploma di geometra e finire a guardare le gru solo da lontano.

Adriana chiuse la porta dello studio e ritornò alla scrivania. Il raccoglitore con i verbali delle assemblee era l’ultimo che doveva trovare posto sullo scaffale. Lo aveva tenuto a portata di mano nell’inutile speranza che qualcosa potesse cambiare. Un po’ come quando da piccola tornava dalle lunghe vacanze estive e immaginava che avrebbe trovato la città cambiata: il fatto che lei non fosse presente in città aveva permesso di cambiare la circolazione delle vie, costruito nuovi palazzi, ingrandito il parco giochi. Immaginava che qualcosa nel frattempo fosse cambiato anche in casa propria: l’arredo di una stanza o anche solo la disposizione dei mobili. Invece, niente. Niente aveva mutato forma, solo lei era cambiata. Era diventata un po’ più grande e, di conseguenza, la città, la casa, la sua stanza un po’ più piccole. Così, con quella speranza infantile nel cuore, diede un’ultima occhiata al verbale sperando di non leggere i numeri che inevitabilmente confermavano il licenziamento del ragionier Achilli da amministratore di tutto il gruppo di condomini. Oltre che alla grigia copia della denuncia alla Procura di Stato.

L’assicurazione che copriva i danni agli immobili andava pagata entro il mese di gennaio. Era una spesa ordinaria che i condomini pagavano a rate scadenziate, senza rendersene conto. E negli ultimi sei esercizi era stata utilizzata solamente per quella perdita dalle tubature dell’appartamento dei Corsetti, che aveva lasciato una grande macchia scura di umidità al soffitto del garage sottostante. Una spesa da 300 euro scarsi contro dei premi assicurativi da qualche migliaio di euro. Achilli erano sei anni che aveva smesso di pagare l’assicurazione. Sei anni che la passava liscia, tanto che aveva già messo da parte qualcosa come 50 mila euro evitando di pagarli quei premi inutili. Un azzardo che in altri momenti non avrebbe mai preso in considerazione, ma la possibilità di poter aiutare sua figlia dandole trentamila euro per il mutuo di casa, gli fece apparire la cosa naturale. Necessaria. Morale, addirittura. Se lo Stato non gli riconosceva la pensione di una vita retta, e solo per un errore burocratico, la ricompensa se la sarebbe presa da solo.
Achilli avvicinò gli stipiti della finestra chiudendo fuori il rumore elettrico delle gru e una mosca ostinata. Guardando l’animale accanirsi stolidamente contro il vetro pensò all’assurdità di avere tanti occhi, una vista periferica e non riuscire a capire che da lì non sarebbe mai potuta passare. La mosca come metafora della sua vita: tanto impegno a rispettare le regole, a non deludere le aspettative degli altri, a essere attento e accorto e poi finire ridotto così. Pensò anche a se stesso. Aveva la stessa età di Keith Richards dei Rolling Stones e mentre lui dopo una vita di droghe, eccessi, abusi, deviazioni, esagerazioni era ancora su un palco a suonare la chitarra, lui con tutti i suoi cazzo di accorgimenti era quello che era. Un uomo sovrappeso, un’ampia stempiatura, una testa enorme e una vita ridicola alle spalle. Tic, tic, tic. La mosca intanto continuava a bussare contro il vetro. Achilli la guardò ancora un attimo e poi alzò di nuovo lo sguardo sulle gru.

