Tra tutte le opere

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Tra tutte le opere
io prediligo quelle usate.
I bacili di rame ammaccati, appiattiti sugli orli,
le forchette e i coltelli dai manici di legno
che molte mani hanno logorato : queste mi parvero
le più nobili forme. Così anche i selci
che circondano le vecchie case,
smussati dai molti piedi che li calpestarono,
coi ciuffi d’erba che vi crescono in mezzo : queste
sono felici opere.

Entrate nell’uso molteplice, sovente variando aspetto,
migliorano la loro guisa, si fanno pregevoli
perchè sovente saggiate.
Persino i frammenti di sculture
con le loro mani mozze m’incantano. Per me
vissero anch’essi. Furono portati anche se poi lasciati cadere.
Anche se travolti stettero pure a non grande altezza.
Gli edifici mezzo diroccati
riprendono l’aspetto di maestosi disegni
ancora incompiuti : le loro belle misure
sono già intuibili; è necessario però
il nostro intendimento. Eppure
hanno già servito, sono anzi già sorpassati. Il sentirlo
mi rende felice.

Il sapore del successo

Saranno questi anni destinati forse a non lasciare traccia nel futuro, ma l’idea che l’arte possa esprimersi principalmente attraverso il cibo e la sua preparazione da molto l’idea della caducità della vita. Si vive il momento e poi più nulla. Una scia solca la memoria olfattiva, una traccia labile si poggia tra le sinapsi e una foto su Instagram attesta l’attimo, in attesa dell’oblio. La parabola gigante che da qualche anno ha eletto la cucina come centro della vita ha colpito anche il cinema. Fino a qualche tempo fa se volevi trovare un film che parlasse di cibo dovevi rivolgerti a quel gioiello di sentimenti che è Il pranzo di Babette o a quel drammatico gioco intellettuale de La grande abbuffata, per il resto una tundra cinematografica con qualche sparuto cespuglio qui e là. Oggi: la folla nel decumano dell’Expo appena terminato, giusto per restare in tema alimentare. Così anche John Welles, autore delle serie ER, per il suo esordio al cinema ha voluto ascoltare la melodia del momento e gettarsi in una storia di caduta e riscatto tra le stelle Michelin.

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Adam Jones è, come nella migliore tradizione degli chef stellati, un artista arrogante che dopo aver toccato gli astri del cielo, sta purgando i peccati di superbia aprendo un’ostrica dopo l’altra. Quando lo  conosciamo è in procinto per riprendere in mano il destino e tornare lassù dove la storia gli ha destinato la gloria. Dall’America torna in Europa, a Londra, e convince il suo mentore di un tempo a riaffidargli un ristorante per cominciare la cavalcata trionfale. Ma questa volta non potrà fare tutto da solo, come un tempo, così al suo fianco in cucina troverà un mucchio selvaggio di talenti reietti e la donna che riuscirà a fermagli il cuore matto.
Il sapore del successo è la classica commedia americana sulle seconde opportunità, prevedibile e rassicurante e, purtroppo, senza un briciolo di originalità. La sceneggiatura si dimentica di dare uno spessore ai personaggi a solo vantaggio dell’effimero momento. Cosicché i protagonisti finiscono per avere la stessa dimensione della portata dello chef che ferma l’attimo, prima di finire ingurgitata dalla memoria.

Dark Places, nei luoghi oscuri

Se per fare un buon film bastasse prendere un romanzo di successo e scegliere un cast di nomi sicuri, sia tra gli attori che tra i tecnici, probabilmente saremmo tutti registi. Invece, in un film, come in qualsiasi creazione bisogna mettere l’anima e avere il talento per farla arrivare agli altri. Se manca questa, manca tutto. Ed è stupefacente che alcuni film possano mancare addirittura dei fondamentali del cinema stesso, come se Paquet-Brenner non solo non avesse mai visto un lavoro di Hitchcock o Chabrol prima di mettersi a fare un thriller, ma quasi non avesse neppure idea di come si faccia un film qualsiasi, senza cadere nel ridicolo. Dark Places, nei luoghi oscuri è imbarazzante per sviluppo della storia, per analisi psicologica dei personaggi e per la banalità di certi dialoghi.  La storia non è credibile dalla prima inquadratura fino all’inutile sorriso della protagonista nell’inquadratura finale e i personaggi si muovono all’interno di vicende alle quali non sembrano credere loro stessi. Creando prima uno spaesamento incredulo negli spettatori, poi un’irritante sensazione di dilettantismo inaccettabile per un film di queste ambizioni.

