No escape – Colpo di stato

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Dicesi americanata un film zuppo di luoghi comuni, situazioni iperboliche, esagerazioni di ogni genere e travisamenti della della storia (o della realtà) a puro servizio della narrazione. La storia del cinema è lastricata di americanate, molte volte inutili, altre piacevoli o quantomeno divertenti. Il nuovo film dei fratelli Dowdle, Drew e John Erik (ma quanti sono i fratelli che lavorano nel cinema? Forse è arrivato il momento di indire un censimento ufficiale) si può ascrivere senza ombra di dubbio nel registro delle americanate doc: ma quanto ritmo, che suspense! Eh sì, perché se hai necessità di spegnere il cervello e lasciarti trascinare dalle situazioni senza porti troppe domande, questo No Escape è perfetto per te. Un’attrazione da parco divertimenti che spinge forte sul pedale dell’acceleratore facendoti trattenere il fiato il tempo giusto per arrivare alla fine e tirarlo insieme ai protagonisti. Che, naturalmente, le passano tutte prima di giungere al l’inevitabile trionfalistico finale inno all’unità familiare.
Jack Dwyer è un ingegnere statunitense appena assunto da una multinazionale dell’acqua per lavorare nel sud est asiatico. Ma appena atterrato con tutta la famiglia, moglie e due bambine, il nostro si troverà isolato e nel mezzo di un sanguinoso colpo di stato. I ribelli, infatti, si oppongono alla svendita del proprio bene prezioso e decidono di prendersela con i governanti e con gli invasori a stelle e strisce. Asserragliati prima nell’hotel e poi in fuga verso l’ambasciata, i quattro schiveranno pallottole, bombe, lo schianto di un elicottero, una folla inferocita e uno stupro di gruppo per finire salvati (beffa delle beffe) dai confinanti vietnamiti. Trama basica, d’accordo, ma il buono è nel modo in cui viene narrata. E la forza dei due Dowdle sta tutta qui, nel farti dimenticare che il protagonista dovrebbe essere un ingegnere qualsiasi e non una specie di Rambo, incrociato con James Bond e Ethan Hunt, rendendolo credibile in ogni situazione inadatta ad ogni umano medio. Nel cast un imprevedibilmente serioso Owen Wilson, un caricaturale Pierce Brosnan e la brava Lake Bell, la cui presenza ci ha ricordato che è stata l’artefice di un film bellissimo e invisibile come Ascolta la mia voce. Recuperatelo e poi godetevi anche quello con occhi diversi.

A parte

Si chiamava Massimo, Massimo Costa. Era il secondo di due fratelli e viveva con la famiglia al piano terra di una palazzina di tre piani tra il fiume e una bella chiesa di pietra del colore della luna. Il padre stava in giro tutta la settimana a rappresentare le case farmaceutiche, la madre faceva la casalinga e ogni mattina stendeva le lenzuola delle camere da letto dal balcone nel cortile interno a prendere aria. Un cortile minuto con al centro una grossa vasca in sasso per i pesci rossi.
Massimo aveva quattro anni più di me, e quando uno ne ha dieci e l’altro quattordici, gli anni che li separano in realtà sono quaranta. Per me all’epoca era un adulto e ogni volta che andavo a casa di mia nonna lo sentivo litigare con la madre e il fratello più grande. E il fine settimana anche con il padre. L’appartamento di nonna era proprio sopra il suo e le voci urlate in casa Costa parevano urlate in faccia a me, che tenevo le mani schiacciate sulle orecchie per attutirle. Massimo studiava al liceo scientifico, andava benissimo in tutte le materie e ogni tanto scendevo a chiedergli aiuto in matematica. E ad ascoltare i dischi dei Genesis.