Tre volte l’aveva riletto quel foglio. Tre volte da cima a fondo. Le accuse erano pesanti: truffa e falso documentale. Adriana non si decideva a posarlo e a lasciare l’ufficio. L’attendeva un’ora di allenamento in palestra e ogni scusa era sempre buona per rimandarla. Da quando da piccola era stata terrorizzata dalla reazione del suo corpo allo sforzo, non riusciva ad accettare di dover essere costretta a riviverla ogni volta. Il cuore che batteva sempre più forte, fino a sentirlo uscire dal petto, e tutto quel gocciolare di sudore da ogni poro l’aveva letteralmente annichilita la prima volta. Adriana si ricordava ancora l’espressione della maestra Benetti quando la vide arrivare con le due manine strette al petto gridando che il cuore stava scappando. La maestra la abbracciò forte e le disse di calmarsi che tanto il cuore non scappa. Sembra lo faccia, disse, ma non va mai tanto lontano. E a furia di essere trattenuto il cuore di Adriana aveva imparato a stare al suo posto e batteva sempre regolare, sia che camminasse, corresse o amasse.
La notte in cui la caldaia del riscaldamento centralizzato scoppiò Adriana l’aveva passata insonne. La sera era stata a mangiare a casa dei genitori e aveva ceduto alle frittatine di spinaci e cipolla. Aveva esagerato e quella notte la stava pagando. Si stava preparando una seconda camomilla sperando di sciogliere la patina d’unto che le si era formata sullo stomaco, quando le arrivò la telefonata preoccupata di Achilli.
“Mi scusi Adriana se la chiamo a quest’ora – le disse trafelato – È successo un guaio, un disastro, ai palazzi di via Amendola. Lei vada subito in ufficio e prenda i faldoni della contabilità di quegli immobili e li porti a casa sua. Poi domani le spiego”. La ragazza aveva provato a ribattere, ma Achilli aveva interrotto la comunicazione, staccando immediatamente il telefono.
Nello scoppio tre condomini erano finiti all’ospedale e uno era anche in gravi condizioni. Due garage erano andati completamente distrutti e due muri portanti danneggiati seriamente. Per non parlare delle tubature, l’impianto elettrico e un sacco di altre cose che aveva faticato addirittura a capire. Una prima stima parlava di un milione di euro. Cifra enorme, ma sotto il massimale previsto dall’assicurazione. Ci fosse stata.
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In prigione non ci sarebbe finito, questo lo sapeva Achilli. L’età avanzata per una volta giocava a suo favore. Ma lo scandalo sarebbe stato enorme. Se pensava di aver insegnato qualcosa a sua figlia,  questa era la serietà e l’onestà nel lavoro, come nella vita. Quante discussioni a tavola criticando amici più scaltri che non si vergognavano di falsificare i bilanci, gonfiare le spese o prendere mazzette dalle ditte appaltatrici. Amici che nel frattempo si comperavano seconde case e macchine grosse. Non che mancasse qualcosa alla loro famiglia, ma c’era qualcosa di stridente tra il tenore di vita di Achilli  e quello di molti suoi colleghi. Una volta Valeria, sua figlia, durante una discussione più dura delle altre glielo aveva anche rinfacciato. Ma non perché volesse essere più ricca, ma perché avrebbe voluto vedere suo padre più furbo, forse più audace.
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In prigione no. Non ci sarebbe finito, pensò Adriana. Forse aveva anche già superato l’età per essere incarcerato, sicuramente con i tempi dei processi italiani l’avrebbe raggiunta prima della sentenza. Per un attimo pensò al suo futuro. Fu come un lampo, scordò i problemi di Achilli e realizzò che sarebbe rimasta senza lavoro, senza dimenticare che facendo sparire i faldoni qualche responsabilità se l’era accollata pure lei. La cronaca locale ci avrebbe sguazzato in una situazione del genere: non capitava mai niente in città e il fatto si sarebbe preso lo stesso spazio di un omicidio. Erano passati più di dieci anni dall’episodio degli amanti assassini, che ancora il giornale ci viveva di rendita. Il quotidiano locale era l’unico che veniva comperato dalla sua famiglia e lei per anni aveva letto soltanto quello. Sua madre lo apriva per controllare i necrologi, suo padre per lo sport locale e per le critiche all’amministrazione. Lei sfogliava invece le pagine andando a cercare le notizie più piccole, come l’agricoltore che aveva coltivato una zucca enorme, o quello che aveva pescato un luccio di sei metri. Guardava le foto e guardava gli occhi delle persone che, sulla pagina del giornale, finivano sempre per avere un’aria stupita. Che espressione avrebbe avuto Achilli?

