La madre di mio zio 2 di 2

copertina

La passione per le automobili l’aveva presa da suo padre che rappresentava una casa tedesca di starter e girava il nord Italia con una Mercedes sempre lucida. Lo zio partiva il lunedì mattina presto e non tornava mai prima di due o tre giorni. Quando stava a casa ritirava l’auto nel garage e solo la domenica mattina la ritirava fuori per andare prendere sua madre in un paese vicino. La madre di mio zio era la nonna che non avrei mai voluto avere e mi spiaceva che fosse capitata a mio cugino: mai uno sguardo dolce, mai un complimento. Solo occhi severi, una bocca con gli angoli perennemente rivolti verso il basso e una chioma di capelli corvini spaventosamente cotonata. Una specie di Robert Smith dei Cure donna, posso dire oggi. Ma all’epoca non riuscivo a trovare nulla di divertente in quella donna e le domeniche in cui mio zio ci caricava sulla sua Mercedes per accompagnarlo a prendere sua madre e portarla a pranzo a casa sua non erano mai le mie preferite. Il viaggio di andata mi piaceva, anche se non era semplice condividere l’abitacolo con mio zio che profumava di acqua di colonia. Ma sull’auto lo zio aveva lo stereo mangiacassette dove infilava le raccolte di Fausto Papetti comperate negli autogrill. Sulle copertine di quelle cassette c’era sempre una donna nuda e io e mio cugino ci davamo di gomito sbirciandole. Non solo, spesso, all’andata mio zio faceva sedere sulle sue gambe mio cugino e gli permetteva di tenere il volante. Lui era felice e emozionato, e io lo stesso per lui.
La casa della madre di mio zio è un portone alto e marrone. La Mercedes si ferma lì davanti e istantaneamente dal portone esce una donna vestita di nero. Il padre di mio zio è morto quando ancora io non ero nato, almeno credo; perché di lui in casa non si è mai parlato, mai vista una sua foto e il fatto che sia esistito (mio zio a parte) è dato dal lutto sfoggiato con orgoglio da anni da sua moglie. La madre di mio zio entra in auto portando con sé un odore dolciastro di profumo a basso prezzo, si siede sul sedile anteriore e aspetta che tutti noi la salutiamo. Poi risponde. Neanche  sempre.
Una volta chiesi a mio cugino com’era casa della nonna e lui mi disse di non esserci mai salito, che gli sarebbe piaciuto e che una volta lo chiese pure a mio zio. “Bisogna che tu lo chieda alla nonna”, rispose. E mio cugino non glielo chiese mai.
La musica di Papetti ci accompagna a casa. Dallo specchietto retrovisore vedo gli occhi di mio zio e di sua madre che si scambiano sguardi duri. Lui fa domande di circostanza, lei risponde a monosillabi. Si assomigliano come due gocce d’acqua, madre e figlio. E per un certo periodo di tempo avevo anche pensato che ci non fosse mai stato un padre di mio zio e che sua madre avesse fatto tutto da sola, come certi molluschi che avevo visto in un documentario alla tv dei ragazzi. Anche quando mi viene da pensare al volto di una stronza mi viene in mente la madre di mio zio.
Come ora, qui al ristorante con te davanti. Te che mi stai rimproverando per non aver preso ancora una decisione su noi due e mi stai guardando con gli stessi occhi che vedevo nello specchietto retrovisore della Mercedes di mio zio. Gli occhi di una stronza e io non voglio fare la fine del padre mio zio e tu parla pure, lamentati, continua pure a guardarmi così, tanto tra poche forchettate sarà tutto finito.

FINE

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