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Poi un giorno, dopo che i suoi gli avevano regalato una moto da cross, decise che era ora di smettere di andare bene a scuola e preferì passare le giornate con altri che avevano la sua stessa moto. Si fece crescere i capelli e cominciò a fumare. Io lo vedevo dal balcone di nonna, lo stesso che si affacciava su quello di Antonella, la ragazzina che all’epoca faceva battere il mio cuore inconsapevole.
Nelle sere di primavera Massimo e i suoi amici stazionavano con le loro moto sul marciapiede sotto casa tirando tardi tra chiacchiere e sigarette. Io li guardavo dal balcone con un misto di invidia e timore. “È diventata una testa calda – disse mia nonna – va in giro con certe facce… Mi raccomando, tu rimani come sei”. Un ragazzino di dieci anni pettinato con la riga da una parte e una timidezza esasperante.
La sera che vennero a prenderlo in ambulanza ero rimasto a dormire dalla nonna. Avevamo tirato fuori dallo sgabuzzino la brandina ripiegata a libro che correva su quattro ruote. La chiamavamo Milano, la brandina, perché una volta il nonno mi mise sopra, facendo il verso del capostazione gridando “milanoooo”, mentre mi scarrozzava su e giù per il lungo corridoio di casa. Nessuno di noi si era mai spostato tanto lontano dalla provincia e Milano rappresentava la frontiera. La distanza di riferimento. L’unità di misura di ogni viaggio. Quando si voleva fare i bulli con qualcuno gli si diceva: “guarda che ti do un calcio che ti spedisco fino a Milano”. La frontiera, appunto.

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Prima si sentirono le urla di mamma Costa, poi i movimenti disordinati di tante persone in uno spazio stretto. Poi ancora la sirena.
“Droga”, sentii sussurrare nonna alla zia. Massimo si faceva di eroina da due anni prima di un taglio delinquente che lo portò dritto all’ospedale e poi in una comunità. “Vedi cosa succede ad andare in giro con quelle facce?”, disse nonna. Massimo lo rividi tre anni dopo. Lavorava come garzone del fruttivendolo dove mi mandavano a fare la spesa. Aveva l’occhio acquoso di chi beveva forte e quando incrociammo gli sguardi non mi riconobbe. Lo salutai per nome e lui rispose con una gentilezza imbarazzante. Poi mi prese sottobraccio e mi chiese un prestito. Gli diedi cinquecento lire. La mia paghetta settimanale. Li prese senza ringraziarmi e cominciò a servirmi come un cliente qualsiasi.
Massimo mori due anni dopo in una casa famiglia sulle colline astigiane. Mia nonna disse: “Vedi?”, scuotendo la testa, “Non mi stupirei se ora sua madre morisse di crepacuore”. Ma si può morire di crepacuore?

Alle tre del pomeriggio del mese di luglio non si può stare in spiaggia. Sopratutto se hai la pelle trasparente come la mia, pronta a infiammarsi al primo raggio di sole. Mia madre invece ci stava e costringeva a starci anche me e mia sorella. Ma senza entrare in acqua, perché devono passare almeno quattro ore dopo pranzo. Lei stava sdraiata leggendo Gente a commentare le notizie con Amanda, la vicina di ombrellone. Io rannicchiato nel cono d’ombra faccio passare il tempo giocando con le biglie, Ileana, mia sorella, infila perline dentro dei fili sottili. Amanda ha un figlio, Francesco, però lui sta in albergo a dormire insieme ai nonni, aspettando che il caldo passi. Francesco ha i capelli biondi e il viso tondo e antipatico. Anche i modi sono antipatici e prepotenti. “È un bambino viziato”, diceva mia madre. A tavola non gli andava mai bene niente e piangeva per ogni inezia. Un pianto antipatico. Avevo provato a farmelo amico, ma ogni gioco doveva andare come diceva lui e quando volevo imporre le mie ragioni lui correva dalla mamma a piangere le sue lacrime antipatiche. E la mamma gli dava sempre ragione.

