A parte 1 di 4

Si chiamava Massimo, Massimo Costa. Era il secondo di due fratelli e viveva con la famiglia al piano terra di una palazzina di tre piani tra il fiume e una bella chiesa di pietra del colore della luna. Il padre stava in giro tutta la settimana a rappresentare le case farmaceutiche, la madre faceva la casalinga e ogni mattina stendeva le lenzuola delle camere da letto dal balcone nel cortile interno a prendere aria. Un cortile minuto con al centro una grossa vasca in sasso per i pesci rossi.
Massimo aveva quattro anni più di me, e quando uno ne ha dieci e l’altro quattordici, gli anni che li separano in realtà sono quaranta. Per me all’epoca era un adulto e ogni volta che andavo a casa di mia nonna lo sentivo litigare con la madre e il fratello più grande. E il fine settimana anche con il padre. L’appartamento di nonna era proprio sopra il suo e le voci urlate in casa Costa parevano urlate in faccia a me, che tenevo le mani schiacciate sulle orecchie per attutirle. Massimo studiava al liceo scientifico, andava benissimo in tutte le materie e ogni tanto scendevo a chiedergli aiuto in matematica. E ad ascoltare i dischi dei Genesis.

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Poi un giorno, dopo che i suoi gli avevano regalato una moto da cross, decise che era ora di smettere di andare bene a scuola e preferì passare le giornate con altri che avevano la sua stessa moto. Si fece crescere i capelli e cominciò a fumare. Io lo vedevo dal balcone di nonna, lo stesso che si affacciava su quello di Antonella, la ragazzina che all’epoca faceva battere il mio cuore inconsapevole.
Nelle sere di primavera Massimo e i suoi amici stazionavano con le loro moto sul marciapiede sotto casa tirando tardi tra chiacchiere e sigarette. Io li guardavo dal balcone con un misto di invidia e timore. “È diventata una testa calda – disse mia nonna – va in giro con certe facce… Mi raccomando, tu rimani come sei”. Un ragazzino di dieci anni pettinato con la riga da una parte e una timidezza esasperante.
La sera che vennero a prenderlo in ambulanza ero rimasto a dormire dalla nonna. Avevamo tirato fuori dallo sgabuzzino la brandina ripiegata a libro che correva su quattro ruote. La chiamavamo Milano, la brandina, perché una volta il nonno mi mise sopra, facendo il verso del capostazione gridando “milanoooo”, mentre mi scarrozzava su e giù per il lungo corridoio di casa. Nessuno di noi si era mai spostato tanto lontano dalla provincia e Milano rappresentava la frontiera. La distanza di riferimento. L’unità di misura di ogni viaggio. Quando si voleva fare i bulli con qualcuno gli si diceva: “guarda che ti do un calcio che ti spedisco fino a Milano”. La frontiera, appunto.

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Prima si sentirono le urla di mamma Costa, poi i movimenti disordinati di tante persone in uno spazio stretto. Poi ancora la sirena.
“Droga”, sentii sussurrare nonna alla zia. Massimo si faceva di eroina da due anni prima di un taglio delinquente che lo portò dritto all’ospedale e poi in una comunità. “Vedi cosa succede ad andare in giro con quelle facce?”, disse nonna. Massimo lo rividi tre anni dopo. Lavorava come garzone del fruttivendolo dove mi mandavano a fare la spesa. Aveva l’occhio acquoso di chi beveva forte e quando incrociammo gli sguardi non mi riconobbe. Lo salutai per nome e lui rispose con una gentilezza imbarazzante. Poi mi prese sottobraccio e mi chiese un prestito. Gli diedi cinquecento lire. La mia paghetta settimanale. Li prese senza ringraziarmi e cominciò a servirmi come un cliente qualsiasi.
Massimo mori due anni dopo in una casa famiglia sulle colline astigiane. Mia nonna disse: “Vedi?”, scuotendo la testa, “Non mi stupirei se ora sua madre morisse di crepacuore”. Ma si può morire di crepacuore?

(1 – continua)

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