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Libby Day è una giovane donna che quando aveva otto anni è stata l’unica superstite di una strage che ha portato alla morte la madre e le due sorelline. Colpevole del massacro il fratello Ben che da 28 anni si trova in carcere grazie proprio alla testimonianza di Libby che lo ha accusato. Un gruppo di fanatici di cronaca nera, però, un giorno contattata Libby per convincerla a riesaminare gli eventi di quella notte e riuscire a scarcerare quello che, secondo loro, è innocente. Da quel momento Libby comincerà un assurdo e improbabile viaggio a ritroso nella memoria alla ricerca della verità.
Gillian Flynn, autrice del romanzo dal quale è stata tratta la sceneggiatura, questa volta non ha avuto la fortuna di trovare sulla sua strada David Fincher di L’amore bugiardo, il suo primo romanzo di successo, bensì il francese Gilles Paquet-Brenner (La chiave di Sara) che non solo non ha il talento del primo, ma nemmeno l’umiltà di un semplice artigiano del cinema. Nei panni di Libby una Charlize Theron che indossa un’espressione per tutto il film, lasciando recitare il cappellino calato sugli occhi, più che gli occhi stessi. Intorno a lei un gruppo promettente mal guidato e diretto peggio con Nicholas Hoult (XMen-Giorni di un futuro passato) a cui va di diritto il premio “cosa ci sto a fare sul set”.

Ogni mattina il mio stelo vorrebbe levarsi nel vento

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Ogni mattina il mio stelo vorrebbe levarsi nel vento
soffiato ebrietudine di vita,
ma qualcosa lo tiene a terra,
una lunga pesante catena d’angoscia
che non si dissolve.
Allora mi alzo dal letto
e cerco un riquadro di vento
e trovo uno scacco di sole
entro il quale poggio i piedi nudi.
Di questa grazia segreta
dopo non avrò memoria
perché anche la malattia ha un senso
una dismisura, un passo,
anche la malattia è matrice di vita.
Ecco, sto qui in ginocchio
aspettando che un angelo mi sfiori
leggermente con grazia,
e intanto accarezzo i miei piedi pallidi
con le dita vogliose di amore.

The lobster

La società impone la vita di coppia, non tanto per condividere l’amore quanto per fini utilitaristici: in due ci sono meno rischi, si risparmia tempo, ci sono meno sprechi. Così, se dopo una certa età si rimane soli, non resta che recarsi in un hotel dove si hanno 45 giorni per trovare l’anima gemella, la persona più affine a te, fosse anche solo per un difetto fisico.  In caso contrario si viene trasformati in un animale e destinati a vivere una vita differente.

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David è un ingegnere appena abbandonato dalla moglie e, proprio come era accaduto al fratello l’anno precedente (poi trasformato in cane), si presenta all’hotel nella speranza di rimettersi in coppia. I giorni passano inesorabili e a David appare sempre più vicino lo spettro della trasformazione in un’aragosta, l’animale da lui scelto per la metamorfosi. Prova con la menzogna a creare la relazione con una donna senza sentimenti, ma verrà scoperto. Così, la soluzione che rimane è quella di fuggire e trovare ricovero tra i ribelli: un gruppo di single che, proprio come le coppie, persegue il proprio fine in modo spietato, egoisticamente spietato. Qui David troverà la donna della sua vita, l’altra parte della coppia, una persona affine da amare, però. Ma in una società del genere l’amore è un sentimento sconosciuto e quando capita non si riesce a comprendere e, quindi,  neppure ad accettare.
The  lobster del greco Giorgos Lanthimos è una crudele rappresentazione metaforica di tutte le pressioni psicologiche che la società crea sulle persone. Un classico esempio di fantascienza sociologica sullo stile di Farenheith 451 di Truffaut, Quintet di Altman o, forse più realisticamente, a Her di Jonze: la rappresentazione di un futuro senza grandi speranze in cui l’uomo viene schiacciato dal cupo presente. The Lobster è un film potente, carico emotivamente e intellettualmente impegnativo che all’ultimo festival di Cannes ha ottenuto il premio della giuria. Ma il premio, un po’ come è capitato alla Palma d’oro, va più al lavoro autoriale del regista, qui   Lanthimos e, per la Palma, a Audiard. Perché The Lobster (così come l’altro vincitore Dheepan) non sono certo i migliori prodotti della loro carriera, ma il punto di arrivo di un percorso coerente e rigoroso. Sceneggiatura forte, fotografia algida e affascinante, e cast potente (Farrell, Weisz, Seydoux) ne fanno un film importante, purtroppo non fondamentale.