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Un pomeriggio più caldo degli altri, mi ero rifugiato nella cabina per respirare un po’ di ombra. Il caldo era solo leggermente più sopportabile e stavo seduto a leggere un fumetto tra il profumo di salsedine mischiato a quello della gomma delle ciabatte infradito. Era una cabina di assi di legno dipinte di bianco che veniva montata e smontata ogni inizio e fine estate; una di una lunga fila di cabine. La nostra confinava con quella di Amanda e Francesco e c’era un grosso foro nelle assi che permetteva di guardare al di là. Il buco l’avevo scoperto il primo giorno in cui eravamo arrivati al mare e dalla cabina vuota a fianco filtrava una luce obliqua che lo aveva messo in evidenza, come un piccolo sole. Così ogni volta che entravo a cambiarmi, appoggiavo l’occhio curiosando dai vicini. Ma quello che vi trovavo era la luce filtrata di una maglia o di un paio di pantaloni appesi che ostruivano l’apertura. Quel giorno, però, non vi era nulla a ostruire il buco. Io avevo controllato come ogni giorno e quello che inquadravo dalla piccola apertura era la parete di fronte sulla quale erano appesi costumi di ricambio, una leggera veste femminile e il cappellino della Sammontana che Francesco era riuscito a farsi regalare sfinendo il barista della spiaggia con un infinito pianto insistente. Finché un bel seno morbido non apparve a impreziosire il vuoto nel legno. Amanda era entrata in cabina, si era sfilata il reggiseno e accesa una sigaretta. Fumava e si guardava nel piccolo specchio. Si toccò un seno alzandolo un po’. Poi si sedette a finire la sigaretta guardando le assi a terra con i seni che si appoggiavano comodi sullo sterno. Era il primo seno che vedevo. Meglio, che guardavo. Con attenzione e un filo di curiosità. Guardavo la curva, l’areola rosa scuro, guardavo la punta dei capezzoli e il loro muoversi lento al muoversi della mano che portava la sigaretta alla bocca. Guardavo tutto questo e non vedevo che Amanda stava piangendo. Un pianto silenzioso di lunghe lacrime lente, come il movimento dei seni.   

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“Lui la trascurava”, sentii dire a mia madre “per forza che lei se ne è andata con un altro. Alla fine però le spiaceva. L’ho vista piangere”. Piangeva per amore Amanda. E perché le cose non sarebbero mai più state le stesse. Per prima cosa per Francesco che, affidato a un padre ricco, rancoroso e egoista, finì per togliersi la vita a 17 anni.
“Amanda ce l’avrà per sempre sulla coscienza. Io non l’avrei mai fatto”, disse mia madre.
“Infatti, non l’hai fatto”, le rispose la sua amica Virginia un pomeriggio al parco, mentre mi stavo scartando una Fiesta come merenda.

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Adriana è piccola di statura, ha due seni grandi e accoglienti e un sacco di capelli in testa. Vive a Milano e al mare in vacanza arriva sempre alla fine di giugno. Adriana ha un anno più di me, studia già al liceo e una volta, mentre parlava con gli amici, la sentii dire che le sarebbe piaciuto girare le pagine degli spartiti durante i concerti di musica classica, che adora. Io, Paolo e Riccardo siamo innamorati di Adriana. Ma lei è più grande e anche se frequenta la stessa compagnia ci guarda attraverso, senza vederci veramente mai. Paolo, che vive a Milano come lei, ci ha raccontato che durante l’inverno l’ha incontrata mentre faceva la fila per entrare al cinema Apollo. Lei gli era davanti in coda e quando arrivò vicino alla porta d’ingresso appoggiò le labbra al vetro freddo lasciandone l’impronta. “Io ci ho appoggiato le labbra sopra – ci raccontò Paolo – E’ stato come limonare”. Io sapevo cosa significava limonare, perché l’estate precedente l’avevo fatto in montagna con Marina e non stetti a questionare. Mi sembrava già una cosa enorme aver diviso le labbra su un vetro con Adriana, che il coinvolgimento della lingua rappresentava solamente un valore aggiunto.
Passiamo un’intera estate a fantasticare su di lei, ma è solo dall’anno seguente che Adriana finalmente comincia a vederci. Sarà che durante l’inverno siamo cresciuti, abbiamo cambiato la voce abbassandola di un tono e l’allenamento di canottaggio ha allargato un po’ le spalle a me e Riccardo. Sarà che durante l’inverno mi sono messo con una mia compagna di classe e che prima di partire per le vacanze ci siamo promessi amore eterno e devozione stolida, ma qualcosa è cambiato. Io sono il primo ad accorgermene perché Adriana un pomeriggio mi chiede se voglio accompagnarla a un concerto di musica classica. Poteva andarmi peggio solo se mi avesse chiesto di portarla al circo, ma ad Adriana non si dice di no a niente. Almeno.

