Un mondo fragile

È bello il titolo originale di questa opera prima del colombiano Acevedo, La terra e l’ombra. Ma bello è anche il titolo scelto per la distribuzione italiana. Due titoli differenti che sottolineano aspetti della stessa storia: la fragilità della natura umana di fronte alla natura. Una natura che solo apparentemente pare dominabile, ma in realtà schiaccia l’uomo e lo costringe a vivere alla sue condizioni. È fragile Alicia che non ha mai voluto abbandonare la sua fattoria anche a costo di sacrificare tutto e tutti. È fragile Gerardo che della natura ne rimane vittima. È fragile è anche Alfonso che prima scappa da tutto e tutti per paura di non riuscire a fermare il cambiamento è, una volta tornato, sarà il primo testimone della fine. Un mondo fragile, appunto.

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Gerardo, tagliatore di canna da zucchero, è gravemente malato così la moglie chiama il vecchio padre Alfonso, scappato anni prima da casa, a tornare a curare il figlio e badare al piccolo nipote mentre lei e la suocera sostituiscono Gerardo al lavoro. Ma tornato Alfonso dovrà fare i conti con il passato e il presente: il mondo che conosceva non c’è più e quello che si trova a vivere non c’entra nulla con quello che si ricordava. L’alternativa sarebbe quella di scappare di nuovo, ma Gerardo sta morendo e lui non lo può abbandonare una seconda volta.
La cosa straordinaria di un film piccolo e povero come Un mondo fragile è che in una storia, solo apparentemente semplice e lineare, si nasconda una quantità di altre storie impressionante. Ogni personaggio ha un non detto che viene narrato dagli occhi o da pochi gesti, così come il mondo semplice in cui la vita si trascina faticosamente nasconde delle pieghe oscure, ombre nere come la caligine che continua a cadere inesorabile sulle persone. 

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