Dark Places, nei luoghi oscuri

Se per fare un buon film bastasse prendere un romanzo di successo e scegliere un cast di nomi sicuri, sia tra gli attori che tra i tecnici, probabilmente saremmo tutti registi. Invece, in un film, come in qualsiasi creazione bisogna mettere l’anima e avere il talento per farla arrivare agli altri. Se manca questa, manca tutto. Ed è stupefacente che alcuni film possano mancare addirittura dei fondamentali del cinema stesso, come se Paquet-Brenner non solo non avesse mai visto un lavoro di Hitchcock o Chabrol prima di mettersi a fare un thriller, ma quasi non avesse neppure idea di come si faccia un film qualsiasi, senza cadere nel ridicolo. Dark Places, nei luoghi oscuri è imbarazzante per sviluppo della storia, per analisi psicologica dei personaggi e per la banalità di certi dialoghi.  La storia non è credibile dalla prima inquadratura fino all’inutile sorriso della protagonista nell’inquadratura finale e i personaggi si muovono all’interno di vicende alle quali non sembrano credere loro stessi. Creando prima uno spaesamento incredulo negli spettatori, poi un’irritante sensazione di dilettantismo inaccettabile per un film di queste ambizioni.

theron
Libby Day è una giovane donna che quando aveva otto anni è stata l’unica superstite di una strage che ha portato alla morte la madre e le due sorelline. Colpevole del massacro il fratello Ben che da 28 anni si trova in carcere grazie proprio alla testimonianza di Libby che lo ha accusato. Un gruppo di fanatici di cronaca nera, però, un giorno contattata Libby per convincerla a riesaminare gli eventi di quella notte e riuscire a scarcerare quello che, secondo loro, è innocente. Da quel momento Libby comincerà un assurdo e improbabile viaggio a ritroso nella memoria alla ricerca della verità.
Gillian Flynn, autrice del romanzo dal quale è stata tratta la sceneggiatura, questa volta non ha avuto la fortuna di trovare sulla sua strada David Fincher di L’amore bugiardo, il suo primo romanzo di successo, bensì il francese Gilles Paquet-Brenner (La chiave di Sara) che non solo non ha il talento del primo, ma nemmeno l’umiltà di un semplice artigiano del cinema. Nei panni di Libby una Charlize Theron che indossa un’espressione per tutto il film, lasciando recitare il cappellino calato sugli occhi, più che gli occhi stessi. Intorno a lei un gruppo promettente mal guidato e diretto peggio con Nicholas Hoult (XMen-Giorni di un futuro passato) a cui va di diritto il premio “cosa ci sto a fare sul set”.

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