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Siamo seduti uno accanto l’altra. Io profumo di deodorante Bac al tabacco dolce, lei di borotalco e vaniglia. I capelli sono vaporosi e più ricci del solito. Ha un vestitino rosso stile Nicolette Larson che tiene comodo il seno grande al riparo dagli sguardi. In spiaggia indossa sempre un due pezzi striminzito che non si capisca come non permette ai capezzoli di affacciarsi occhieggiando, ma la sera si copre pudica lasciando lavorare la memoria di quelli che la conoscono.
Il concerto è Il sogno d’amore di Liszt e la sala è quella in cui di solito proiettano i film parrocchiali, ma arredata con l’orchestra fa tutto un altro effetto. Anche gli sguardi seri delle persone sedute rendono la situazione più autorevole. Adriana è contenta e io sono contento che lei lo sia. Il concerto comincia e mentalmente lei gira le pagine degli sparititi. Glielo sussurro in un orecchio e lei mi guarda in tralice stupita. “Te lo ricordavi”, dice piano. E da quel momento ogni tanto smette di guardare il palco e volta lo sguardo su di me.
Stiamo camminando sul lungomare e lei non mi chiede se mi è piaciuto, probabilmente lo da per scontato, mi chiede solo se andrò a vederne altri quando tornerò dal mare. “Sì, probabilmente ci porterò anche Simona, la mia ragazza”, rispondo. E Adriana si scosta andando un po’ più lontano da me.

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“Prendiamo un treno. Il primo che arriva. Non importa dove vada. Lo prendiamo e andiamo. Dove arriviamo arriviamo. Sicuramente non sarà qui. E potremmo stare io e te soli, senza preoccuparci degli altri”. Guardo Alma con un sorriso leggero alle labbra. “Non c’è da ridere – dice – sono seria”. “Non sto ridendo. È che quando sono nervoso mi viene da ridere”. Sono nervoso perché ho capito che non stava scherzando e che si sta aspettando una risposta seria da me.
Alma dice questo mentre camminiamo in centro città leggermente scostati uno dall’altra. Sembriamo solo due amici che chiacchierano, non due amanti da più di sei mesi. Lei vive con Maurizio da due anni e vorrebbe lasciarlo. Io…, io non lo so. Non ho legami fissi da anni oramai. Alma è arrivata così, per gioco. Un gioco terribilmente serio col passare dei mesi.
“Va bene, prendiamo il treno” – dico – “Arriviamo. Viviamo li un paio di giorni. Una settimana, anche. E poi?”
“Poi, me lo devi dire tu. Io la mia risposta la so già”.
Silenzio.
“E con Maurizio?”
“Non devi essere tu a preoccuparti della cosa”
“E il lavoro? Come facciamo col lavoro?”
“Io domani vado in stazione alle 10. Se ci sei partiamo. E fanculo Maurizio e il lavoro”
“Altrimenti?”
“Altrimenti, fanculo tu”.
Il treno delle dieci e zero sette porta a Parma via Piacenza. Ferma a un paio di stazioni intermedie senza grande fascino per arrivare a Parma nel giro di un paio di ore. Lo vedo arrivare in lontananza mentre con la mano passo nervosamente le venature arrugginite della grossa putrella dietro la quale mi sono nascosto. Da lì riesco a vedere Alma, ma non l’espressione del suo viso. La vedo voltare ogni tanto la testa a sinistra verso l’accesso alla pensilina. Non sembra tesa. Sapeva che non sarei andato. Sperava forse di essere smentita. Il treno intanto arriva e la copre alla mia vista. Farei ancora in tempo a uscire e correre da lei. Ma preferisco così. Rimanere qui a guardare lei e me.  Come sempre, a parte.