Nausicaa della Valle del Vento

Un cataclisma ha sconvolto la Terra e ora si trova ricoperta quasi interamente da una Foresta tossica che diffonde miasmi mortali.

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In questo scenario apocalittico e con una guerra sul punto di esplodere, il Regno della Valle del Vento rappresenta l’unico spiraglio di salvezza e di rinascita. Il regno, guidato dal buono Jihl, ha però nella sua principessa Nausicaa, sua figlia, la vera speranza. La giovane, infatti, ha un contatto diretto con la natura che in lei finisce di essere matrigna e ritorna ad essere quella madre creatrice e protettrice di sempre, che le permette di cavalcare il vento leggera e parlare con gli Ohm, insetti giganteschi guardiani della Foresta. La forza di Nausicaa si sprigionerà tutta quando, chiamata a difendere la Terra dall’attacco suicida degli uomini, saprà sacrificare anche se stessa per il futuro dell’umanità. Ma, come nelle migliori favole, a Nausicaa il destino ha riservato un ruolo particolare: attraverso di lei passerà la rinascita del mondo.
Nausicaa della valle del vento è il primo vero figlio di uno dei più grandi cartoonist mondiali, Hayao Miayazaki. Scritto e diretto nel 1985 (primo vero lungometraggio di Miyazaki dopo l’esordio con Lupin III il Castello di Cagliostro), il film arriva sugli schermi al termine del suo periodo di studio negli Stati Uniti insieme ai Nine Old Men della Disney e dopo che il periodo gli aveva permesso di realizzare una serie di albi a fumetti sulla principessa Nausicaa. E in questo primo film, riproposto nelle sale per pochi giorni, abbiamo già tutto il cinema di Miyazaki a venire: il rapporto uomo/natura e la lealtà e l’amicizia come uniche salvezze dell’uomo all’istinto di distruzione. La storia è deliziosa, anche nei suoi tratti genuinamente ingenui e il personaggio di Nausicaa indimenticabile, anche perché dentro di sé ha Heidi, Ponyo, Kiki e tutte le eroine dello Studio Ghibli, la casa di produzione fondata insieme a Takahata. Il disegno pulito, il tratto leggero e immaginifico ci porta direttamente dentro il mondo di Miyazaki, un mondo che pesca nella storia del fumetto, della letteratura e della pittura, tra emozioni surrealiste e Moebius, ma che alla fine crea una dimensione unica e totalmente originale.

Much loved

Marrakech, oggi.  Noha, Randa et Soukaina fanno le prostitute e quando le conosciamo si stanno preparando a una seratina orgiastica organizzata da un gruppo di ricchi, arroganti sauditi. La festa altro non è che la stanca, prevedibile ripetizione di ogni rappresentazione della dissoluzione morale: alcol, umiliazioni e sesso. Sesso in cambio di soldi. Finita la serata, comincia l’altra vita, quella in cui le ragazze devono vedersela con i propri fantasmi: padri lontani, figli abbandonati, famiglie distrutte. Una condanna da girone dantesco in cui non si vede una fine, in cui anche la fuga altro non è che una sospensione temporanea di una pena infinita.

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Censurato in patria e approdato nei vari festival mondiali con l’etichetta della condanna Much loved   non riesce mai a far breccia nei sentimenti dello spettatore facendogli condividere i dolori, la miseria, lo squallore di una vita sospesa. Troppe volte il cinema ha raccontato la stessa storia e spesso anche meglio. Lo stile, tra il realistico e il poetico, vorrebbe rappresentare uno spaccato della moderna società marocchina ma, forse perché non riusciamo a comprenderne le sfumature (le ragazze parlano uno sboccato dialetto marocchino), o perché questa realtà ci appare troppo distante il risultato finale è quello di un film noioso e prevedibile.
Il film non è empatico e, forse, il regista Nabil Ayouch non intendeva neppure produrre un effetto del genere, ma solo rappresentare uno spaccato di società senza scendere a giudizi morali. Ma la scelta di portarci dentro la doppia vita delle ragazze, di farci condividere le loro paure, gioie (poche), dolori e delusioni lo trasforma immediatamente in un gioco subdolo in cui Ayouch non sceglie mai veramente da che parte stare. Così da arrivare a un risultato finale deludente.