Much loved

Marrakech, oggi.  Noha, Randa et Soukaina fanno le prostitute e quando le conosciamo si stanno preparando a una seratina orgiastica organizzata da un gruppo di ricchi, arroganti sauditi. La festa altro non è che la stanca, prevedibile ripetizione di ogni rappresentazione della dissoluzione morale: alcol, umiliazioni e sesso. Sesso in cambio di soldi. Finita la serata, comincia l’altra vita, quella in cui le ragazze devono vedersela con i propri fantasmi: padri lontani, figli abbandonati, famiglie distrutte. Una condanna da girone dantesco in cui non si vede una fine, in cui anche la fuga altro non è che una sospensione temporanea di una pena infinita.

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Censurato in patria e approdato nei vari festival mondiali con l’etichetta della condanna Much loved   non riesce mai a far breccia nei sentimenti dello spettatore facendogli condividere i dolori, la miseria, lo squallore di una vita sospesa. Troppe volte il cinema ha raccontato la stessa storia e spesso anche meglio. Lo stile, tra il realistico e il poetico, vorrebbe rappresentare uno spaccato della moderna società marocchina ma, forse perché non riusciamo a comprenderne le sfumature (le ragazze parlano uno sboccato dialetto marocchino), o perché questa realtà ci appare troppo distante il risultato finale è quello di un film noioso e prevedibile.
Il film non è empatico e, forse, il regista Nabil Ayouch non intendeva neppure produrre un effetto del genere, ma solo rappresentare uno spaccato di società senza scendere a giudizi morali. Ma la scelta di portarci dentro la doppia vita delle ragazze, di farci condividere le loro paure, gioie (poche), dolori e delusioni lo trasforma immediatamente in un gioco subdolo in cui Ayouch non sceglie mai veramente da che parte stare. Così da arrivare a un risultato finale deludente.

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