FINE

A parte 4 di 4

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“Prendiamo un treno. Il primo che arriva. Non importa dove vada. Lo prendiamo e andiamo. Dove arriviamo arriviamo. Sicuramente non sarà qui. E potremmo stare io e te soli, senza preoccuparci degli altri”. Guardo Alma con un sorriso leggero alle labbra. “Non c’è da ridere – dice – sono seria”. “Non sto ridendo. È che quando sono nervoso mi viene da ridere”. Sono nervoso perché ho capito che non stava scherzando e che si sta aspettando una risposta seria da me.
Alma dice questo mentre camminiamo in centro città leggermente scostati uno dall’altra. Sembriamo solo due amici che chiacchierano, non due amanti da più di sei mesi. Lei vive con Maurizio da due anni e vorrebbe lasciarlo. Io…, io non lo so. Non ho legami fissi da anni oramai. Alma è arrivata così, per gioco. Un gioco terribilmente serio col passare dei mesi.
“Va bene, prendiamo il treno” – dico – “Arriviamo. Viviamo li un paio di giorni. Una settimana, anche. E poi?”
“Poi, me lo devi dire tu. Io la mia risposta la so già”.
Silenzio.
“E con Maurizio?”
“Non devi essere tu a preoccuparti della cosa”
“E il lavoro? Come facciamo col lavoro?”
“Io domani vado in stazione alle 10. Se ci sei partiamo. E fanculo Maurizio e il lavoro”
“Altrimenti?”
“Altrimenti, fanculo tu”.
Il treno delle dieci e zero sette porta a Parma via Piacenza. Ferma a un paio di stazioni intermedie senza grande fascino per arrivare a Parma nel giro di un paio di ore. Lo vedo arrivare in lontananza mentre con la mano passo nervosamente le venature arrugginite della grossa putrella dietro la quale mi sono nascosto. Da lì riesco a vedere Alma, ma non l’espressione del suo viso. La vedo voltare ogni tanto la testa a sinistra verso l’accesso alla pensilina. Non sembra tesa. Sapeva che non sarei andato. Sperava forse di essere smentita. Il treno intanto arriva e la copre alla mia vista. Farei ancora in tempo a uscire e correre da lei. Ma preferisco così. Rimanere qui a guardare lei e me.  Come sempre, a parte.

FINE

A parte 3 di 4

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Adriana è piccola di statura, ha due seni grandi e accoglienti e un sacco di capelli in testa. Vive a Milano e al mare in vacanza arriva sempre alla fine di giugno. Adriana ha un anno più di me, studia già al liceo e una volta, mentre parlava con gli amici, la sentii dire che le sarebbe piaciuto girare le pagine degli spartiti durante i concerti di musica classica, che adora. Io, Paolo e Riccardo siamo innamorati di Adriana. Ma lei è più grande e anche se frequenta la stessa compagnia ci guarda attraverso, senza vederci veramente mai. Paolo, che vive a Milano come lei, ci ha raccontato che durante l’inverno l’ha incontrata mentre faceva la fila per entrare al cinema Apollo. Lei gli era davanti in coda e quando arrivò vicino alla porta d’ingresso appoggiò le labbra al vetro freddo lasciandone l’impronta. “Io ci ho appoggiato le labbra sopra – ci raccontò Paolo – E’ stato come limonare”. Io sapevo cosa significava limonare, perché l’estate precedente l’avevo fatto in montagna con Marina e non stetti a questionare. Mi sembrava già una cosa enorme aver diviso le labbra su un vetro con Adriana, che il coinvolgimento della lingua rappresentava solamente un valore aggiunto.
Passiamo un’intera estate a fantasticare su di lei, ma è solo dall’anno seguente che Adriana finalmente comincia a vederci. Sarà che durante l’inverno siamo cresciuti, abbiamo cambiato la voce abbassandola di un tono e l’allenamento di canottaggio ha allargato un po’ le spalle a me e Riccardo. Sarà che durante l’inverno mi sono messo con una mia compagna di classe e che prima di partire per le vacanze ci siamo promessi amore eterno e devozione stolida, ma qualcosa è cambiato. Io sono il primo ad accorgermene perché Adriana un pomeriggio mi chiede se voglio accompagnarla a un concerto di musica classica. Poteva andarmi peggio solo se mi avesse chiesto di portarla al circo, ma ad Adriana non si dice di no a niente. Almeno.

