A parte 2 di 4

Alle tre del pomeriggio del mese di luglio non si può stare in spiaggia. Sopratutto se hai la pelle trasparente come la mia, pronta a infiammarsi al primo raggio di sole. Mia madre invece ci stava e costringeva a starci anche me e mia sorella. Ma senza entrare in acqua, perché devono passare almeno quattro ore dopo pranzo. Lei stava sdraiata leggendo Gente a commentare le notizie con Amanda, la vicina di ombrellone. Io rannicchiato nel cono d’ombra faccio passare il tempo giocando con le biglie, Ileana, mia sorella, infila perline dentro dei fili sottili. Amanda ha un figlio, Francesco, però lui sta in albergo a dormire insieme ai nonni, aspettando che il caldo passi. Francesco ha i capelli biondi e il viso tondo e antipatico. Anche i modi sono antipatici e prepotenti. “È un bambino viziato”, diceva mia madre. A tavola non gli andava mai bene niente e piangeva per ogni inezia. Un pianto antipatico. Avevo provato a farmelo amico, ma ogni gioco doveva andare come diceva lui e quando volevo imporre le mie ragioni lui correva dalla mamma a piangere le sue lacrime antipatiche. E la mamma gli dava sempre ragione.

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Un pomeriggio più caldo degli altri, mi ero rifugiato nella cabina per respirare un po’ di ombra. Il caldo era solo leggermente più sopportabile e stavo seduto a leggere un fumetto tra il profumo di salsedine mischiato a quello della gomma delle ciabatte infradito. Era una cabina di assi di legno dipinte di bianco che veniva montata e smontata ogni inizio e fine estate; una di una lunga fila di cabine. La nostra confinava con quella di Amanda e Francesco e c’era un grosso foro nelle assi che permetteva di guardare al di là. Il buco l’avevo scoperto il primo giorno in cui eravamo arrivati al mare e dalla cabina vuota a fianco filtrava una luce obliqua che lo aveva messo in evidenza, come un piccolo sole. Così ogni volta che entravo a cambiarmi, appoggiavo l’occhio curiosando dai vicini. Ma quello che vi trovavo era la luce filtrata di una maglia o di un paio di pantaloni appesi che ostruivano l’apertura. Quel giorno, però, non vi era nulla a ostruire il buco. Io avevo controllato come ogni giorno e quello che inquadravo dalla piccola apertura era la parete di fronte sulla quale erano appesi costumi di ricambio, una leggera veste femminile e il cappellino della Sammontana che Francesco era riuscito a farsi regalare sfinendo il barista della spiaggia con un infinito pianto insistente. Finché un bel seno morbido non apparve a impreziosire il vuoto nel legno. Amanda era entrata in cabina, si era sfilata il reggiseno e accesa una sigaretta. Fumava e si guardava nel piccolo specchio. Si toccò un seno alzandolo un po’. Poi si sedette a finire la sigaretta guardando le assi a terra con i seni che si appoggiavano comodi sullo sterno. Era il primo seno che vedevo. Meglio, che guardavo. Con attenzione e un filo di curiosità. Guardavo la curva, l’areola rosa scuro, guardavo la punta dei capezzoli e il loro muoversi lento al muoversi della mano che portava la sigaretta alla bocca. Guardavo tutto questo e non vedevo che Amanda stava piangendo. Un pianto silenzioso di lunghe lacrime lente, come il movimento dei seni.   

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“Lui la trascurava”, sentii dire a mia madre “per forza che lei se ne è andata con un altro. Alla fine però le spiaceva. L’ho vista piangere”. Piangeva per amore Amanda. E perché le cose non sarebbero mai più state le stesse. Per prima cosa per Francesco che, affidato a un padre ricco, rancoroso e egoista, finì per togliersi la vita a 17 anni.
“Amanda ce l’avrà per sempre sulla coscienza. Io non l’avrei mai fatto”, disse mia madre.
“Infatti, non l’hai fatto”, le rispose la sua amica Virginia un pomeriggio al parco, mentre mi stavo scartando una Fiesta come merenda.

(2 – continua)

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