La madre di mio zio 1 di 2

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“Tu non lo sai parlare il dialetto. Neanche lo capisci”
“Non lo so parlare, ma lo capisco”
“Allora se ti dico che vado a fare un grüpei cosa capisci?”
“Che vai a fare un sonnellino”
“Vado a fare un sonnellino”, dice con una voce in falsetto a canzonarmi.
“Ma ha ragione, Enzo – risponde mia zia, prendendo inaspettatamente le mie difese – Un grüp è un sonno, se dici grüpei allora è un sonnellino”.
“Un grüp è un grüp” taglia corto mio zio.
Se devo pensare al volto di un uomo penso sempre a quello di mio zio: mascella larga, pelle ruvida, occhio severo. Anche se devo pensare al volto di uno stronzo penso sempre a quello. Perché mio zio era uno stronzo e non solo per questa storia del sonnellino: era un padre assente, perché spesso via per lavoro e a casa preferiva passare le serate al bar con gli amici; era un marito distratto, perché impegnato a pagare delle gran puttane a scaldargli il letto quando in settimana stava fuori casa a dormire. Era uno zio arido che non ha mai mollato una mancia manco a pregarlo e che, se gli capitava l’occasione, ti faceva sentire una merda più di quanto i tuoi dodici anni già non facessero.
La storia del dialetto, invece, era venuta fuori perché mi aveva trovato in casa a leggere un libro, mentre suo figlio – mio cugino – se ne stava in cortile a montare e smontare la marmitta di un motorino invece di studiare. Così aveva pensato di umiliare me per riscattare suo figlio. Meschino.

Io a casa degli zii ci andavo ogni fine settimana: prendevo il treno appena uscito da scuola il sabato e arrivavo da loro in campagna aspettando poi i miei genitori che sarebbero venuti a riprendermi la domenica pomeriggio. Mi piaceva andare in campagna, perché sebbene non si facesse niente di particolare e mi sentissi sempre un po’ come il topo di città, comunque avrei fatto sempre più cose di quante non avrei potuto farne a casa mia. I pomeriggi si stava in giro a giocare, la sera si andava in un cinema di seconda visione o si stava davanti la televisione a vedere cartoni animati trasmessi dal canale svizzero. Ma in generale c’era un’aria di libertà che a casa mia non respiravo mai. Qui potevo scegliere se stare in casa a leggere o andare a imbrattarmi le mani di oli combustibili o cherosene. Perché i giochi di mio cugino erano sempre di quel tenore: motori e motori. Era un genio dei motori, un po’ come quello della canzone di Battisti, adesso però lavora al catasto perché quello stronzo di suo padre non ha mai accettato che a scuola non capisse niente e il diploma alla fine gliel’ha comprato in una di quelle scuole da tre anni in uno.

(1 continua)

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