t-shirt-leggio-spartito-musicale
Siamo seduti uno accanto l’altra. Io profumo di deodorante Bac al tabacco dolce, lei di borotalco e vaniglia. I capelli sono vaporosi e più ricci del solito. Ha un vestitino rosso stile Nicolette Larson che tiene comodo il seno grande al riparo dagli sguardi. In spiaggia indossa sempre un due pezzi striminzito che non si capisca come non permette ai capezzoli di affacciarsi occhieggiando, ma la sera si copre pudica lasciando lavorare la memoria di quelli che la conoscono.
Il concerto è Il sogno d’amore di Liszt e la sala è quella in cui di solito proiettano i film parrocchiali, ma arredata con l’orchestra fa tutto un altro effetto. Anche gli sguardi seri delle persone sedute rendono la situazione più autorevole. Adriana è contenta e io sono contento che lei lo sia. Il concerto comincia e mentalmente lei gira le pagine degli sparititi. Glielo sussurro in un orecchio e lei mi guarda in tralice stupita. “Te lo ricordavi”, dice piano. E da quel momento ogni tanto smette di guardare il palco e volta lo sguardo su di me.
Stiamo camminando sul lungomare e lei non mi chiede se mi è piaciuto, probabilmente lo da per scontato, mi chiede solo se andrò a vederne altri quando tornerò dal mare. “Sì, probabilmente ci porterò anche Simona, la mia ragazza”, rispondo. E Adriana si scosta andando un po’ più lontano da me.

(3- continua)

La prima luce

Marco fa l’avvocato a Bari, la sua città, la sua terra. È un giovane uomo sicuro di sé e padrone della legge, arrogante anche. Violento, forse. Marco ha sposato Martina, una ragazza sudamericana, e da lei ha avuto un figlio, Mateo. I tre li conosciamo nel momento della crisi di coppia: Martina vorrebbe tornare al suo paese per smettere di sentirsi estranea a un mondo che non ha mai sentito suo. Vorrebbe tornare però con il figlio: che Marco la segua se la ama veramente e diventi lui straniero nel paese ai confini del mondo. E Martina ci riesce a scappare, portando con se Mateo e lasciando Marco solo con la sua inutile tracotanza. Martina è sparita e non si riesce a trovare. Non ci riesce la polizia e neppure le ambasciate. Così, tocca a Marco partire per il Cile e sperare di trovarla. Ma il contatto con un mondo così lontano ribalterà le cose, le situazioni e persino le persone.

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È un bel dramma sentimentale La prima luce di Vincenzo Marra (Il gemello), ben diretto e sorretto magnificamente da uno Scamarcio in gran spolvero, capace di trasformarsi da arrogante avvocato borderline a spaesato uomo solo in mezzo al nulla. Un uomo in balia di una legge che non può manipolare a suo piacimento e di cui ne diventa vittima. Ma, sembra dirci il regista, i sentimenti, l’umanità sono comunque sempre più forti di un’astrazione creata artatamente dall’uomo. E, tra tutti, i sentimenti, l’amore per un figlio è uno dei più grandi, l’unico capace di far compiere agli uomini azioni che non pensavano neppure di essere in grado di fare.