La sua faccia sarebbe finita in prima pagina. Inevitabile. Il giornale locale non aspettava altro. Avrebbero preso una sua foto durante l’arresto o avrebbero chiesto alla sua famiglia di fornirla loro? Più probabile la prima. Achilli si chiese se si sarebbe coperto il volto in quel momento o se, spavaldo, avrebbe guardato dritto dentro l’obiettivo. No, si sarebbe coperto. Ma così facendo avrebbe messo in evidenza le manette. Poi lo avrebbero spinto in auto, mettendogli una mano sulla testa prima di farlo entrare dalla portiera posteriore. Ma perché i poliziotti mettono sempre le mani sulla testa? Di cosa hanno paura? Che le persone, anche se delinquenti, non siano mai entrate in un’automobile dalla portiera posteriore? Temono che uno possa prendere una testata e possa accusarli di violenza? Come se i poliziotti non avessero mai pestato nessuno… E se lo avessero picchiato? Ma perché poi? Cosa mai avrebbe dovuto confessare? No, pensò Achilli, non avrei preso delle botte, ma la foto sì, quella sarebbe finita sul giornale e sarebbe stata quella dell’arresto. Forse un’alternativa c’era: non farsi arrestare e finire tutto prima.
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Se conosceva bene il suo principale, Achilli si sarebbe tolto la vita piuttosto che farsi arrestare. Le fotografie, gli interrogatori, lo scandalo, le preoccupazioni della figlia, il processo, gli avvocati: no non avrebbe retto a una situazione del genere. Non aveva la scorza dura di un tipo come Calessi, un amico di famiglia che per tutta la vita aveva fatto il prestanome offrendosi ai giochi più subdoli. Calessi aveva negato il proprio coinvolgimento in quella storia di appalti gonfiati alla sanità locale e persino quando lo trovarono con una valigia di denaro alla frontiera Svizzera. Lui negava sempre e sfidava a contraddirlo. Suo padre non capiva come una persona poteva convivere sempre con la menzogna. “Per forza poi gli viene l’ulcera – disse una volta a tavola, commentando uno di tanti fatti loschi in cui Calessi si era infilato – E sua moglie? E suo figlio? Ma non ci penserà mai Gianni?”. Suo padre e Gianni Calessi erano amici dai tempi della scuola. Entrambi geometri avevano preso poi due strade diverse, rimanendo sempre amici, però. Suo padre era stato assunto da un ingegnere che lo sfruttava facendogli fare il lavoro che avrebbe dovuto fare lui, Gianni, invece, era stato abile a ribaltare la situazione a suo favore e l’ingegnere che lo aveva assunto aveva finito per diventare il suo galoppino.

Tic, tic, tic. Achilli uscì dai suoi pensieri e tornò a guardare la finestra dove la mosca continuava a  insistere per entrare. Le gru, intanto, si erano fermate. Tutto il panorama davanti ai suoi occhi pareva fermo, tranne quella mosca tenace. Avrebbe potuto aprire la finestra e farla entrare. Aprire la finestra… Poteva essere quella la soluzione. La più facile, anche da comprendere. “Non ha retto allo scandalo” – avrebbero detto. In molti avrebbero detto così. Gli altri avrebbero detto così. Ma sua figlia? Avrebbe compreso? Ancora una volta stava mettendo l’etica prima di tutto. La sua ultima lezione di vita prima di un’uscita vergognosa. Un’uscita dignitosamente codarda.

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Adriana pensò a come avrebbe reagito se Calessi si fosse trovato nella stessa situazione. Per prima cosa negherebbe, va bene. Poi? Passerebbe all’attacco: controdenuncia alla compagnia assicurativa, impugnerebbe la delibera dell’assemblea, denuncerebbe gli inquilini morosi spostando su di loro la responsabilità degli ammanchi di bilancio. Insomma, alzerebbe un polverone allungando i tempi e mandando in confusione il tribunale. , disse Adriana ad alta voce sorprendendo anche se stessa. Sì, una via d’uscita c’era. Doveva immediatamente dirlo ad Achilli. Si avviò veloce verso la porta del suo studio e l’aprì.

Era bastato far fare mezzo giro alla maniglia per spalancare le due grosse ante della finestra. La mosca era immediatamente corsa dentro la stanza convinta di trovare un mondo migliore. Aveva girato un po’ su se stessa, poi si era posata sulla scrivania sfregandosi rapidamente con le zampette. Achilli seguì il suo volo con gli occhi poi si girò verso la finestra aperta e guardò fuori.

Adriana aprì la porta dello studio e si trovò di fronte la finestra spalancata. Una mosca le venne incontro, le volò davanti il naso poi la superò e cambiò stanza. La ragazza corse verso la finestra e, con il fiato che le si strozzava in gola, guardò giù sulla strada: sei piani più giù il marciapiede era vuoto. Si girò timorosa e vide Achilli in un angolo dello studio con in mano un fascio di fogli, un accendino e uno sguardo che non gli aveva mai visto prima.

FINE

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