A parte 2 di 4

Alle tre del pomeriggio del mese di luglio non si può stare in spiaggia. Sopratutto se hai la pelle trasparente come la mia, pronta a infiammarsi al primo raggio di sole. Mia madre invece ci stava e costringeva a starci anche me e mia sorella. Ma senza entrare in acqua, perché devono passare almeno quattro ore dopo pranzo. Lei stava sdraiata leggendo Gente a commentare le notizie con Amanda, la vicina di ombrellone. Io rannicchiato nel cono d’ombra faccio passare il tempo giocando con le biglie, Ileana, mia sorella, infila perline dentro dei fili sottili. Amanda ha un figlio, Francesco, però lui sta in albergo a dormire insieme ai nonni, aspettando che il caldo passi. Francesco ha i capelli biondi e il viso tondo e antipatico. Anche i modi sono antipatici e prepotenti. “È un bambino viziato”, diceva mia madre. A tavola non gli andava mai bene niente e piangeva per ogni inezia. Un pianto antipatico. Avevo provato a farmelo amico, ma ogni gioco doveva andare come diceva lui e quando volevo imporre le mie ragioni lui correva dalla mamma a piangere le sue lacrime antipatiche. E la mamma gli dava sempre ragione.

xl801290
Un pomeriggio più caldo degli altri, mi ero rifugiato nella cabina per respirare un po’ di ombra. Il caldo era solo leggermente più sopportabile e stavo seduto a leggere un fumetto tra il profumo di salsedine mischiato a quello della gomma delle ciabatte infradito. Era una cabina di assi di legno dipinte di bianco che veniva montata e smontata ogni inizio e fine estate; una di una lunga fila di cabine. La nostra confinava con quella di Amanda e Francesco e c’era un grosso foro nelle assi che permetteva di guardare al di là. Il buco l’avevo scoperto il primo giorno in cui eravamo arrivati al mare e dalla cabina vuota a fianco filtrava una luce obliqua che lo aveva messo in evidenza, come un piccolo sole. Così ogni volta che entravo a cambiarmi, appoggiavo l’occhio curiosando dai vicini. Ma quello che vi trovavo era la luce filtrata di una maglia o di un paio di pantaloni appesi che ostruivano l’apertura. Quel giorno, però, non vi era nulla a ostruire il buco. Io avevo controllato come ogni giorno e quello che inquadravo dalla piccola apertura era la parete di fronte sulla quale erano appesi costumi di ricambio, una leggera veste femminile e il cappellino della Sammontana che Francesco era riuscito a farsi regalare sfinendo il barista della spiaggia con un infinito pianto insistente. Finché un bel seno morbido non apparve a impreziosire il vuoto nel legno. Amanda era entrata in cabina, si era sfilata il reggiseno e accesa una sigaretta. Fumava e si guardava nel piccolo specchio. Si toccò un seno alzandolo un po’. Poi si sedette a finire la sigaretta guardando le assi a terra con i seni che si appoggiavano comodi sullo sterno. Era il primo seno che vedevo. Meglio, che guardavo. Con attenzione e un filo di curiosità. Guardavo la curva, l’areola rosa scuro, guardavo la punta dei capezzoli e il loro muoversi lento al muoversi della mano che portava la sigaretta alla bocca. Guardavo tutto questo e non vedevo che Amanda stava piangendo. Un pianto silenzioso di lunghe lacrime lente, come il movimento dei seni.   

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“Lui la trascurava”, sentii dire a mia madre “per forza che lei se ne è andata con un altro. Alla fine però le spiaceva. L’ho vista piangere”. Piangeva per amore Amanda. E perché le cose non sarebbero mai più state le stesse. Per prima cosa per Francesco che, affidato a un padre ricco, rancoroso e egoista, finì per togliersi la vita a 17 anni.
“Amanda ce l’avrà per sempre sulla coscienza. Io non l’avrei mai fatto”, disse mia madre.
“Infatti, non l’hai fatto”, le rispose la sua amica Virginia un pomeriggio al parco, mentre mi stavo scartando una Fiesta come merenda.

(2 – continua)

A parte 1 di 4

Si chiamava Massimo, Massimo Costa. Era il secondo di due fratelli e viveva con la famiglia al piano terra di una palazzina di tre piani tra il fiume e una bella chiesa di pietra del colore della luna. Il padre stava in giro tutta la settimana a rappresentare le case farmaceutiche, la madre faceva la casalinga e ogni mattina stendeva le lenzuola delle camere da letto dal balcone nel cortile interno a prendere aria. Un cortile minuto con al centro una grossa vasca in sasso per i pesci rossi.
Massimo aveva quattro anni più di me, e quando uno ne ha dieci e l’altro quattordici, gli anni che li separano in realtà sono quaranta. Per me all’epoca era un adulto e ogni volta che andavo a casa di mia nonna lo sentivo litigare con la madre e il fratello più grande. E il fine settimana anche con il padre. L’appartamento di nonna era proprio sopra il suo e le voci urlate in casa Costa parevano urlate in faccia a me, che tenevo le mani schiacciate sulle orecchie per attutirle. Massimo studiava al liceo scientifico, andava benissimo in tutte le materie e ogni tanto scendevo a chiedergli aiuto in matematica. E ad ascoltare i dischi dei Genesis.

51KRYEAZW9L
Poi un giorno, dopo che i suoi gli avevano regalato una moto da cross, decise che era ora di smettere di andare bene a scuola e preferì passare le giornate con altri che avevano la sua stessa moto. Si fece crescere i capelli e cominciò a fumare. Io lo vedevo dal balcone di nonna, lo stesso che si affacciava su quello di Antonella, la ragazzina che all’epoca faceva battere il mio cuore inconsapevole.
Nelle sere di primavera Massimo e i suoi amici stazionavano con le loro moto sul marciapiede sotto casa tirando tardi tra chiacchiere e sigarette. Io li guardavo dal balcone con un misto di invidia e timore. “È diventata una testa calda – disse mia nonna – va in giro con certe facce… Mi raccomando, tu rimani come sei”. Un ragazzino di dieci anni pettinato con la riga da una parte e una timidezza esasperante.
La sera che vennero a prenderlo in ambulanza ero rimasto a dormire dalla nonna. Avevamo tirato fuori dallo sgabuzzino la brandina ripiegata a libro che correva su quattro ruote. La chiamavamo Milano, la brandina, perché una volta il nonno mi mise sopra, facendo il verso del capostazione gridando “milanoooo”, mentre mi scarrozzava su e giù per il lungo corridoio di casa. Nessuno di noi si era mai spostato tanto lontano dalla provincia e Milano rappresentava la frontiera. La distanza di riferimento. L’unità di misura di ogni viaggio. Quando si voleva fare i bulli con qualcuno gli si diceva: “guarda che ti do un calcio che ti spedisco fino a Milano”. La frontiera, appunto.

51oSgdexfbL
Prima si sentirono le urla di mamma Costa, poi i movimenti disordinati di tante persone in uno spazio stretto. Poi ancora la sirena.
“Droga”, sentii sussurrare nonna alla zia. Massimo si faceva di eroina da due anni prima di un taglio delinquente che lo portò dritto all’ospedale e poi in una comunità. “Vedi cosa succede ad andare in giro con quelle facce?”, disse nonna. Massimo lo rividi tre anni dopo. Lavorava come garzone del fruttivendolo dove mi mandavano a fare la spesa. Aveva l’occhio acquoso di chi beveva forte e quando incrociammo gli sguardi non mi riconobbe. Lo salutai per nome e lui rispose con una gentilezza imbarazzante. Poi mi prese sottobraccio e mi chiese un prestito. Gli diedi cinquecento lire. La mia paghetta settimanale. Li prese senza ringraziarmi e cominciò a servirmi come un cliente qualsiasi.
Massimo mori due anni dopo in una casa famiglia sulle colline astigiane. Mia nonna disse: “Vedi?”, scuotendo la testa, “Non mi stupirei se ora sua madre morisse di crepacuore”. Ma si può morire di crepacuore?

(1 – continua)